Se questo universo non fosse esistito, questo universo non sarebbe mai esistito.

Se questo universo non fosse esistito, questo universo non sarebbe mai esistito.

Chiariamolo una volta per tutte: la scienza non può spiegare tutto.

Esistono frazioni della realtà che, anche supponendo un progresso infinito delle nostre conoscenze scientifiche, un affinamento illimitato delle nostre capacità analitiche, delle nostre strumentazioni tecnologiche, saranno sempre, inequivocabilmente, negate alla nostra conoscenza. Anche perché, nota a margine, esistono infiniti più densi. Comunque. E ci sarà sempre quel maledetto punto in cui la nostra struttura genererà un paradosso, e sarà necessario saltare su un paradigma superiore, per suturare la crepa.

Mettiamoci il cuore in pace.

Chi ce lo ha detto? La scienza, proprio lei. Ce lo ha ribadito, specie nell’ultimo secolo, a ogni pie’ sospinto, tra indeterminazioni, incompletezze, e via dicendo.

Proprio il fatto che sia essa stessa, umilmente, a limitare il suo dominio, dovrebbe farci capire che una tale affermazione non rappresenta una sua sconfitta. Anzi.

Per questo, qualunque sia il grado di evoluzione delle nostre teorie, non sarà mai possibile eliminare – almeno stando al nostro concetto classico di causalità – un’ulteriore “perché?”.

Qualunque teoria, esplorata in modo capillare, genererà sempre un senso di insoddisfazione, perché essa sarà una descrizione completa e conclusa, ovvero un sistema logico, con degli assiomi, dei teoremi, delle espressioni pratiche, a fronte di un universo che percepiamo come aperto e continuo. L’amaro in bocca lo avremo sempre, comunque: quando qualcuno ci dirà che l’universo, sostanzialmente, è figlio di una fluttuazione quantistica sorta dal nulla, ci chiederemo cosa accadesse prima – sapremo che non esisteva un prima, perché il tempo, semplicemente, non era. Ma immagineremo comunque un passo causale precedente, o meglio: un sistema più grande. Un perché di ordine superiore. Molti ricorrono a Dio – a un certo punto, quasi tutti – altri, semplicemente, si accontentano di dire che plausibilmente esiste un sistema teoretico che probabilmente include l’attuale. E che ce n’è uno che include anche quello. Possiamo chiederci il perché di qualunque cosa (e non necessario non equivale a falso – il che col privilegio dell’eternità apre molte opportunità), compreso Dio.  Così via, all’infinito – senza dover pensare che esista una causa prima, ma metabolizzando il concetto di infinità come elemento dell’essere (ma comprendo che sia difficile assorbire come ente, anzi, come categoria dell’esistenza e quindi del pensiero, l’infinità: in fondo Cantor perse la testa più o meno per questo). Non esiste un punto d’arrivo: il punto, di fatto, è esso stesso coincidente con il tutto, che è infinito.

Paradossalmente, questa è una delle nostre grandi fortune: perché è una delle più squisite e profonde forme di libertà. Possiamo questionare tutto

Tuttavia, agli occhi di un numero piuttosto nutrito di persone, anche all’interno delle comunità scientifiche, questa apparente indecisione della Scienza, questa – chiamiamola così – debolezza, rappresenta un fulcro su cui fare leva per reintrodurre una domanda tanto antica quanto perniciosa: perché tutto, nell’universo, si è svolto in modo così splendidamente perfetto per permettere la vita? Per consentire a noi di interrogarci? Come mai la nostra tanto potente scienza – cito Robert Lanza, e il suo “Biocentrism”, ed. Benbella – non è ancora neanche lontanamente in grado [sollevo qualche dubbio, personalmente, su questo nda] di spiegarci la bellezza di un tramonto, il miracolo dell’innamoramento, il sapore di un pasto delizioso (sic.)?

Cercherò di essere il più sintetico possibile, perché d’altra parte, queste domande, e le spiegazioni logiche che cercano di dimostrarne la sensatezza, sono semplicemente un assurdo, per un semplice motivo: perché le risposte ad esse sono già dichiarate. Si tratta, in altre parole, di domande puramente retoriche: perché i vocaboli scelti, così come la struttura dei quesiti, dimostrano in modo chiaro l’assunzione di una prospettiva in cui, grazie a una sovrapposizione concettuale figlia del nostro linguaggio e del nostro senso comune, il concetto di effetto viene confuso con quello di fine, mentre il dominio della scienza viene confuso con quello dell’estetica – l’inserimento surrettizio di categorie non scientifiche come il bello, il miracoloso e il delizioso dovrebbero quantomeno suonare come un allarme.

