Noi, robot

L'individuo artificiale tra scienza, filosofia e fantascienza

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Pubblicato il nuovo libro!

luglio 14th, 2011 · Senza categoria

“Effetto Domino”, questo il titolo. Ancora una volta, un print-on-demand. Lo trovate in tutte le librerie online.

http://www.lafeltrinelli.it/catalogo/aut/1062118.html

Ogni opinione dà il via a una cascata di trasformazioni. Per questo, “Effetto domino”: perché le idee – o, meglio, i frammenti di idee – qui disordinatamente archiviate, germogliate liberamente e propagatesi poi attraverso il web, che spaziano senza etichette né auctoritas dalla musica alla religione, dalla sociologia al cinema, hanno l’unico scopo di essere una leva per accendere curiosità e generare discussioni. E alimentare, così, il processo infinito della loro evoluzione.

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Pubblicato il terzo aggiornamento!

gennaio 9th, 2011 · Senza categoria

Scaricabile gratuitamente qui:

http://www.noirobot.com/updates/

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Riflessione post-radiofonica su “S1mone” di Andrew Niccol

dicembre 11th, 2010 · Senza categoria

Colgo l’occasione dalla settimanale conversazione radiofonica con Alfredo Angelici (che potete seguire ogni venerdì alle 14:00 su Ecoradio – www.ecoradio.it) per tornare in breve sulle rilevanti, ancorché non del tutto nuove, intuizioni di Andrew Niccol in “S1mone”, interessante pellicola fantascientifica del 2002 interpretata da Al Pacino e dalla semisconosciuta (tanto che la promozione del film per lungo tempo fece credere al pubblico che si trattasse realmente di un’attrice virtuale) Rachel Roberts.

Il tema del doppio digitale non è nuovo, nella fantascienza, e basterebbe far riferimento alla grande tradizione dei “simulacri” dickiani per trovarne alcuni importanti esempi. Ciò che nella storia del regista Ed Taranski (Pacino, per l’appunto) stupisce, in effetti, è l’innovativo spunto di riflessione che trasla quanto seminato da Oscar Wilde nel “Ritratto di Dorian Gray” in un’ottica tecnologicamente contemporanea: l’attrice simulata, nel film, giunge a trasformare completamente la vita del suo creatore, divenendo sostanzialmente, più che una sua semplice estensione, il baricentro della sua stessa esistenza.

Il risultato che ne consegue è che la coscienza di sé del regista viene entra in collisione con il decentramento del nucleo vitale, lo spostamento di fasi fondamentali della dimensione spirituale: a coagulare attorno a sé il feedback del prossimo, così importante nella creazione perpetua della propria sfera personale, della propria autocoscienza, smette di essere il soggetto decisionale reale, e diviene l’estensione virtuale. Che assume, così, una centralità tale da depauperare il soggetto reale di “blocchi” del suo essere che fino a quel momento erano stati considerati necessariamente aderenti a lui.

C’è una sorta di stiramento, una redistribuzione dei processi emotivi e psicologici su un asse teso tra due poli (Taranski e S1mone) che divengono via via più equipotenti, laddove, invece, l’attrice digitale doveva essere, nell’idea originaria, una semplice emanazione secondaria, una sovrastruttura astratta e labile, totalmente dipendente dal suo generatore. Invece, la giovane e bellissima creatura informatica diventa, da maschera, interfaccia, e quindi soggetto pienamente investito di reale consistenza dal riconoscimento universale tributatole dal resto del mondo – lo stesso riconoscimento universale di cui, proporzionalmente, viene deprivato Taranski. Il quale, tuttavia – e questa è una novità – produce un creatum dal nulla, solo attraverso l’uso di strumenti che sono pura invenzione umana, superando così, con il conseguente senso di trionfale ebbrezza, la soglia prometeica che storicamente rappresenta un vergognoso limite umano.

