I miei occhi sono l’Esper, ogni immagine è l’universo

I miei occhi sono l’Esper, ogni immagine è l’universo

Nel 1982 Ridley Scott immaginava fotografie come finestre, quasi squarci aperti nello spaziotempo, su dimensioni dell’esistente esplorabili e lungi dall’essere mero ricordo bidimensionale. Le immagini erano mondi, più che simulacri, in un collasso del reale sul virtuale che era straordinariamente (post)moderno, ma anche semplicemente contemporaneo e vero.

L’Esper (la macchina con cui il cacciatore di replicanti analizzava le foto) di “Blade Runner” offriva a Deckard l’opzione succulenta di addentrarsi, scardinando i vincoli della rappresentazione, nelle stanze ritratte, dietro gli stipiti di un sordido hotel, tra le pieghe di una tenda di plastica, lungo le curve di una vasca di metallo: alterando lo spazio, in realtà ci suggeriva una trasformazione (e qui si svela magnifica la potenza relativistica dell’oggetto fotografico)  che è soprattutto temporale – la perpetuazione dell’istante, il recupero di un passato che si ritrasformava di colpo in presente, anzi, in eterno/i presente/i, tante superfici esplorabili quante il dominio fisico della multiversalità è in grado di ipotizzare.

Cioè infinite.

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Grazie all’Esper, Deckard poteva, a posteriori, addentrarsi nell’intimità dell’alcova in cui si nascondevano i replicanti fuggiaschi

L’Esper è un apparecchio della fantascienza, ma a dire il vero il suo motore non si trova tra i gangli del macchinario di fantasia, bensì risiede tra le stesse pieghe della foto – o almeno della sua crasi, della sua intima correlazione con una mente sufficientemente attenta, feconda. Ed empatica.

Il nostro stesso sguardo può fungere come un telescopico flessibile capace di strisciare nelle pieghe di questo spaziotempo.

Per esempio di fronte a un’immagine cimiteriale, al ritratto di uno scomparso, nel silenzio raccolto e carico di ossigeno dei viali attorniati di cipressi. Magari con l’aiuto della monocromia, così poeticamente extra temporum, così totemica e ancestrale, derealizzante nel senso, qui, di capace di liberare dalle contingenze del reale corrente (che non è l’unico, a conti fatti).

Ci si sofferma di fronte al primo piano di un uomo (lo annoto, personalmente, nel cimitero monumentale di Recoleta, a Buenos Aires), colto nell’espressione sognante, lo sguardo a trenta gradi dalla perpendicolare del piano fotografico, perso in un orizzonte che in quel momento, nell’hic et nunc dello scatto, conteneva un luogo vero, tangibile: è qui che la foto smette di essere richiamo e diventa catalizzatore di un’intera realtà passata. Quel luogo vero è un circolo – momentaneo ma in perenne progressione – in espansione all’interno del quale mi posso situare, per guardarmi intorno, per osservare gli astanti, in un’orbita continua, abbracciando i volti, quindi la stanza, quindi spingermi fino alle pareti che concludono il suo spazio e superarle. E gettarmi verso la città, come un’onda in espansione, quindi verso il cielo. Tutto questo confluisce (solo potenziale? Forse no) nello sguardo che scruto in quel volto, che è un gesto (e quindi è un evento), ma soprattutto è uno specchio capace di riflettere all’infinito, recuperando così l’universo intero.

E uscendo dall’idea – ironicamente paradossale in quanto inintelligibile, o forse solo non fruibile né verificabile, come d’altronde quasi tutte le grandi verità, o le leggi fisiche più fondamentali – dell’infinita-eternità-di-ogni-tempo, questo universo intero altro non è l’universo che è stato, e che non sarà mai più. Non solo perché (nelle catene della nostra esistenza vettoriale e direzionata) è passato, ma perché attualizzandosi esso ha già cambiato rotta, si è spogliato delle potenzialità di quell’istante e ne ha assunte altre (e verrebbe da sorridere, pensando che siamo osservatori, e anche questa realtà latente chiusa nella nostra fantasia è soggetta all’indeterminazione di Heisenberg). Così è finito (se non nella pluralità infinita delle sovrapposizioni, nel regno dell’irreperibilità)  in un foro profondo, più profondo della semplice morte: è entrato nella non esistenza, che è più radicale dell’esistenza passata perché i suoi segni, semplicemente, non esistono, se non come potenza, o come realtà cancellata nell’immane rumore di fondo di tutti i possibili.

E allora l’occhio fantasioso, come l’Esper, recupera un mondo andato e lo resuscita: ma quel mondo rinasce nulla, il nostro indugiare si scopre cieco, e forse assassino.

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