Riflessioni su S. Zizek, “L’Islam e la modernità”

Riflessioni su S. Zizek, “L’Islam e la modernità”

La premessa è che il libro si divide in due metà più o meno simmetriche: la seconda verte sull’analisi di stampo psicanalitico, tra Freud e Lacan, dei fondamenti dei tre grandi monoteismi e in particolare della religione musulmana, quella più imperniata sulla contraddittorietà del femminile. In questo senso, a partire dalla annotazione sull’importanza di ciò che è spettrale, incoffessabile e ‘rimosso’, in un culto (che è ciò che ci fa diventare membri di una comunità), e dal rilevamento di una serie di interrelazioni in cui Ebraismo/Genealogia, Cristianesimo/Paternità, Islam/Orfanità, i tre punti chiave sono i seguenti.

 1)      L’Islam è una religione non istituzionalizzata. E’ paritaria, ma sotto un potere trascendente, e questo fa collassare la non-strutturazione nella dinamica statuale: cosicché l’insieme dei fedeli si riconosce e si lascia ordinare e organizzare da uno stato che è necessariamente confessionale;

2)      l’Islam prende le mosse da una logica anti-sacrificale per quanto riguarda la lettura del sacrificio di Isacco: Abramo avrebbe interpretato male la parola di Dio, cioè il suo sogno; in questo settore, tuttavia, si colloca anche l’assenza di margine simbolico, frutto di una repentina apertura alla modernizzazione occidentale;

3)      l’Islam vede in ruolo paradossalmente centrale la donna – interessante in questo senso la progressione generativa tra Agar, la schiava ingravidata da Abramo, e Sarai, sua moglie: il figlio della carne precede quello dello spirito, in una successione che sembra simbolicamente manifestare una regola universale.

Il punto 3 è il più interessante di questa seconda sezione (in cui rientra anche il concetto di maschio-desiderio diretto, femmina-desiderio di desiderare/imitazione isterica del desiderio, riconducibile a Lacan), piuttosto arbitraria in alcuni percorsi deduttivi. Scopriamo che la donna (nella figura della moglie di Mosè che svela l’Arcangelo Gabriele proponendo al suo uomo di guardarla nuda, per sapere se lo spirito si girerà o rimarrà a guardare svelandosi come demoniaco) è intrinsecamente bene e male: è colei che sa e vede, è colei che conosce in modo diretto (ha il sapere, di fatto), ma è anche l’incarnazione di un vizio, di un nascondimento menzognero, di una provocazione – è uno ‘scandalo ontologico’.

L’Islam buono e l’Islam cattivo, in questo senso, sono inscindibili.

Zizek ci fa anche notare, incidentalmente, che la proibizione del velo è un divieto di identità, più che di un gesto. E’ una deistituzionalizzazione e in questo risiede tanto la sua opinabilità morale quanto la sua scarsa efficacia.

 La prima metà del libro, invece, pone in forte correlazione il (declinante) spirito della modernità liberale e la (furente) ascesa del fondamentalismo. Zizek cita Nietzsche e Yeats (“I migliori difettano di ogni convinzione, i peggiori sono colmi d’appassionata intensità”) per vincolare i due fenomeni, che tuttavia sono concomitanti temporalmente ma non legati, stando alle parole del filosofo, da alcun nesso realmente causale, né da un consolidamento reciproco che vada oltre l’ovvio ‘fallimento della resistenza’ dovuto alla debolezza dell’occidente anemico – posto che nel citare Yeats Zizek scopre in modo almeno indiretto una chiara organizzazione etico/estetica assiologica: esistono dei migliori, la loro pecca sembra essere quella di essersi svuotati di passione.

Parallelamente a questo parallelismo, Zizek nota tuttavia che dietro la smodata reattività dei fondamentalismi si deve celare una forte fragilità: “Quanto fragile dev’essere la fede di un musulmano se può essere minacciata da una stupida caricatura di un settimanale satirico?”.

Questa fragilità iperreattiva unitamente all’anemia del liberalismo occidentale si situa in quell’area di indecidibilità causale in cui vanno cercate le origini dello stalinismo – secondo alcuni anticomunisti russi frutto della distruzione della vita organica tradizionale da parte dei modernizzatori occidentali (che paradossalmente sono i bolscevichi, i quali applicano a quel tessuto tradizionale prassi analitiche e obiettivi politici squisitamente europei), secondo altri prodotto di una rivoluzione avvenuta in tempo e luogo sbagliati, dato che la Russia era una nazione sottosviluppata.