Taranski, insomma, genera l’altro da sé – in un modo sostanzialmente involontario, dato che questo creatum diventa, appunto, altro, senza che ci sia spinta volontaria verso questo traguardo da parte del regista demiurgo. In altri processi squisitamente umani – come ad esempio quello attoriale – l’altro da sé è generato attraverso il “mezzo uomo” e sull’uomo, come sostrato, ricade, rappresentando in questo senso una generazione demiurgica solo parziale, dato che l’hardware di costruzione è pur sempre umano, e umano è anche il percorso di trasformazione, sia esso un puro iter intra-personale, sia un viaggio relazionale sulla strada che lega attore e pubblico. In questo caso, invece, il processo è completo perché coinvolge un artefatto (l’hardware informatico) e produce un ente virtuale che giunge addirittura a godere, infine, di una (quasi) piena dignità ontologica potenzialmente continua e definitiva (ben oltre i limiti, per esempio, dei casi letterari di “personalità doppia”, le cui espressioni si escludono temporalmente a vicenda).

In ultimo – e su questo mi sono già parzialmente soffermato nelle pagine di “Noi, robot” – risulta interessantissimo notare come nel film si offra un esempio lampante di quel “rovesciamento di Gehlen” cui spesso si fa riferimento nei termini del rapporto uomo-tecnologia: la generazione di un creatum come S1mone impone delle nuove responsabilità, in Taranski, e in virtù della sua impreparazione, della sua inadeguatezza rispetto ad esse, produce in lui delle difficoltà, delle idiosincrasie, degli inceppamenti. In fondo, costruire un nuovo soggetto che abbia aspetto, personalità (fittizia) diversa da quella del creatore, ecc., produce dei feedback diversi e richiede al creatore stesso di gestirli in modo adeguato.

E questo, in fondo, accade già oggi in tanti sensi, anche quotidianamente: come la tecnologia che rende possibile il volo spaziale richiede, di fatto, nuove capacità performative al soggetto che voglia essere astronauta (che diviene così più che una professione, un “profilo”, un “carattere”), la tecnologia che ci permette, ad esempio, di ringiovanire il nostro aspetto – sia attraverso un avatar che per mezzo di mezzi medici – richiede poi che le nostre strutture non modificate sappiano offrire performance, autocoscienza, modi d’essere compatibili con il nuovo aspetto. Una bella responsabilità, per l’appunto. Perché essere all’altezza della nostra tecnologia diviene progressivamente sempre più difficoltoso, sempre più frequentemente.

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Wikileaks: bolla di sapone, oppure operazione antietica?

novembre 29th, 2010 · Senza categoria

Wikileaks sotto i riflettori: grande vociare, roboanti proclama, prime pagine a profusione. Ma di rivelazioni realmente importanti, finora, neanche l’ombra. Certo, si evince ad esempio la scarsa fiducia di certi ambienti del governo americano nei confronti del premier italiano Silvio Berlusconi, si possono annotare interessanti opinioni circa l’ipocondria di Gheddafi. Ma il peso politico, il delta informativo offerto, dove sta?
Il punto, tra l’altro, si trova altrove, al livello della dimensione filosofica dell’informazione, del concetto di pubblico, della categoria del politico. Le notizie pubblicate dal sito di Assange sono viziate da un problema di fondo: l’attività di un gabinetto politico deve sì essere trasparente, ma non necessariamente pubblica. Anzi, verrebbe probabilmente da proporre uno scambio di parole: “necessariamente non pubblica”. Non possiamo pensare, in un’ottica di democrazia rappresentativa, che ogni singola valutazione che non sia atto squisitamente decisionale, risoluzione governativa, venga esposta alla valutazione di chiunque.

L’agorà politica è altro, almeno oggi come oggi. Plausibile che la rivoluzione telematica porti a una trasformazione profonda del concetto stesso di democrazia e alla mutazione dei meccanismi di intervento della cittadinanza globale nelle questioni direttamente governative, ma prima bisogna appropriarsi di una dimensione civica del vivere nel regno della collettività telematica – bisogna in primis universalizzare l’accesso, e fornire un’alfabetizzazione di massa, altrimenti di fatto si configura una situazione di oligarchia, o peggio, tecnicale – cosa che ancora è di là da venire. Oltretutto, esiste la funzione del mandato politico non soltanto per una ragione puramente numerica, legata all’ordine: il concetto di rappresentanza, come quello di professionismo politico, esistono anche a causa del fatto che gli strumenti culturali di massa non rendono sempre possibile una valutazione ponderata di specifici dati sensibili, di determinate nozioni, di certe informazioni, di complessi meccanismi pertinenti alla sfera della diplomazia e delle relazioni internazionali – sono altri i generi di informazione che sarebbe lecito pretendere di conoscere, ad esempio (tra gli altri) dati specifici relativi ad azioni che violino specifiche carte costituzionali, determinati diritti, o programmi e linee guida dei singoli governi.

