Il libero arbitrio è nell’occhio di chi osserva

Il libero arbitrio è nell’occhio di chi osserva

“Naturalmente, si potrebbe obiettare che il libero arbitrio è in ogni caso un’illusione. Se esiste veramente una teoria completa della fisica che governa ogni cosa, è presumibile che determini anche le nostre azioni. Se esiste veramente una teoria completa della fisica che governa ogni cosa, è presumibile che determini anche le nostre azioni. Essa lo fa però in un modo che è impossibile da calcolare concretamente quando abbiamo a che fare con un organismo complesso come un essere umano, e racchiude inoltre un certo grado di casualità dovuta agli effetti della meccanica quantistica. Pertanto, potremmo dire che gli esseri umani ci appaiono dotati di libero arbitrio perchè non siamo in grado di predire come si comporteranno.” [S. Hawking, “La grande storia del tempo”, BUR]

Hawking si chiede quale spazio esista per la scelta, laddove esiste una teoria del tutto.

Il problema del libero arbitrio, tuttavia, andrebbe probabilmente riformulato, almeno in attesa di una conoscenza più approfondita e definitiva dei processi neurochimici che regolano, o meglio: formano, ciò che noi chiamiamo coscienza.

Il confronto circa l’esistenza effettiva dell’arbitrio vede schierarsi numerose fazioni distribuite su una teorica linea che collega i poli opposti dei sostenitori radicali della volontarietà della decisione consapevole e libera, da un lato, e i cosiddetti ‘willusionisti’ dall’altro – fautori questi di una lettura assolutamente materialistica del funzionamento dei processi di azione e coscienza. Secondo questi ultimi, in sintesi, le nostre scelte non sarebbero reale prodotto di un indirizzo volontario bensì di una sequenza di processi cerebrali rigidamente logici e consequenziali: gli esperimenti (cfr. Haynes 2013 e i quattro secondi di anticipo con cui il cervello si dispone a compiere un’azione – addizionare o sottrarre un numero – ancor prima che la decisione di un soggetto testato sia stata espressa) a sostegno di questa tesi non mancano. In sostanza, la dimensione morale – che non può non dipendere dall’esistenza di una intenzione – si eroderebbe drasticamente, mentre, ancorché non calcolabili per diverse ragioni (sovrannumero delle variabili, scarsa conoscenza, fuzziness quantistica dei processi stessi, che sarebbero intrinsecamente probabilistici, tra le altre), le nostre azioni sarebbero in realtà un puro riflesso biomeccanico. Come sostiene Hawking, se si riempisse ogni spazio di vuoto con la sostanza di una teoria coerente e universalmente descrittiva, a causa della natura stessa del concetto contemporaneo di scienza (ovvero una conoscenza certa e predittiva – ma non deterministica), l’arbitrio finirebbe per venire sbalzato fuori.

Tuttavia esiste un problema di fondo: in senso scientifico, cioè in termini di misurabilità, verificabilità, oggettività (osservabilità intersoggettiva, più che altro), quale dovrebbe essere realmente la definizione di libero arbitrio? Il concetto filosofico è frutto di sedimentazioni morali, sociali, antropologiche, anche teologiche, di lunga durata che trascendono, scavalcando nel passato, quelle che sono le conquiste non-deterministiche della scienza odierna. Il che significa che il significato del termine, presso il nostro uso e presso i nostri sistemi culturali, non è strettamente omogeneo alla nuova interpretazione debole del concetto di scienza – che è descrizione, in primis, più che disvelamento del reale profondo, e in secundis è come già detto non deterministica, quindi non stabilisce relazioni biunivoche assolute tra singole cause e singoli effetti.

In altri termini, la domanda è semplice: come va definito realisticamente il libero arbitrio?

Ove può essere individuata, se la scienza cui noi opponiamo la visione classica di arbitrio non è in grado di fornire una predizione assoluta, la sottile demarcazione tra ciò che è volontario in senso forte e ciò che, sempre in senso forte, non lo è?

