Riflessione post-radiofonica su “S1mone” di Andrew Niccol

Riflessione post-radiofonica su “S1mone” di Andrew Niccol

Colgo l’occasione dalla settimanale conversazione radiofonica con Alfredo Angelici (che potete seguire ogni venerdì alle 14:00 su Ecoradio – www.ecoradio.it) per tornare in breve sulle rilevanti, ancorché non del tutto nuove, intuizioni di Andrew Niccol in “S1mone”, interessante pellicola fantascientifica del 2002 interpretata da Al Pacino e dalla semisconosciuta (tanto che la promozione del film per lungo tempo fece credere al pubblico che si trattasse realmente di un’attrice virtuale) Rachel Roberts.

Il tema del doppio digitale non è nuovo, nella fantascienza, e basterebbe far riferimento alla grande tradizione dei “simulacri” dickiani per trovarne alcuni importanti esempi. Ciò che nella storia del regista Ed Taranski (Pacino, per l’appunto) stupisce, in effetti, è l’innovativo spunto di riflessione che trasla quanto seminato da Oscar Wilde nel “Ritratto di Dorian Gray” in un’ottica tecnologicamente contemporanea: l’attrice simulata, nel film, giunge a trasformare completamente la vita del suo creatore, divenendo sostanzialmente, più che una sua semplice estensione, il baricentro della sua stessa esistenza.

Il risultato che ne consegue è che la coscienza di sé del regista viene entra in collisione con il decentramento del nucleo vitale, lo spostamento di fasi fondamentali della dimensione spirituale: a coagulare attorno a sé il feedback del prossimo, così importante nella creazione perpetua della propria sfera personale, della propria autocoscienza, smette di essere il soggetto decisionale reale, e diviene l’estensione virtuale. Che assume, così, una centralità tale da depauperare il soggetto reale di “blocchi” del suo essere che fino a quel momento erano stati considerati necessariamente aderenti a lui.

C’è una sorta di stiramento, una redistribuzione dei processi emotivi e psicologici su un asse teso tra due poli (Taranski e S1mone) che divengono via via più equipotenti, laddove, invece, l’attrice digitale doveva essere, nell’idea originaria, una semplice emanazione secondaria, una sovrastruttura astratta e labile, totalmente dipendente dal suo generatore. Invece, la giovane e bellissima creatura informatica diventa, da maschera, interfaccia, e quindi soggetto pienamente investito di reale consistenza dal riconoscimento universale tributatole dal resto del mondo – lo stesso riconoscimento universale di cui, proporzionalmente, viene deprivato Taranski. Il quale, tuttavia – e questa è una novità – produce un creatum dal nulla, solo attraverso l’uso di strumenti che sono pura invenzione umana, superando così, con il conseguente senso di trionfale ebbrezza, la soglia prometeica che storicamente rappresenta un vergognoso limite umano.

Taranski, insomma, genera l’altro da sé – in un modo sostanzialmente involontario, dato che questo creatum diventa, appunto, altro, senza che ci sia spinta volontaria verso questo traguardo da parte del regista demiurgo. In altri processi squisitamente umani – come ad esempio quello attoriale – l’altro da sé è generato attraverso il “mezzo uomo” e sull’uomo, come sostrato, ricade, rappresentando in questo senso una generazione demiurgica solo parziale, dato che l’hardware di costruzione è pur sempre umano, e umano è anche il percorso di trasformazione, sia esso un puro iter intra-personale, sia un viaggio relazionale sulla strada che lega attore e pubblico. In questo caso, invece, il processo è completo perché coinvolge un artefatto (l’hardware informatico) e produce un ente virtuale che giunge addirittura a godere, infine, di una (quasi) piena dignità ontologica potenzialmente continua e definitiva (ben oltre i limiti, per esempio, dei casi letterari di “personalità doppia”, le cui espressioni si escludono temporalmente a vicenda).

In ultimo – e su questo mi sono già parzialmente soffermato nelle pagine di “Noi, robot” – risulta interessantissimo notare come nel film si offra un esempio lampante di quel “rovesciamento di Gehlen” cui spesso si fa riferimento nei termini del rapporto uomo-tecnologia: la generazione di un creatum come S1mone impone delle nuove responsabilità, in Taranski, e in virtù della sua impreparazione, della sua inadeguatezza rispetto ad esse, produce in lui delle difficoltà, delle idiosincrasie, degli inceppamenti. In fondo, costruire un nuovo soggetto che abbia aspetto, personalità (fittizia) diversa da quella del creatore, ecc., produce dei feedback diversi e richiede al creatore stesso di gestirli in modo adeguato.

E questo, in fondo, accade già oggi in tanti sensi, anche quotidianamente: come la tecnologia che rende possibile il volo spaziale richiede, di fatto, nuove capacità performative al soggetto che voglia essere astronauta (che diviene così più che una professione, un “profilo”, un “carattere”), la tecnologia che ci permette, ad esempio, di ringiovanire il nostro aspetto – sia attraverso un avatar che per mezzo di mezzi medici – richiede poi che le nostre strutture non modificate sappiano offrire performance, autocoscienza, modi d’essere compatibili con il nuovo aspetto. Una bella responsabilità, per l’appunto. Perché essere all’altezza della nostra tecnologia diviene progressivamente sempre più difficoltoso, sempre più frequentemente.

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