Esporre brutalmente tutto questo, in maniera non mediata, al puro ludibrio pubblico (di altro non si deve parlare, dato che il 99% delle informazioni che emergono sono di ardua decrittazione) significa semplicemente fomentare in modo scriteriato le passioni estemporanee, generare onda d’urto caotica, peraltro facilmente cavalcabile da chiunque abbia un minimo di furbizia. Gesto, questo, che appare maggiormente consonante al più bieco populismo qualunquista – insomma, si tratta della dinamica massimalista che spesso ha dato, storicamente, il via a perniciose, se non tragiche, tirannidi. Il rischio è che lo spazio pubblico diventi un indistinto far west. E una società dove tutto gravita sullo stesso piano di esposizione non pare troppo attraente.

Detto questo, anche giornalisticamente l’atto appare una sorta di autogol, dato che la mole di informazioni irrilevanti genera un allarme complessivo il cui rumore di fondo si fa talmente alto da coprire sia la risonanza dei pochi documenti di reale peso, sia la possibile eco di nuove rivelazioni future – insomma, il rischio potrebbe essere quello di aver gridato, sostanzialmente, al lupo.

Che poi il web sia un mezzo di smascheramento, pare decisamente non sia mai stato un segreto.
Se questo, poi, rappresenta l’antipasto di scoop futuri di maggior interesse, sembra incomprensibile il motivo (o per lo meno, la giustificazione etica) per cui sono stati pubblicati prima questi. Il rischio, insomma, potrebbe essere che si tratti di una semplice strategia ricattatoria – mostrare il potere mediatico e politico che Wikileaks potenzialmente possiede – tratto, questo, proprio degli scontri tra poteri forti, o degli equilibri del terrore. Anche e soprattutto considerando il fatto che Wikileaks, sostanzialmente, appartiene – su un piano decisionale – a una ristretta minoranza di persone che fanno capo ad Assange. In altre parole, ci troveremmo di fronte alla dimostrazione del fatto che un solo uomo ha i mezzi per tenere sotto scacco – con la minaccia di smascherare ben peggiori nefandezze – interi governi. Questo mi pare assolutamente pericoloso.

In ultimo, l’atto odierno trasformerebbe poi l’esplicitazione di eventuali documenti di maggior peso in un imperativo categorico: in base alla deontologia giornalistica, scoperchiato il vaso di Pandora, non esisterebbe una argomentazione valida per non offrire il vero al pubblico ormai pungolato, inoltre se questo “vero”, se questo sommerso non fosse reso pubblico, tutto quello che sapremmo sarebbe che informazioni realmente rilevanti sono sotto la sola giurisdizione di un singolo uomo, non solo complice nell’occultamento del vero, ma soprattutto in grado di decidere in base al proprio discrimine se e come indirizzare una massa: prassi tipica di colpi di stato e becere forme di fascismo. Dopo questo antipasto, se di questo si tratta, se Assange sa, deve dire: e se dice, disintegra il concetto di democrazia rappresentativa, se non dice, sta semplicemente usando il ricatto come strumento di influenza politica dell’uno sui tanti.
Insomma: Assange potrebbe essersi chiuso in un vicolo cieco etico.

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Total immersion

novembre 16th, 2010 · Senza categoria

Il sasso un po’ più in là l’aveva gettato Nintendo, con il controller – rivoluzionario – della sua Wii, sistema di gioco che per la prima volta dopo alcuni anni tornava a rendere competitiva la casa di Kyoto, schiacciata da quasi un decennio, nell’home entertainment, prima dallo strapotere Sony, quindi dal dualismo messo in piedi da quest’ultima con Microsoft e il suo X-Box.

