La chimera del libero mercato

La chimera del libero mercato

Howard Zinn ha affermato: “Esiste una debolezza strutturale nei governi [..]: il loro potere dipende dall’obbedienza dei cittadini, dei soldati, dei funzionari pubblici, dei giornalisti, degli scrittori, degli insegnanti e degli artisti. Quando costoro cominciano a nutrire il sospetto di essere stati ingannati, e revocano il loro appoggio, il governo perde la legittimità, e il potere”.

Chomsky (in “Sistemi di potere”, Ponte alle Grazie) in proposito afferma: “Credo che la formulazione classica si trovi nei ‘Principi Primi del Governo’ di David Hume, laddove il filosofo afferma che ‘la forza sta sempre dalla parte dei governati’. [..] Quando la coercizione non funziona più bisogna ricorrere alla persuasione. Nelle società ricche e sviluppate questa è diventata una forma d’arte. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti, che un secolo fa erano le società più libere, la leadership – i Tories in Inghilterra e gli intellettuali negli USA – si rese conto che si erano raggiunti i limiti della coercizione. [..] Fu Edward Bernays, il guru dell’industria delle pubbliche relazioni negli Stati Uniti, che peraltro era un progressista liberale, a formulare la concezione classica, che per lui non era nuova: ‘Poiché la nostra democrazia ha la vocazione di tracciare la via, deve essere governata da una minoranza intelligente che sa come irregimentare le masse per meglio guidarle.’ Occorre insomma persuadere o modificare i comportamenti degli individui affinché essi ci consegnino volontariamente il potere.

Chiunque sostiene tali idee fa parte della ‘minoranza intelligente’. E lo strumento per raggiungere questo obiettivo è la propaganda. [..] Sono questi i fondamenti dell’industria del controllo delle opinioni e dei comportamenti, che induce la gente al consumismo e all’isolamento. A ciò sono destinate ingenti risorse.

Il marketing è una forma di propaganda. Se si credesse davvero nel mercato – invece ci credono solo gli ideologi – ma se, poniamo, le aziende credessero nel mercato, non farabbero marketing come lo fanno oggi. Nei corsi di economia si insegna che il mercato si basa su consumatori informati che compiono scelte razionali. Di contro, le aziende investono risorse enormi per forgiare consumatori omologati che compiono scelte irrazionali. E’ evidente, basta guardare le pubblicità. Se esistesse un sistema di mercato, la General Motors, tanto per fare un esempio, ideerebbe una pubblicità di trenta secondi per dire: ‘Queste sono le caratteristiche delle auto che venderemo il prossimo anno’. Ovviamente non lo fa, perché vuole indebolire il mercato.”

Alla luce di questa brillante considerazione, si può sinteticamente affermare che più del socialismo, del comunismo o delle rispettive varianti post-moderne come per esempio il comunitarismo internazionalista, è il libero mercato la vera utopia ideologica.

Lo è per ragioni antropologiche e sociali, non certo per motivi di tipo smaccatamente ecnomico: il suo corollario più diretto e necessario, infatti, è il conflitto d’interessi.

Il marketing, infatti, si sovrappone in modo continuo e universale (anche qualora non si dovesse considerare un portato intrinseco della struttura del mercato, resta chiaro che esso esiste, verificabilmente invasivo) al principio e alle pratiche d’informazione culturale del consumatore – e quindi del cittadino, trattando qui di un sistema politico.

Il problema è che pratiche di informazione e marketing sono demandate a quei soggetti produttori che attraverso esse dovrebbero promuovere il senso critico e quindi la messa in dubbio del loro stesso primato. Insomma, dovremmo quindi supporre che i detti soggetti entrino in una competizione ricca di nobile spirito olimpico, nel pieno rispetto della ricerca di una vittoria limpida e dovuta a una reale supremazia agonistica, piuttosto che di una semplice vittoria – non è un caso che il background culturale di Adam Smith, conservatore tradizionalista, fosse carico di un senso morale assoluto e ineludibile, elemento fondamentale delle sue proposte teoretiche.

Oppure, dovremmo riporre grande fiducia nella lungimiranza dei suddetti soggetti, perché è possibile dimostrare che la vittoria più pulita, così come una cittadinanza più critica e competente, rappresenta un vantaggio anche in senso strettamente utilitaristico, ma solo prendendo in considerazione un lasso di tempo in termini di progresso sociale piuttosto ampio – e storicamente l’uomo non sembra in grado di operare le proprie scelte in base a valutazioni che pospongano di troppo gli eventuali benefici, per molteplici ragioni.

Insomma, dovremmo presupporre, affinché il libero mercato funzioni davvero (il che sarebbe magnifico, perché implicherebbe anche un progresso poderoso quanto a informazione, capacità di scelta, ecc., di tutta la popolazione), che i maggiori centri di potere agiscano mossi da una sincera e stringente legge morale, oppure da valutazioni di lunga durata mai realmente mostrate fino ad oggi: insomma, dovremmo presupporre un radicale cambiamento della natura umana – punto debole da sempre individuato nel dna del pensiero comunista, volano di ogni accusa di utopismo. 

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