Constatare la realtà del virtuale, per scegliere il reale non virtuale

Constatare la realtà del virtuale, per scegliere il reale non virtuale

Mi trovo, casualmente, ad affrontare discorsi complementari sul virtuale partecipando a discussioni su due bacheche FB disgiunte. Da una parte si parla della distanza tra sogno reale e sogno diurno, ad occhi aperti. Dall’altra di empatia, voyeurismo e del piacere – mi si passi il termine – di pubblicare foto di bambini straziati dalla guerra.

Comprendo, al contempo, per vie differenti, due cose.

A fronte del fatto che “i sogni di notte e quelli di giorno non sono la stessa cosa. È un po’ come incontrare donne con le fotoprofilo bellissime” (dice Sergio Donato), capisco che la mia sindrome derealizzativa, l’annullamento (anche filosofico) delle barriere ontologiche tra reale e virtuale su cui ho fondato la mia weltanshauung, è completamente dovuta al tentativo di restituire continuità tra le due fasi del sogno – quella propriamente onirica e quella legata a sublimazione e desiderio. Il mio è sempre più chiaramente un bovarismo 2.0.

Mentre spronato a notare che molti hanno “davvero così bisogno di ‘guardare’ per rendersi conto di che cazzo è una guerra, o di cosa significhi dolore” (tuona Giada Momo Matricardi), mi rispondo che il punto non è tanto “la guerra”, ma la sublimazione che porta all’alleggerimento etico ed estetico della nostra esistenza. Su questo, rifletto molto. E purtroppo le mie analisi portano a risultati ‘normativamente’ controtendenti alla mia volontà. Cioè, anche se questo significa posporre il virtuale nella scala dei valori, scegliere che se anche è realtà diversa, ma pur sempre realtà, ha qualcosa di ancora talmente secondario da DOVER essere ricacciato sullo sfondo della vita. E lo dico con un certo rammarico, perché la generazione di una nuova ontologia era un orizzonte che mi pareva quasi salvifico, mentalmente.

I due discorsi sono speculari, e puntano entrambi all’indebolimento etico del valore (ragionevolmente, e fondatamente) ontologico del virtuale. Che esiste ma trova forse, in ultima analisi, una sua più alta nobiltà nell’essere accettato e quindi rifiutato, in una sovrapposizione di ethos e ratio puramente analitica (e quindi descrittiva, non normativa) che, come capita troppo spesso, finiscono per scontrarsi in modo insolubile. E forse ovvio, data la natura diversa delle due funzioni: natura che spesso non comprendiamo pienamente, o più probabilmente dimentichiamo nell’atto di osservare.

One Reply to “Constatare la realtà del virtuale, per scegliere il reale non virtuale”

  1. La rete è un vendificio.
    Basterebbe questo per spiegare la tua deludente deriva bovarista 2.0.
    La vendita è connaturata all’esistenza virtuale. Mercati immediatamente riconoscibili ma anche investimenti a lungo termine sull’immagine e coltivazioni in serra di acquirenti da far fruttare fuori stagione.
    In questo universo mercatale la realtà non può essere che finzione, che spot, che promozione, che ammiccamento, che luci, che set, che chroma key, che chrome key, che Google.

    Google è il più grande supermercato del pianeta Terra.

    La rete non è degli uomini. Gli uomini, sono nella rete.

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