Se cambiano le radici del socialismo

Se cambiano le radici del socialismo

Prendiamo un sistema che a conti fatti, a guardare la realtà da un punto di vista globale che non sia semplicemente appiattito su valori statistici quali prodotto interno lordo e affini, ha già dimostrato di non essere sostenibile. Non su scala mondiale, non per una società ampia ed inclusiva. Consideriamolo fulcro di ogni scelta, consideriamolo parametro: ecco che il recupero della produttività diviene – ammettendone l’effettualità – un fattore sufficiente a formulare una valutazione positiva dell’operato di un governo. Internamente al sistema scelto, e indirettamente consolidato, scelta e valutazione della stessa risultano essere condivisibili (se il detto recupero sia reale o meno non è questione pertinente, qui). Ma se il sistema è patologico, quale grado di fiducia possiamo accordare a tali valutazioni?

Un governo che ha interesse nel far ripartire la locomotiva della nazione, in ultima analisi – visto il carattere statistico del pool di indicatori – potrebbe plausibilmente avere come unico obiettivo, consapevole o meno, quello di offrire una nuova crescita a quella che per più di un secolo è stata definita classe borghese, quindi classe media – in base a criteri di inclusione sociale figli più di una reiterazione di crescite post-belliche che di vere trasformazioni di sistema. Di mettere in marcia un locomotore, in testa, riempito nuovamente di carburante, che trascina dei vagoni, in coda, inchiodati alle loro posizioni, in predicato peraltro di essere sacrificati in termini di manutenzione, o finanche sganciati alla bisogna, in caso insomma sia necessario andar più veloci: perché i lenti e gli ultimi spesso sono un peso, sono disfattisti, pessimisti, tendono al lamento e quindi fanno parte di quella massa che è innanzitutto zavorra, che non partecipa della gaudente fiducia di chi, in testa, vede il panorama venirgli incontro. Un grosso sistema che corre ma non offre mobilità, né sicurezze: neanche le più basilari.

Uno scenario, questo, che in un empito di veracità andrebbe indicato come estraneo a ogni possibile bagliore, anche traslato, anche modernizzato, di socialismo: il ripristino della competitività, ma anche della competizione interna (parlando di mercato), così come la rigenerazione (invero forzosa) di posti di lavoro, assurti a dogma statico platealmente antitetico rispetto alle finalità d’emancipazione proprie del socialismo primigenio, non rendono in alcun modo la società più giusta, se si realizzano in modo disgiunto da

A) rafforzamento degli ammortizzatori sociali;
B) introduzione e/o consolidamento di regole che moderino le due istanze della competizione;
C) redistribuzione attiva atta a riequilibrare le inevitabili deviazioni che si propagano su cicli generazionali successivi.

La pura riaccensione della competizione che arde con la produttività non ha come risultato altro che l’inserimento del lavoratore/produttore/consumatore – e cioè cittadino – non tutelato all’interno di una gara truccata. Dopata. Alterata da equilibri iniziali sbilanciati, da polarizzazioni ataviche, da pressioni, trust, cartelli, lobby, riproposizioni geometriche praticamente ubique del conflitto di interesse. Senza tutele, ogni manovra tesa al rafforzamento della produttività non fa altro che foraggiare il sistema con nuova carne da cannone, ovvero una classe neo-proletaria fiaccata dall’asincronia tra realtà post-industriale e sistema produttivo/salariale/lavorativo assolutamente industriale (asincronia che produce esclusione, e quindi povertà, e quindi disponibilità, e quindi usabilità: concetti che all’uomo dovrebbero essere estranei).  Ciò che ne risulta è un abbassamento costante e selvaggio dei limiti etici cui si è disposti a far deroga: una situazione non dissimile alle dinamiche novecentesche dei docks americani, teatri di scontri che hanno plasmato su scala mondiale la percezione della lotta sindacale – e il paradosso sta qui: la non riproponibilità di quella lotta, ormai naturalmente obsoleta (qui sta una delle grandi colpe dei sindacati odierni: non capire la trasformazione ineludibile delle profilassi possibili, anche a fronte di sintomi e patologie analoghi), disarma definitivamente la classe subalterna.

In questo senso, sostanzialmente, ogni vicinanza tra un operato di governo che assume queste direzioni e un concetto ancorché lato di socialismo può riscontrarsi solo se quest’ultimo concetto viene assimilato, in una traslazione piuttosto eretica, ma figlia di una atlantizzazione ormai quasi compiuta di ogni prospettiva filosofica e ideologica, a ciò che per decenni è stato chiamato American dream. Solo un’aggregazione politica nata da una centralizzazione del pensiero liberal-democratico (occorrerebbe però definire quanto queste due parole siano in equilibrio) statunitense potrebbe realmente operare una crasi tra (ricercate, o desiderate, o propagandate) radici socialiste e effettivo operato politico costruito lungo queste direttrici. Insomma, un partito che operi in direzioni di questo genere potrebbe essere considerato (lontanamente) di sinistra solo a patto che il nuovo nucleo ideologico dell’essere di sinistra alberghi nel liberalismo a stelle e strisce. Quello globale. Che, giocoforza, è un liberalismo deregolato.

Se esiste un partito di questo genere in Italia, dovrebbe offrire una chiave interpretativa per quella che a conti fatti sembra una contraddizione non componibile.

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