Giusto il tempo di metabolizzare, e anche la Playstation ha avuto il suo controller di movimento, il Move appunto. Ma stavolta è Microsoft a non limitarsi a rendere la pariglia, ma a rilanciare, con il Kinect, un sistema di controllo basato su un concetto abbastanza rivoluzionario, ovvero l’uso del corpo libero come interfaccia di gioco.

A livello tecnico e videoludico le cose da dire sarebbero molte, ma non è questa la sede adatta. Tuttavia, è piuttosto interessante il peso che un simile hardware può avere nello sviluppo delle nuove strade dell’informatica interattiva. Non solo in termini di immersività – vengono ripristinati i margini di manovra che un tempo erano propri dei sistemi VR, e che erano poi stati accantonati a lungo in favore di un progresso tecnologico più mirato alla potenza di calcolo e alla qualità grafico/sonora -ma anche in termini di ergonomia: se nel personal media oggi è il touch screen a farla da padrone, nello sviluppo di una tale nuova branca dell’hardware di controllo emerge chiaramente come forse quel genere di sistema sia davvero solo un passo intermedio, o comunque vincolato soltanto alla dimensione portatile, al softwear, mentre nell’ambito dell’informatica “fissa”, dei sistemi di grandi dimensioni, questo tipo di meccanismo possa forse rappresentare una conquista ancora più importante – insomma: i menù dinamico-olografici di “Minority Report” potrebbero divenire presto una soluzione diffusa anche in termini di mercato consumer.
Molto interessante, peraltro, pensare a come l’interattività aderente al proprio corpo guadagni in questo senso una nuova dimensione, se si pensa a una possibile combinazione tra la via touch-screen e quella della ripresa tridimensionale di marchingegni quali Kinect – insomma, alla dimensione della pelle, che è categoria del contatto, viene affiancata anche la dimensione dell’etere, ovvero quella che separa l’io dall’elaboratore. Ovvero, in questo senso ben due livelli di separazione vengono riempiti, dal nostro core a quello della macchina.

Nel momento in cui la penetrazione supererà definitivamente il varco della carne – e Kevin Warwick dimostra che non siamo troppo lontani dal farlo – avremo un riempimento pressochè completo del dominio della res extensa da parte del macchinico e dell’interattivo.

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La sparizione del cittadino globale

ottobre 22nd, 2010 · Senza categoria

No, Zygmunt Bauman non c’entra nulla, ancorché molte delle intuizioni dell’eminente sociologo rientrano pertinentemente nel novero di tutto quel grande bagaglio di preoccupazioni, di angosce che la rivoluzione telematica ha generato e si porta dietro come pesante fardello.

Il punto, qui, è l’impatto che la metamorfosi dell’intelligenza – in ovvia intersezione con la dimensione psichica – induce nell’individuo nella sua relazione con la collettività, con la società, e di riflesso con se stesso. Anzi: è forse proprio dal “se stesso” che conviene partire.

In “Noi, robot” ho ripetutamente affrontato il tema dell’estroiezione tecnica del sè attraverso l’investitura dell’immagine digitale come depositaria della nostra rappresentazione ultima – una rappresentazione che per ovvi motivi (visti appunto all’interno del testo) viene preferita a quella restituitaci dallo specchio neutro, dal feedback naturale offertoci dalle concrete relazioni interpersonali, in quanto manipolabile, replicabile, reificata e scevra dei tratti “non gestibili” e volgarmente primitivi di tutto ciò che è naturalmente generato e non manufatto della nostra operosità prometeica.

A questa sostituzione, che differisce e trasla la nostra autocomprensione, si affianca un altro fenomeno importante, ovvero quello dell’espropriazione della stessa, che non è più semplice artefatto concreto (come lo era la fotografia): siamo dei Dorian Gray 2.0, proiettati in una dimensione – non solo a causa dei social network – di non esclusività della disponibilità del nostro io tradotto in immagine.

Insomma, il simulacro in cui ci troviamo a essere riversati è soverchiato dall’eccesso – le immagini sono pressochè infinite, e infinitamente cangianti – ed è assorbito in un indistinto kipple (traducibile con magma, ma il kipple era la “palta” di “Do Androids Dream…”, una massa indistinta di residui spinti ai confini della sterminata metacittà) informazionale.