Il costrutto teoretico di Zizek quindi si dimostra piuttosto labile a causa della mancanza di un consolidato percorso logico di implicazioni che lasci intravvedere la genesi del fondamentalismo nell’autocontraddittorietà del liberalismo, e anche a causa di passaggi analogici discutibili, come quando, dopo aver notato che per un musulmano (inscritto in una religione che regola il pubblico, ma non entra nel privato, a meno che non sia espresso pubblicamente) “è impossibile rimanere in silenzio di fronte alla blasfemia”, sottolinea come questo valga anche per il movimento antiabortista cristiano, e per un nugolo di altri gruppi di pensiero: anche per la sinistra liberal che si offende per l’ironia specista, o sull’Olocausto, o per l’uomo comune che in occidente tende a considerare “impossibile rimanere in silenzio”, per esempio, di fronte alla manifestazione di pratiche in uso presso altre culture (i.e. la subordinazione della donna). Il problema della costruzione teoretica di Zizek è il passare sotto silenzio la totale non omogeneità delle risposte: se a parole o stili di vita “non ricevibili” si oppone qualcosa di consustanziale, siamo di fronte a un problema interno al sistema, ma lo sconfinamento in altre forme di reazione (l’annullamento, l’annichilazione, a mezzo violenza) così estreme scombinano la simmetria espressa in quanto rappresentano una trasformazione qualitativa, non quantitativa, della dialettica di confronto. Il parallelo non funziona più e questo erode la forza della proposta di Zizek.

Che tuttavia ha vari meriti. In primis la postulazione (altro non è) secondo cui il fondamentalismo non si può sconfiggere senza un recupero del pensiero di sinistra più autentico. In secondo luogo, l’importante sottolineatura di alcuni tratti poco conosciuti dell’Islam, in cui la sottomissione a un dio è “la garanzia negativa del rifiuto di ogni altro padrone”, fatto che Zizek mette in relazione di similitudine con la difesa del mercato da parte di Hayek – riporta le parole di Sayyid Qutb: “Solo una società in cui la sovranità appartiene esclusivamente ad Allah e trova espressione nella sua obbedienza alla Legge Divina, dove ogni individuo è affrancato dalla servitù verso il prossimo, solo questa società assapora la vera libertà. [..] Una società è civile nella misura in cui le associazioni umane si fondano sulla libera scelta morale [che deve essere, ndD, verso la legge di Allah], e che una società è arretrata se il fondamento delle associazioni umane è qualcosa di diverso dalla libera scelta [passo di grande modernità, almeno in apparenza, ndD].”

Il merito più grande, tuttavia, resta quello di aver portato a galla in modo lineare e chiaro, nella costruzione del parallelismo zoppo di cui sopra, il carattere vistosamente fallace del liberalismo occidentale, che reca in sé i germi di una autocontraddizione superabile soltanto attraverso un’etica surrogata, o trascendente, oltre che un potere eterologo, e coercitivo – insomma il liberalismo, per dirla con Godel, non può dimostrare la propria coerenza, come d’altronde nessun sistema coerente può, per definizione, fare. Si deve ricorrere a elementi strutturali esterni.  

Il punto d’inizio della fase più decisiva di questo percorso argomentativo è nella presa di coscienza delle grandi zone grigie che si situano tra i poli concettuali di ‘coercizione’ e ‘seduzione’. Questa presa di coscienza è affermata al momento di rilevare come nell’Islam la seduzione (non solo tollerata, ma celebrata in occidente, e peraltro ‘componente fondamentale della mercificazione’) è considerata ben più grave dello stupro (in virtù di una generica, e chiaramente discutibile, affermazione di priorità dello spirituale sul corporale).

Queste le parole di Talal Asad:

“Nella società liberale lo stupro, la sottomissione del corpo di una persona contro la sua volontà per ricavarne un godimento sessuale, è un reato grave, mentre la seduzione – la pura manipolazione del desiderio di un’altra persona – non lo è. Il primo è una violenza, la seconda no[..]. Nelle società liberali, la seduzione non è semplicemente permessa, è giudicata positivamente come un segno della libertà individuale”.