Quale sarebbe il criterio scientifico, ma soprattutto etico, che potrebbe spingerci a non considerare il concetto di scelta come sostanzialmente analogo a quello di azione riflessa (o comunque prodotta meccanicamente attraverso dinamiche probabilistiche e non strettamente calcolabili), se proprio a causa dell’infinità delle variabili e dell’inevitabile decisività delle contingenze singolari essa termina per risultare assolutamente unica e peculiare al singolo soggetto che la esegue? In linea di massima, rappresentando ogni individuo la risultante di A) strutture biologiche, B) contingenza spazio-temporale, C) vissuto così complessi da risultare non ripetibili, ogni azione sarebbe da considerare, ancorché non dovesse essere frutto di volontà trascendente, prodotto unico e proprio, in senso fortissimo, di quel singolo individuo, della sua natura. Sarebbe espressione di ciò che è – laddove ciò che è sarebbe ipoteticamente scomponibile in una serie di parti scientificamente osservabili, senza dubbio, ma si tratterebbe di parti in numero eccessivo, probabilmente non discrete, incastonate in processi a loro volta non prevedibili neanche a livello subatomico – perché qualunque sia la nostra precisione strumentale e analitica, arriveremmo sempre e comunque a sbattere con un muro di indeterminazione.

In questo quadro di libertà debole (non è possibile, data la non biunivocità dei vincoli, parlare di positiva illibertà) la morale smetterebbe probabilmente di avere un portato trascendentale, e si ridurrebbe semplicemente al dominio dell’interpretazione pratica dell’agire, cooperando con i paradigmi etici costruiti dalla collaborazione tra i vari settori del pensiero, ponendosi così, quasi fosse una scienza applicata, o una tecnica, al servizio della manipolazione di quei processi neurofisiologici ad uso della collettività o del singolo.

A conti fatti, non cambierebbe molto rispetto allo stato attuale dei fatti: si interverrebbe (con processi educativi, formativi, coercitivi a volte, ecc.) in favore di un orientamento dell’agire, sia esso un prodotto della dimensione pratica o un atto di una volontà superiore. Se consideriamo le interpretazioni come sistemi inerziali, possiamo dire che il problema del libero arbitrio verrebbe completamente a perdere di significato, in quanto di fondo coloro che danno una lettura forte delle consequenzialità neurofisiologiche offrono una interpretazione altrettanto ‘materialista’ (in senso lato) della realtà: quindi etica e morale altro non sono che funzioni (manipolabili) che pongono in relazione elementi dell’insieme degli individui con elementi dell’insieme di azioni e conseguenze.

Il punto, quindi, è che più progredisce il livello della nostra conoscenza ‘fine’ dei processi, più si destabilizza la solidità di concetti la cui costruzione è secolare e quindi metabolizzata dalla nostra cultura all’interno di reti di significato che seguono con molta difficoltà l’evoluzione di conoscenze e relative necessità filosofiche.

Serve allora riformulare, magari ricostruendo i sistemi concettuali praticamente da zero (e in taluni casi liberandosene in quanto non rilevanti), oppure lavorando in senso analogico e trovando dei parallelismi con questioni teoretiche simili.

La proposta conclusiva, in merito al tema dell’arbitrio, è di andare alla ricerca di soluzioni al problema nel campo dell’intelligenza artificiale, rivolgendo l’attenzione precisamente al noto esperimento ideale conosciuto come ‘test di Turing’. Come sostanzialmente la possibilità di definire intelligente una macchina (di cui si ignora la natura) a seguito di dialogo interrogativo dipenderebbe dall’interlocutore e dalla sua valutazione, oltre che dalle risposte della macchina stessa, potremmo ritenere utile decentrare l’osservazione dal solo soggetto agente anche nel caso dell’arbitrio. Potremmo ritenere che a conti fatti, il libero arbitrio vada considerato esistente esattamente laddove all’occhio di un osservatore capace di definirsi libero e cosciente, una serie di azioni possano essere ritenute frutto di libera scelta  – qualunque cosa ‘libera scelta’, nell’infinita (e quindi mai realmente conclusiva) iterazione di possibili approfondimenti analitici, significhi. L’arbitrio, insomma, potrebbe in questo senso essere considerato semplicemente una cosiddetta ‘proprietà emergente’ del sistema uomo.

O, per dirla con maggior leggerezza, potremmo anche azzardare che il libero arbitrio è nell’occhio di chi osserva. 

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