Parrebbero distorsioni banali, ma evidentemente il fantasma del principio antropico non è stato ancora definitivamente scacciato.

Che cosa significa esattamente chiedersi per quale motivo l’universo (che, ricordiamolo, non è semplicemente un grosso spazio con tanta roba dentro, ma è prima di tutto un insieme di leggi fisiche) sia così ben tarato per permettere la vita?
Perché di fatto, ci sono pochi dubbi: lo è. Problem solved.

Il punto però è che “la vita”, per noi esseri senzienti concetto tanto straordinariamente importante – vorrei ben dire: è roba nostra! – è una proprietà come molte altre. Solo che siamo abituati, per ragioni antropologiche, più che scientifiche, a considerarla una proprietà speciale. Certo, la vita è complessa, è straordinaria, meravigliosa, unica (in gran parte, siamo di nuovo nel territorio dell’estetica, o eventualmente dell’etica), ma in senso strettamente logico, potremmo considerarla una delle tante proprietà dell’universo. Potrei chiedermi per quale motivo tutto sia così straordinariamente tarato affinché la velocità della luce sia di circa 299 792 km/s, per esempio. E se fosse stata di 174 902 km/s, mi sarei chiesto: “Perché tutto è così tarato affinché sia così?”.

La verità è che qualunque evento ha una serie di altri eventi (calcolabili, osservabili o meno: questo è un altro problema che non posso affrontare qui) che possiamo ritenere cause (e anche qui: potremmo discutere a lungo sul concetto di causa, ma per ora teniamo buono quello classico): una volta verificatosi, possiamo chiederci perché il percorso causativo sia stato proprio quello e non un altro. Ma questo non significherà, a meno che noi non consideriamo quell’evento qualcosa di speciale, individuare in esso una finalità. Se gioco a biliardo e tiro una palla nel mucchio a caso, genererò una serie di impatti e una nuova configurazione delle palle sul tavolo verde: potrò mettermi nella posizione di ognuna di esse e chiedermi “Perché la sequenza di urti è stata proprio quella che mi ha permesso di essere qui?”.

La risposta di chi continua a sostenere che l’universo sia, in effetti, organizzato al fine di produrre la vita – o che comunque essa non sia un accidente – è duplice.

In genere, si tende a dire che sì, la vita è una proprietà speciale, e che in fondo l’esempio delle palle da biliardo non ha molto senso, perché le palle da biliardo non pensano – noi, invece, sì. Insomma: il punto è che è stata generata una proprietà che permette a chi ne è in possesso di interrogarsi su di essa.

Provo a rispondere a entrambe.

La vita è una proprietà speciale.

Sia chiaro: la vita è grandiosa. Anzi: miracolosa. Ma qui parliamo di scienza, non di estetica, ripeto. Al di là della sua bellezza, le cose che la rendono unica, scientificamente, sono la sua incredibile complessità (o meglio: la complessità di fattori che l’hanno resa possibile), e l’ampio margine di sue caratteristiche che ancora non sappiamo descrivere, figuriamoci spiegare. Peccato che nessuno di questi due aspetti ci autorizzi a ritenere oggettivamente la vita talmente speciale da essere inequivocabilmente il centro in cui piazzare il nostro punto d’osservazione: è vero infatti che per quanto ne sappiamo SOLO in questa realtà, con queste leggi fisiche, essa potrebbe esistere, ma questo vale anche per praticamente qualunque altra cosa del nostro universo – per dire, senza queste leggi fisiche, il Grande Carro non avrebbe quella forma. Ed è anch’esso abbastanza unico. Da domani, possiamo considerare la finalità dell’universo e della fisica quella di dare alla detta costellazione la caratteristica forma di carro. Non lo faremo, perché a noi, francamente non frega granché di come sarebbe stato l’universo senza Grande Carro.
Eppure sarebbe stato molto probabilmente completamente diverso, così come lo sarebbe stato senza vita. E quanto al fatto che molto, di come la vita funziona, ci sfugga, beh, questo è uno dei problemi delle scienze: hanno i loro tempi. E non è assolutamente detto che un giorno – in fondo esistiamo da poche migliaia di anni – si scopra qualcosa di ancora più sorprendente e misterioso, quasi magico, della vita. Magari qualcosa che permea l’universo e che non vediamo, né conosciamo, ma risulta essere praticamente ovunque…tipo la materia oscura.