Insomma, privilegiamo radicalmente un oggetto che non ci offre valido sostituto al meccanismo del riconoscimento nell’altro, che ci neghiamo al momento di svalutare il reale, non-mediato confronto relazionale con il prossimo (si può consultare questo articolo per trovare interessanti cenni al concetto: http://www.loccidentale.it/articolo/quant%E2%80%99%C3%A8+brutto+il+novecento!.0076749), in quanto non in grado di conglomerare attorno a sè un numero sufficiente di dati specifici da restituirci come feedback – insomma: ci affidiamo a una scialuppa di salvataggio che appena calata in acqua viene trascinata via da una corrente incontrastabile. Non è un caso che finiamo per affidarci alle strumentazioni estrinseche anche per quanto riguarda il monitoraggio più razionale del nostro essere – di qui il grande successo dei device di self tracking.

Questa erosione del bagaglio di cognizioni relative al nostro essere si accompagna a un fenomeno proprio della globalizzazione, in special modo di quella comunicazionale indotta dall’universalizzazione della rete telematica, ovvero la perdita di senso del termine “confine”, cancellato in modo piuttosto rapido e profondo dalla sparizione dei vincoli geografici, dalla trasmissione real-time di nozioni, dati, visioni da località culturalmente distanti e un tempo comprensibili soltanto a patto di uno sforzo profondo, dall’imposizione sempre più ampia di un linguaggio comune (e anche su questo bisognerebbe soffermarsi: c’è da chiedersi quanto questa comunanza sia una facciata pronta a squagliarsi velocemente di fronte alle prime avvisaglie di fraintendimento).

L’esistenza di un confine (termine usato in modo assiologicamente neutro, poichè è mia ferma convinzione che l’uso negativo, portatore di discriminazione, xenofobia, ecc, sia totalmente sciagurato) significava innanzitutto possibilità di riconoscimento di un “altro” da me, l’idea che nello spazio a disposizione sul pianeta ci fosse posto anche per ciò che non posso identificare come omologo, nella segmentazione dell’essere c’era la possibilità stessa della concessione di dignità al concetto di individuo.

Questa cancellazione, per certi versi auspicabile e benvenuta, non è soltanto responsabile di impedimenti ancora maggiori nei confronti del processo di riconoscimento nell’altro – dato che un “altro” non è più di fatto definito – ma è anche alla base di un effetto piuttosto pericoloso.

Mi affido alle parole di Riccardo Notte (“Millennio virtuale”):

“La percezione del limite deriva dalla presenza dell’uomo sul territorio, dal fatto che la specie umana, nel corso di innumerevoli millenni, ha tracciato le fondamenta della città, delimitandone i confini, ma segnando al contempo le direttive delle vie di comunicazione che congiungono un luogo a un altro attraverso foreste, dirupi, praterie e fiumi; ovvero attraverso innumerevoli e variegati confini”

E qui arriva il nocciolo:

“Non c’è individuo che non consideri l’attraversamento di un limite un’esperienza dalle connotazioni emotive più o meno forti. Che sia un attraversamento simbolico o fisico non conta molto. Resta sempre un’esperienza degna di memoria perchè implica la sensazione del passaggio, la percezione del movimento, la condizione supremamente rischiosa della comunicazione col diverso da sè.”

Insomma: l’esistenza dei confini permette di concepire il movimento, così come la comunicazione con l’altro da sè. L’importanza del confine – come linea di contorno, non come barriera invalicabile! – è proprio nella forza dirompente che la sua presenza dà alle sensazioni emotive che il suo superamento è in grado di generare.

E nel momento – a volte tragico – del superamento c’è il germe dell’evoluzione.

A questo punto, tuttavia, occorre precisare che ci sono almeno due buone ragioni per non opporsi strenuamente a questo mutamento della nostra realtà, a questa dissoluzione (va precisato: non universale, perchè esistono ambienti in cui il confine, ispessito drammaticamente dalla sua parte oscura xenofoba e reazionaria, è ancora vivo e purtroppo divenuto tuttaltro che valicabile) dei limiti.