Si tratta ovviamente di un passaggio totalmente incompatibile, alla luce della tradizione del pensiero occidentale, con i nostri orientamenti analitici – per esempio, vi si ritrova l’implicita supposizione secondo cui il desiderio è di per sé un male, l’autocontrollo un bene assoluto, l’ordine (anche sociale) prioritario, la volontà assolutamente debole e, specie nella dimensione maschile, intrinsecamente, e quindi non colpevolmente, perdente, oltre che, in sintesi, l’equivalenza seduzione=manipolazione.

Tuttavia nella critica radicale, al netto dell’estremismo, si ritrova uno spunto interessante (più di tutta l’analisi, a tratti frammentaria, delle relazioni tra Islam e modernità): “[..] Il sistema liberale è intrinsecamente perverso e corrotto, dal momento che, per funzionare normalmente, deve basarsi su quegli stessi vizi che pubblicamente condanna”. Facendo un utile esercizio di relativismo (e illuminismo), dobbiamo spogliarci dei messaggi collaterali espressi con le scelte lessicali – altrimenti la perversione, in presenza di un vizio, è tautologica.

Scardiniamo la certezza della natura ‘viziosa’ assoluta di quelle caratteristiche (lussuria? Cupidigia?), il problema della corruzione si rileva comunque perché entrando nel sistema inerziale della società liberale, quelle stesse caratteristiche divengono sì vizi per definizioni interne al sistema stesso. La contraddizione in termini è dovuta al fatto che è proprio quella stessa società a offrire una morale incompatibile con le sue meccaniche funzionali. Non si discute se sia giusta o sbagliata, tale società, ma si rimarca una contraddizione interna che richiede necessariamente che si rinunci ad una delle due voci: al sistema socioproduttivo o alla sua morale interna.

Questa contraddizione interna viene abitualmente bypassata attraverso il ricorso a due mezzi di consolidamento che oppongono una forza uguale e contraria alle potenze disgregative scatenate internamente a questo conflitto, un conflitto che peraltro cresce di intensità a causa del fatto che il sistema liberale non si limita a sfruttare queste potenze (i ‘vizi’ di cui sopra), bensì, parallelamente alle dinamiche della produzione e del consumo, le promuove e le accresce per alimentare il suo moto la cui massa cresce e ha quindi bisogno di un’energia in ascesa esponenziale. I mezzi di sutura di queste fratture sono quindi:

a)      un potere coercitivo (legislativo, esecutivo o giuridico, ma non solo – e comunque sempre repressivo) utile a disarmare, ricondurre, piegare e addomesticare le derive pulsionali sempre più laceranti e poderose ingenerate dalla pratica di promozione di questi istinti utili a produttività, consumo, autonoma organizzazione interna al dominio del mercato, ecc. (come in un acceleratore di particelle utile a generare collisioni ad alta energia, le pareti metalliche devono essere robuste, solide, e i sistemi di controllo di precisione ed efficacia assolute);

b)      un’etica trascendente in grado di indirizzare, ancor prima dell’intervento delle forze repressive, o comunque organizzative, volontà e tensioni morali, disposizioni personali e volizioni. In genere, quest’etica trascendente si trova all’interno della religione, in quanto molti dei principi più vigorosi della nostra cultura (anche il ‘non nocere’, per dire), inseriti in sistemi di analisi di pro e contro estremamente complessi, labili e relativi, a livello strettamente logico finiscono per provocare più spesso aporie che solide indicazioni morali, risultando così saldi e utili solo se riportati allo status di assiomi o, cosa ben più forte (è difficile agire sulla base di assiomi, perché la loro verità postulata si scontra spesso con gli istinti), di dogmi.

 In questo senso, la società liberale, imperniata su un meccanismo pratico di sopravvivenza che vede nella sua stessa ‘inflazione’ il motore principale, finisce per trasformarsi, idealmente in modo quasi necessario, in una società la cui sopravvivenza (positiva, sia chiaro: perché può anche semplicemente ricadere in uno stato naturale 2.0, fatto di traslazione dei conflitti fratricidi su altri piani, non meno devastanti rispetto a quelli pre-sociali) è subordinata a una trasformazione in società teologale, o dispotica (anche, chiaramente, in senso lato, laddove il tiranno non è un singolo individuo, ma un centro di potere). 

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