Le palle da biliardo non pensano.

Posso dire con certezza che questo vale per un sacco di gente.
Posso dire che nessuno ci garantisce che non esiste qualcosa di analogo al pensiero, ma di cui non siamo al corrente, e che abbia basi fisiche completamente diverse.
Posso dire che il concetto di vita è figlio di una definizione prodotta dagli stessi soggetti viventi, che quindi dipende dalla loro capacità di analisi e produzione di senso. Quindi è comunque figlio di una prospettiva specifica e coincidente con l’oggetto dell’analisi.
Posso dire che ritenere il nostro pensiero e la nostra vita l’esempio più alto e magnifico del creato rappresenta un errore, perché premette un grado di conoscenza e comprensione dello stesso obiettivamente sovradimensionate.
Posso anche dire che “la vita” è un concetto molto complicato, e non è assolutamente detto che una volta creati gli organismi monocellulari, fosse automaticamente necessario (a meno di non presupporre un tempo infinito, in cui tutto il possibile si realizza: ma questo taglierebbe la testa al toro, perché anche la vita in senso lato diventerebbe un ovvio), inevitabile, che comparissero da qualche parte dell’universo esseri in grado di chiedersi: “Perché proprio io?”.
Potrei dire tutto questo, ma non è in fondo necessario. Nell’analizzare il problema, la nostra facoltà di pensare è un dato ineliminabile: non abbiamo altri strumenti, anche nella simulazione d’oggettività che proviamo a mettere in piedi ogni volta che facciamo esercizio d’astrazione, per creare descrizioni, modelli, per porre postulati e stabilire regole inferenziali. Di fatto, nella nostra stessa attività c’è, fattualmente, un’ineliminabile affermazione di prospettiva: praticamente anche solo cominciando ad analizzare il problema, abbiamo già piazzato la nostra bandiera. Quella bandiera è appunto il pensiero stesso.
Unico mezzo per cercare di recuperare un equilibrio nell’osservazione è rimuovere quell’ancoraggio, altrimenti ogni processo si riduce a una contraddizione in termini – e non circa la vita: circa l’esistenza stessa della ragione che permette anche agli assertori dell’universo finalizzato di argomentare, anzi: anche semplicemente enunciare, le loro tesi.
Se non siamo disposti a promuovere un esperimento ideale in cui si possa simulare non già il possesso di una mente e lo sviluppo di pensieri, ma la semplice enunciazione della domanda “Perché al termine di tutti questi eventi accade proprio questo?” anche ad altri enti dell’universo (per esempio, la palla da biliardo), siamo costretti a ritenere questa diatriba priva di uscite.
Da un punto di vista logico, infatti, ci sarà sempre il cortocircuito dovuto al fatto che uno degli strumenti inferenziali è parte della tesi stessa. Non è consentito.
Ma l’avevo detto all’inizio: c’è sempre un paradosso dietro l’angolo, c’è sempre un punto in cui servirebbe uno strumento diverso, esterno al nostro sistema inferenziale, c’è sempre questa maledetta incompletezza.

In ultimo, è comunque vero – e qui concludo – che tutto ciò che possiamo affermare è che se cambiassimo la pur minima caratteristica fisica di questo universo – per dire, se l’interazione nucleare forte fosse anche solo dell’1% più debole – la vita non esisterebbe. Ma vita è un nostro concetto: ovvero, è prodotto degli esseri umani. Che esistono grazie a queste leggi fisiche così uniche.
In altre parole: non esisterebbe questa vita, anzi, non esisterebbe questa cosa che noi chiamiamo vita.
Nessuno di noi saprebbe però dire cosa sarebbe accaduto in passato se l’interazione nucleare forte fosse stata appunto inferiore dell’1%: sappiamo per certo che questo universo – e quindi la vita – non si sarebbe mai formato, ma non abbiamo alcun modo di stabilire (a meno di non voler suonare come una versione drogata di ego di Laplace, e impugnare la bacchetta magica del determinismo assoluto) cosa ci sarebbe stato al suo posto.
Magari in un certo lasso di tempo (lo so, non dovrei parlare di tempo, ma la lingua mi mette a disposizione solo certi concetti: bella fregatura) sarebbe emerso, da qualche parte, un ente in grado di percepirsi come fine ultimo di quell’incredibile serie di coincidenze chiamata universo.

O, magari, c’è già, in qualche sperduto punto del pluriverso. Ma qui sto solo giocando.

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