La prima ragione è di stampo storico/etico: il concetto di confine, specie nel sanguinoso susseguirsi di eventi che ha caratterizzato il “secolo breve”, si è caricato sempre di più di una connotazione negativa. In altre parole ad essere divenuto nettamente predominante è stato il lato più bieco e inaccettabile, segregativo, del concetto di “confine”. E forse per rispondere a questa degenerazione, la cancellazione dei confini stessi può essere considerata una strada moralmente ragionevole, accettabile. Tanto più che le manovre conservatrici di recupero del confine, nella loro antistoricità, prendono spesso – anzi: praticamente sempre – percorsi reazionari eccessivi, ottusi, tracotanti e spesso violenti. Il rischio, insomma, sarebbe comunque troppo grande.

L’altra ragione è di ordine, diciamo, machiavelliano, e può essere così sintetizzata: la mutazione del mondo è ormai andata ben oltre il punto di non ritorno. Un tentativo di restaurazione sarebbe certamente fallimentare, perciò non auspicabile, a maggior ragione considerando gli effetti collaterali tragici che, come visto sopra, quasi certamente avrebbe.

Unica alternativa appare quindi “ricostruire” questo tipo di meccanismo facendo leva su un concetto contiguo a quello di confine, ovvero quello di tradizione, anzi: di memoria storica. In assenza di una definizione del nostro essere presente, diviene fondamentale ricorrere alla consapevolezza del nostro essere passato e soprattutto del tragitto che ci ha portati all’oggi.

Drammaticamente, però, in un’epoca in cui diviene ancor più fondamentale, anche la memoria va via via dissolvendosi. Le ragioni sono molteplici.

I più additano come colpevoli di questa scomparsa i sistemi di supporto cui noi abbiamo largamente delegato l’archiviazione delle conoscenze: avendo ormai istantaneamente a disposizione periferiche di storage, database, enciclopedie online, grandi archivi telematici, non abbiamo più necessità di porre sotto sforzo (e quindi allenare) le nostre memorie biologiche. Esattamente come accade per il nostro senso dell’orientamento, fiaccato inequivocabilmente dalla diffusione ubiqua dei navigatori satellitari (il cui vero effetto disastroso è invero l’eliminazione delle “deviazioni” dal tragitto prestabilito, deviazioni che con la loro dimensione sia esplorativa che casuale rappresentavano il momento primario della crescita, dell’apprendimento, della scoperta).

Tuttavia, ci sono fattori ben più incisivi alla base di questo affievolimento delle nostre capacità mnemoniche. In primis, la trasformazione del concetto stesso di tempo, che passa tanto attraverso la posta in secondo piano della scrittura (da sempre mezzo di registrazione concreto e narrativo, ovvero squisitamente “temporizzato/temporizzante”) quanto attraverso il rimescolamento, la ricombinazione dei rapporti di causazione materiale (e di implicazione logica!) imposta dalle bordate della rivoluzione del realtime (e qui invito a far riferimento ai numerosi passaggi di “Noi, robot” in cui viene a più riprese citato Paul Virilio, abile a descrivere iconicamente questo fenomeno).

Senza trascurare poi un altro fattore rilevante: nella nostra traslazione cyberspaziale, il nostro vissuto diviene sostanzialmente un log, in cui presente e passato sono compresenti e parimenti disponibili – e addirittura manipolabili.

Questo radicale cambiamento non può non imporre una metamorfosi alla nostra concezione del tempo come rapporto tra gli eventi – e quindi, di fatto, alla memoria che da esso dipende.

E, in ultimo, è utile citare nuovamente le efficaci parole di Riccardo Notte, nel menzionato “Millennio virtuale” (testo, si badi, del 1996!):

“Se oggi i CDROM tendono a sostituire gradualmente ogni oggetto stampato, questo significa che il nostro presente erode ogni forma di pensiero che è anche tangibile traccia del passato, oggetto eminentemente databile e collocabile nel tempo, e anzi relitto memoriale per eccellenza. Il CDROM produce invece astratte schermate contenenti dati su dati: sollecitazioni visive, acustiche, grafiche che formano permutazioni libere di codici e segni.”

Basta sostituire il CDROM con la rete, e appare chiaro come le tracce vengano rimescolate, cancellate, ridisposte caoticamente su un livello interamente orizzontale.

