Scienza e trascendenza – note estemporanee figlie della privazione del sonno

Scienza e trascendenza – note estemporanee figlie della privazione del sonno

La fisica quantistica, ci dice Seht Lloyd del MIT, è semplicemente controintuitiva.

L’impianto ipotetico che sta alla base della teoria delle stringhe, peraltro estremamente cangiante, include al suo interno una serie di elementi (logicamente coerenti, e quindi teoreticamente consistenti, sia chiaro) e proposizioni la cui natura è smaccatamente lontana sia dal senso comune (e fin qui tutto sommato non ci sarebbe nulla di strano), ma anche dalla possibile verifica sperimentale. Si tratta di una teoria ancora in fase di sviluppo, sottoposta a un dibattito interpretativo arcigno, ma soprattutto finora è una teoria che, laddove posta sotto esame, ha dimostrato di essere così straordinariamente complessa da non poter ancora coniugare compiutamente due aspetti necessari alla sua piena accettazione nel novero della scienza: descrivere la realtà e fornire delle predizioni sul suo funzionamento.

Perché di fatto, anche se parliamo di enti straordinariamente lontani da noi – perché infinitamente grandi, infinitamente piccoli, infinitamente distanti nel tempo o nello spazio – stiamo pur sempre parlando di una realtà fattuale che consideriamo assolutamente concreta. Sappiamo che esiste, e presumiamo (altrimenti arrivederci scienza) che abbia delle leggi, che i suoi comportamenti siano almeno per la maggior parte subordinati a degli schemi, delle concatenazioni di eventi – se Dio gioca a dadi con l’universo, lo fa solo un po’: ma quei dadi devono avere un numero predefinito di facce, forma cubica, ecc.

Per tutto il resto, fino ad oggi, c’è sempre stata la metafisica: oltre il sensibile, oltre l’immanente, abbiamo sempre situato (prodotto?) delle grandi, variabilmente complesse, architetture noumeniche, talore sconfinanti nel teologico. Tali costruzioni sono sempre state prodotto di un’esplorazione raziocinante, se non squisitamente razionale, delle nostre strutture cognitive, dei nostri spazi astratti, dei grandi insiemi di informazioni intuitive raccolte in millenni d’esistenza e osservazione.

Per questo anche la metafisica ha sempre mostrato dalla sua una radice analitica e argomentativa che la rendeva passibile di dubbio, discussione, tentativi di consolidamento o smantellamento.

Cioè: non dobbiamo confondere la metafisica con il libero e fantasioso (oltre che spesso autocontraddittorio, in quanto assolutamente scatenato) peregrinare dell’immaginazione.

Veniamo da secoli in cui le scienze sono state il termine medio tra la nostra esperienza quotidiana e lo straordinario mondo dei noumeni: pur caratterizzate da una complessità e una dimensione fine molto spesso esclusa alla portata dei nostri sensi, esse per i loro primi secoli di vita hanno operato in sostanziale accordo con la nostra intuizione. E non è un caso, visto e considerato che il metodo scientifico si basa su osservazione e falsificazione, due attività che richiedono la presenza di una coscienza esperente, e quindi in grado di operare dei rilievi che iterativamente possono ricondursi alle nostre capacità logiche elementari – per quanti siano i passaggi richiesti.

La ragione ha prodotto – o scoperto? – un armamentario metodologico che è allo stesso momento un codice formale e un’interfaccia osservativa e interpretativa: la matematica, con la strettamente imparentata logica (i due sistemi sono in gran parte intersecati, possono cooperare o descrivere in modi alternativi ma altrettanto validi e compatibili lo stesso fenomeno).

Però ora scopriamo che una teoria fisica – e quindi scientifica, e quindi formalizzabile attraverso logica e matematica – può essere controintuitiva. Occhio, non nel senso che i percorsi che descrive sono particolarmente complessi e si dipanano in un modo inatteso secondo il senso comune: questo infatti accade con una certa frequenza, per esempio se pensiamo a un caso classico e universalmente conosciuto come quello della caduta di due gravi. L’intuizione ci porterebbe a dire che quello più pesante cade necessariamente in modo più veloce. Sappiamo che non è così.

La controintuitività di cui parla Lloyd è più profonda: non riguarda il fenomeno, né il percorso logico che dal pool di assiomi e ipotesi porta ad esso. Riguarda piuttosto i principi generali. La fisica quantistica, almeno nella sua interpretazione di Copeaghen, che è quella ad oggi accettata, è controintuitiva nel senso che per affermarsi porta a dover ridefinire o reinterpretare quelli che sono dei fondamenti assoluti della nostra costruzione teoretica, e lo fa in direzione opposta a quello che il nostro intuito (ovvero la nostra esperienza diretta, genitrice atavica dei nostri postulati) si troverebbe a dover accettare.

Inoltre, scopriamo che un’ampia costola della comunità scientifica sta indagando sull’universo, nel tentativo di far collimare quantistica e gravitazione, in modo arditamente lontano dai concetti di osservabilità: sta elaborando i prodotti delle nostre capacità astrattive in modo eminentemente teorico, li sta combinando, li sta mettendo in relazione formale coerente senza che sia realmente possibile – ad oggi – offrire una verifica o una non-falsificazione veritativa decisiva.

