Wikileaks: bolla di sapone, oppure operazione antietica?

Wikileaks: bolla di sapone, oppure operazione antietica?

Wikileaks sotto i riflettori: grande vociare, roboanti proclama, prime pagine a profusione. Ma di rivelazioni realmente importanti, finora, neanche l’ombra. Certo, si evince ad esempio la scarsa fiducia di certi ambienti del governo americano nei confronti del premier italiano Silvio Berlusconi, si possono annotare interessanti opinioni circa l’ipocondria di Gheddafi. Ma il peso politico, il delta informativo offerto, dove sta?
Il punto, tra l’altro, si trova altrove, al livello della dimensione filosofica dell’informazione, del concetto di pubblico, della categoria del politico. Le notizie pubblicate dal sito di Assange sono viziate da un problema di fondo: l’attività di un gabinetto politico deve sì essere trasparente, ma non necessariamente pubblica. Anzi, verrebbe probabilmente da proporre uno scambio di parole: “necessariamente non pubblica”. Non possiamo pensare, in un’ottica di democrazia rappresentativa, che ogni singola valutazione che non sia atto squisitamente decisionale, risoluzione governativa, venga esposta alla valutazione di chiunque.

L’agorà politica è altro, almeno oggi come oggi. Plausibile che la rivoluzione telematica porti a una trasformazione profonda del concetto stesso di democrazia e alla mutazione dei meccanismi di intervento della cittadinanza globale nelle questioni direttamente governative, ma prima bisogna appropriarsi di una dimensione civica del vivere nel regno della collettività telematica – bisogna in primis universalizzare l’accesso, e fornire un’alfabetizzazione di massa, altrimenti di fatto si configura una situazione di oligarchia, o peggio, tecnicale – cosa che ancora è di là da venire. Oltretutto, esiste la funzione del mandato politico non soltanto per una ragione puramente numerica, legata all’ordine: il concetto di rappresentanza, come quello di professionismo politico, esistono anche a causa del fatto che gli strumenti culturali di massa non rendono sempre possibile una valutazione ponderata di specifici dati sensibili, di determinate nozioni, di certe informazioni, di complessi meccanismi pertinenti alla sfera della diplomazia e delle relazioni internazionali – sono altri i generi di informazione che sarebbe lecito pretendere di conoscere, ad esempio (tra gli altri) dati specifici relativi ad azioni che violino specifiche carte costituzionali, determinati diritti, o programmi e linee guida dei singoli governi.

Esporre brutalmente tutto questo, in maniera non mediata, al puro ludibrio pubblico (di altro non si deve parlare, dato che il 99% delle informazioni che emergono sono di ardua decrittazione) significa semplicemente fomentare in modo scriteriato le passioni estemporanee, generare onda d’urto caotica, peraltro facilmente cavalcabile da chiunque abbia un minimo di furbizia. Gesto, questo, che appare maggiormente consonante al più bieco populismo qualunquista – insomma, si tratta della dinamica massimalista che spesso ha dato, storicamente, il via a perniciose, se non tragiche, tirannidi. Il rischio è che lo spazio pubblico diventi un indistinto far west. E una società dove tutto gravita sullo stesso piano di esposizione non pare troppo attraente.

Detto questo, anche giornalisticamente l’atto appare una sorta di autogol, dato che la mole di informazioni irrilevanti genera un allarme complessivo il cui rumore di fondo si fa talmente alto da coprire sia la risonanza dei pochi documenti di reale peso, sia la possibile eco di nuove rivelazioni future – insomma, il rischio potrebbe essere quello di aver gridato, sostanzialmente, al lupo.

Che poi il web sia un mezzo di smascheramento, pare decisamente non sia mai stato un segreto.
Se questo, poi, rappresenta l’antipasto di scoop futuri di maggior interesse, sembra incomprensibile il motivo (o per lo meno, la giustificazione etica) per cui sono stati pubblicati prima questi. Il rischio, insomma, potrebbe essere che si tratti di una semplice strategia ricattatoria – mostrare il potere mediatico e politico che Wikileaks potenzialmente possiede – tratto, questo, proprio degli scontri tra poteri forti, o degli equilibri del terrore. Anche e soprattutto considerando il fatto che Wikileaks, sostanzialmente, appartiene – su un piano decisionale – a una ristretta minoranza di persone che fanno capo ad Assange. In altre parole, ci troveremmo di fronte alla dimostrazione del fatto che un solo uomo ha i mezzi per tenere sotto scacco – con la minaccia di smascherare ben peggiori nefandezze – interi governi. Questo mi pare assolutamente pericoloso.

In ultimo, l’atto odierno trasformerebbe poi l’esplicitazione di eventuali documenti di maggior peso in un imperativo categorico: in base alla deontologia giornalistica, scoperchiato il vaso di Pandora, non esisterebbe una argomentazione valida per non offrire il vero al pubblico ormai pungolato, inoltre se questo “vero”, se questo sommerso non fosse reso pubblico, tutto quello che sapremmo sarebbe che informazioni realmente rilevanti sono sotto la sola giurisdizione di un singolo uomo, non solo complice nell’occultamento del vero, ma soprattutto in grado di decidere in base al proprio discrimine se e come indirizzare una massa: prassi tipica di colpi di stato e becere forme di fascismo. Dopo questo antipasto, se di questo si tratta, se Assange sa, deve dire: e se dice, disintegra il concetto di democrazia rappresentativa, se non dice, sta semplicemente usando il ricatto come strumento di influenza politica dell’uno sui tanti.
Insomma: Assange potrebbe essersi chiuso in un vicolo cieco etico.

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