In conclusione, il possibile antidoto al problema della distruzione radicale del confine è altrettanto sconfitto dalla rivoluzione telematica. C’è tuttavia una differenza importante: mentre esistono ragioni (suddette) profonde per non intraprendere un cammino di acerrima opposizione alla caduta dei confini (che è inevitabile, parzialmente positiva, storicamente giustificabile), non ci sono specifiche controindicazioni al tentativo di rinsaldare attraverso altre vie la nostra memoria storica.

Vie che passano, in primis, per i sistemi didattico/educativi, che non possono assolutamente prescindere, in onore della professionalizzazione, della funzionalità produttiva, ecc, dalla creazione di un solido, anzi solidissimo – oggi come non mai – bagaglio storico (mentre, ahimè, ad ogni latitudine l’eccesso specialistico tende proprio a derubricare ciò che è storico a mero orpello nozionistico, fraintendendo l’attributo con quello di “obsoleto”).

Il rischio, infatti, è allarmante, non solo per il benessere dell’individuo, per la sua giusta gratificazione culturale, ma soprattutto per l’uomo in quanto cittadino.

In un tale stato di cose, infatti, il cittadino diviene la vittima prima di queste trasformazioni.

Nella sua dimensione civile come portato della tradizione storica del suo “essere in una società”, il cittadino (che, si badi, non è termine coincidente con individuo, perchè delle pulsioni e delle disposizioni istintuali qui non si dà conto come argomento principale) si dissolve in quanto incapace di andare a recuperare i contorni della sua genesi, il retaggio del suo rapporto con la dimensione collettiva, pubblica, politica, anche economica – tutti portati, specie quelli legati ai sentimenti etici e ancor più alle ragioni etiche, e quelli ideologico/politici, storicamente definiti. Meglio: storicamente generati.

In altre parole, nel momento in cui decadono la consapevolezza del sè, la coscienza del proprio essere nel mondo – anche in senso transformico, progressivo, o rivoluzionario – la capacità di produrre una solida autocoscienza, e contemporaneamente la possibilità di recuperarla nel proprio bagaglio di memorie e appigli storiografici, ogni ancoraggio si sgancia, e lascia l’individuo alla mercè di una soverchiante forza ridefinitoria fatta di eccesso informazionale, strapotere mediatico, predominio dei brand, dittatura del più forte.

Non sa chi è, non trova specchi attorno a sè, non ha più memorie, e quando non soggetto passivo al riempimento delle più cospicue e poderose maree (pseudo)ideologiche, è – destino ancora più atroce – semplicemente non individuabile.

A sparire, insomma, è il cittadino globale, non in quanto globale, ma in quanto cittadino.

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Uno spunto di riflessione

ottobre 6th, 2010 · Senza categoria

Dice Mark Zuckerberg, ideatore di Facebook: “C’è una certa casualità che può mettersi in moto solo se si condividono informazioni. Le cose saranno presto disegnate attorno le persone, il mondo si sta muovendo in questa direzione, un’indicazione particolarmente potente tra l’altro“.

http://www.wired.it/news/archivio/2010-06/15/zuckerberg–il-futuro-del-web-un-sito-personalizzato-per-ogni-utente.aspx

Al di là della plausibilità di un futuro così sinceramente “a misura d’uomo” – personalmente ho l’impressione si vada in direzione opposta, con una forte individualizzazione di facciata, sempre subordinata al marketing – è importantissimo il concetto di casualità, in relazione all’informazione. Essa è la base, geneticamente, dell’evoluzione, e questo si traduce, parallelamente, in una pari rilevanza all’interno del progresso tecnico, scientifico e quindi culturale.

Perchè? Chiedo nuovamente aiuto all’ultimamente molto citato G.O. Longo (da “Homo Technologicus”):

“[..] Non c’è una teoria di Internet, eppure bene o male questa grande protesi cognitiva funziona. Funziona e cresce per effetto di interventi locali che sanno più di bricolage che di programmazione razionale calata dall’alto e ad ampio raggio. Tuttavia gli aggiustamenti locali, e spesso improvvisati, finiscono con l’armonizzarsi, dando luogo a conseguenze spesso impreviste e creative. Lo stesso accade per il software, anch’esso frutto di bricolage più che di programmazione. Questa “efficace trasandatezza” è evidente anche nei provvedimenti presi per affrontare il problema del virus [..]. [..] I prodotti della tecnologia stanno scendendo a un livello d’inconsapevolezza simile a quella degli organi del nostro corpo, che sappiamo far funzionare senza saperne dare una spiegazione razionale [..].