La causa di un siffatto processo si trova nella straordinaria leggerezza dell’astrazione. Pur dovendo sottostare alla stringente leva delle controargomentazioni logiche o matematiche (che peraltro ne condividono le radici, il DNA), l’indagine analitica astratta ha dalla sua una velocità di elaborazione che in quanto disincarnata – ovvero indipendente dalla pura contingenza della nostra corporeità di strumenti di rilevazione, ma anche di centri cognitivi – supera di molto quella più strettamente inchiodata alla continuità sperimentale (posto che a un certo punto, per considerare una teoria propriamente scientifica, il momento sperimentale deve giungere, e dare risultati soddisfacenti).

Se la ragione intesa come disposizione naturale, come potenzialità cognitiva, è quindi stata in grado di elaborare, a partire da rilievi empirici (e quindi induttivamente, almeno in una fase iniziale, e in accordo con l’intuizione), un sistema di postulati sui quali si è fondata un’architettura gigantesca e sostanzialmente sottoposta ad una critica teorica che in ultima analisi è piuttosto una autocritica (gli strumenti di revisione sono interni al sistema, e laddove afferenti a un sistema considerato esteriore, sono comunque razionali – e richiedono iterativamente il ricorso ad un mezzo di verifica esterno: non esiste quindi alcuna possibile certezza, né certificazione, ultima), dobbiamo al contempo prendere atto che essa dato alla luce un ente in grado di chiederle una rilettura, forse addirittura una trasformazione se non in un certo senso un rifiuto, di alcuni dei suoi caratteri precipui, quelli intuitivi.

Questo tipo di processo l’abbiamo già visto. L’abbiamo incrociato quando ci siamo soffermati a osservare il rapporto tra natura e cultura, o più specificamente tra natura e tecnica (la differenza sta nel fatto che la tecnica è sicuramente prodotta, mentre un oggetto come la matematica continua ad essere in tal senso di difficile definizione): la straordinaria potenza generativa di cui abbiamo caricato la tecnica, nel tentativo di risolvere problemi, ovvero rimediare alle nostre incompletezze, è responsabile di una stessa sua estensione di dominio tragicamente più veloce rispetto alle capacità dell’uomo di accordarsi coi suoi prodotti. La tecnica – come l’astrazione – è troppo veloce, leggiadra: può permettersi di precorrere il cammino umano in virtù della solidità delle sue strutture interne. In altre parole, la natura sta alla ragione come la tecnica sta alle scienze.

Il grosso problema, però, è che mentre la tecnica – che è puramente prodotto e smaccatamente immanente – ha uno status ontologico definito, un dominio prefissato (non si sposta dal concreto, non può rivendicare, ne anelare ad, alcun tipo di assoluto), la scienza vive un dualismo esistenziale piuttosto problematico: è una descrizione coerente e funzionante del reale (ovvero di ciò che noi esperiamo come tale, non si sfugge: qualunque sia la nostra capacità di astrarre, essa si fonda su capacità osservative nostre, su strutture cognitive nostre, su postulazioni elaborate in base a osservazioni nostre), oppure può proporsi come strumento veritativo di classe superiore, andando a parlare della natura più pura e assoluta, ultima e invariabile, della realtà? E soprattutto: ammesso che sia scegliere ragionevolmente la seconda opzione, ammesso che la nostra fiducia nella solidità teoretica delle scienze sia tale, come possiamo passare oltre il chiaro paradosso generato dal succitato inghippo della sostanziale autocritica?

Probabilmente, un approccio sensato è quello di scegliere un’interpretazione debole del concetto di scienza – erodendo al contempo anche il portato mitologico di categorie quali verità e fattualità.

Considerata la scienza da questa prospettiva, allora, dobbiamo tornare sui due casi di controintuitività suddetti: possiamo dire dunque che la metafisica, in questo siderale e velocissimo (ben più della nostra capacità di consolidare sperimentalmente) processo di complessificazione dei percorsi teorici (con tutti gli annessi: ipotesi non verificabili e non intuitive ma compatibili con la logica, gap interpretativi, ecc.), ha finito per essere riassorbita da un’ipertrofica fisica ormai scomposta (ma non divisa) in due grandi ali, una decisamente coerente con la definizione debole di scienza fornita poco sopra, l’altra invece (apparentemente meno coerente con essa) trasformatasi in un (ultra)prodotto dello svincolo degli strumenti formali dalla parte più immanente della ragione (quella parte che lavora a stretto contatto con l’intuito, ma soprattutto con le nostre strutture percettive)?

Se fosse così, ci troveremmo a dover osservare una nuova disposizione dello spirito in cui la ragione si ritrae all’ombra di un gigante che è stato in grado, grazie ai mezzi di cui la ragione stessa l’ha dotato, di ergersi ben oltre le le sagome altissime e affiancate di scienze classiche e metafisica, infrangendo forse più di quest’ultima alcune barriere dell’intuizione.

In fondo, anche la tecnica aveva riassorbito la natura. 

Ora non resta che chiedersi se questo nuovo, immenso spazio creato dalla nostra fisica, così squisitamente libero, possa saldare il proprio debito col suo stigma originale: essere germinato a partire dalla ragione. 

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