L’insostenibile leggerezza della prima casa

L’insostenibile leggerezza della prima casa

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Casuale, ho detto.

Lavori per dieci anni, attraversi trasformazioni, salite, cadute, fortune, frustrazioni, beffe, furti, qualche soddisfazione, ben pochi trionfi – ma qualcuno davvero gratificante – e quindi decidi, visto che proprio un bamboccione non lo vorresti essere, di fare un passo importante acquistando, con fatica e difficoltà, la tua prima casa.
Finendo in provincia, a più di un’ora dal luogo dove in teoria lavori (e quindi treni ogni giorno, pendolari, sudore, ritardi), limitando drasticamente le esigenze, giacché il mercato, altrove, è implacabile. Senza contare che quando parli con un possibile cliente, al momento di vedere i tuoi dati, anagrafica compresa, il tuo potere contrattuale – incomprensibilmente – scema.

Accendi così un mutuo a 25 (venticinque) anni, e approfitti della tradizionale regalìa paterna per rimpolpare il sontuoso anticipo richiesto (per non parlare delle spese amministrative…).
Peraltro, dato che sei lavoratore autonomo, il mutuo te lo concedono solo con garanzia scritta dei genitori, manco fossimo a scuola, ché loro sono dipendenti e quindi garantiti.
Tu no.
Tu magari un anno non vedi il becco di un quattrino.
E quell’anno arriva, manco te l’avessero tirata: c’è la crisi, il lavoro scarseggia e i tuoi introiti crollano. Ma sei stato assennato, ti ricordi bene la storia della formica e della cicala, hai risparmiato qualcosa, negandoti vari piaceri e svaghi.

E poi ci sono sempre i tuoi, cui chiedere, a malincuore (e con una certa strisciante vergogna, perché tutto era partito dalla volontà di dimostrare che non sei un bamboccione!) un aiuto per superare il momentaccio.

Tra mille fatiche e peripezie, riesci a tornare in sesto e procedere producendo e progettando. Più spesso solo progettando, perché i tempi geologici tipici delle organizzazioni (pubbliche e private) italiane spesso condannano al limbo idee, buoni propositi, intuizioni vincenti.

E una mattina, dall’Agenzia delle Entrate ti fanno sapere che quella casa, però, stando alla tua denuncia dei redditi di quell’anno nero, tu mica te la potresti permettere. Teoricamente manco potresti pagare l’assicurazione antinfortunistica che hai stipulato anni prima.

Che forse ti sei sbagliato, eh, ma che è il caso che tu la riveda, la denuncia dei redditi di quell’anno nero. Perché, chissà, ti sarà sfuggito qualcosa. Poi, certo, se i sospetti non dovessero essere fugati, starà a te dimostrare che sei innocente. Non ad altri che tu sia colpevole. E pace se, che so, nel frattempo tu dovrai versare fiumi di dollari nelle tasche di commercialisti (o, peggio, avvocati), spendere capitali in spostamenti e valori bollati. Se dovrai rinunciare a lavori retribuiti perché magari quel giorno sei rinchiuso in qualche labirintico ufficio.

E se casualmente i plotoni di burocrati che ti tengono d’occhio potranno spulciare tra ogni tua spesa privata, scoprendo che due anni prima hai dilapidato una fortuna per fare finalmente, dopo un migliaio di email promozionali ricevute, un penis enlargement – che a quanto dicono non dovrebbe essere illegale.

Ma senza ansie, eh, è solo un avviso.
Però, adesso, la lente è ben piazzata su di te.
E su quella folle, scriteriata spesa chiamata “prima casa”.

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