Le tecnologie nuove, della mente-corpo, somiglierebbero di più ai mammiferi, anzi all’uomo: nascerebbero flessibili e incomplete e poi si svilupperebbero per un tempo indefinito attraverso l’interazione e l’apprendimento.

Dice Parisi: Il tecnologo si limita a cercare le condizioni iniziali di un processi di sviluppo, di apprendimento, di evoluzione. La tecnologia desiderata emerge al termine di questo processo ed è il prodotto spontaneo, spesso imprevededibile, possibilmente pluralistico, in realtà mai finito di tale processo.

Un tecnobrodo primordiale.

Zuckerber, quindi, ci dà un’informazione circa un fatto squisitamente parallelo, inscritto in questo flusso di eventi.

Se si libera il caso, dunque, si gettano le basi per l’evoluzione. E la nascita di nuove forme dell’esistenza. Vedremo se il cyberspazio del domani, sia esso app-dipendente, o ancora basato sulla logica world wide web, saprà davvero regalarci queste floride ebollizioni.

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News of the world

ottobre 2nd, 2010 · Senza categoria

Due rapidi aggiornamenti dal mondo reale, perchè la ricerca sul cyborg, ovviamente, non è solo speculazione filosofica.

La prima notizia su cui vorrei focalizzaste la vostra attenzione riguarda un intervento chirurgico “estremo” e a suo modo estremamente emblematico dello stato di avanzamento dell’ibridazione reale. Cuore e cervello sono da sempre gli organi “principi” del corpo umano, quelli che in un certo senso ci individuano anche “simbolicamente” come persone.

Il cuore, almeno, non è più peculiarità propriamente umana. O, almeno, non nel senso stretto secondo cui il suo essere naturale e biologico rappresenta un tratto identificativo. Un quindicenne, da oggi, sarà il primo essere umano ad aver una protesi cardiaca totale permanente per gran parte della propria vita:

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=121215&sez=HOME_SCIENZA

L’altra notizia, invece, riguarda qualcosa di meno “invasivo”, ma più presente e diffuso, e forse ancora più rilevante in quanto non legato alla profilassi medica, che da sempre rappresenta uno spazio eticamente e filosoficamente distinto da tutto il resto, una zona di confine non strettamente sottoposta alle stesse categorie analitiche del resto dei campi.

Parliamo di softwear, in un certo senso, parliamo di potenziamento meccanico a scopo militare – e le industrie militari, si sa, sono sempre state l’avanguardia dello sviluppo tecnico degli ultimi secoli.

L’avevamo sostanzialmente visto in “Aliens” – l’elevatore di Ripley -ma constatare come un macchinario del genere possa oggi essere realtà desta comunque un certo interesse.

Signore e signori, l’esoscheletro XOS2, di Raytheon:

Per ulteriori informazioni relative a questo interessante (scientificamente) sistema bellico:

http://www.gizmodo.it/2010/09/30/raytheon-xos2-le-guerre-del-futuro-sono-in-arrivo.html

Questo il servizio dedicatogli dal TG2 del 1 ottobre 2010:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-3f4de16e-d1ef-42f1-af5b-758df949b7bf.html?p=0

Cuore artificiale, fisico potenziato. L’ibridazione continua. E ancora una volta, ci chiediamo se sia ancora sensato chiamare certe idee “fantascienza”, o non sia meglio etichettarle semplicemente come “prescienza”.

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Nuovo articolo su www.dkp.it

ottobre 1st, 2010 · Senza categoria

L’argomento è solo collaterale al tema di “Noi, robot”. Vi consiglio tuttavia di leggere l’articolo “Semplificazione con riserva”.

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Secondo aggiornamento online!

settembre 29th, 2010 · Senza categoria

In leggero anticipo sulle previsioni, è disponibile alla sezione Updates un nuovo aggiornamento gratuito a “Noi, robot”. Ancora una volta: scaricate, leggete, criticate!

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