La solitudine della conoscenza

La solitudine della conoscenza

Nel suo “L’invenzione della solitudine”, Paul Auster si sofferma a riflettere sul fatto che nelle edizioni anglofone delle Sacre Scritture siano presenti assonanze lessicali capaci di creare vincoli concettuali (forse) interamente indipendenti dal contenuto diretto del testo.
Coppie come ‘tomb’ e ‘womb’, ‘death’ e ‘breath’, ma anche ‘room’ e ‘tomb’ creano diadi di significato che aprono l’accesso verso piani di interpretazione nuovi, ad allegorie in taluni casi realmente rivoluzionarie.

Al di là dell’esegesi di queste costruzioni (che è impossibile trattare qui), Auster introduce un problema tanto apparentemente banale quanto spesso trascurato, specie da coloro che nutrono riserve decisive nei confronti delle forme di relativismo teoretico e, ancor più, etico.
Poiché i testi sacri trattano la Verità, e di questa fanno parte anche i possibili contenuti allegorici mutuabili da percorsi di lettura non letterali, lo scrittore si chiede: “Come potrebbe la verità assoluta e inattaccabile mutare col mutare della lingua?”.

Le assonanze di cui sopra, in effetti, sono vistose e funzionanti in inglese, mentre cambiano d’impatto, o scompaiono totalmente, in altri idiomi. Come pensare, dunque, che la Verità possa essere qualcosa di così universale, se essa è vincolata alle mutazioni lievi ma decisive di un linguaggio?

La questione si può estendere a ogni nostro contenuto (o presunzione) di conoscenza, così come a ogni metodologia d’investigazione e analisi del reale o del metafisico. Come pensare – in altre parole – all’esistenza stessa di una Verità unica quando ogni nostra conoscenza è simbolica, cioè mediata, e oltretutto passa attraverso un artificio (cioè non è solo indiretta, ma anche veicolata da un mezzo la costruzione poggia su strutture geneticamente omogenee agli stessi mezzi di analisi, anzi, agli stessi osservatori)? Il problema peraltro vale anche per le scienze pure, dato che nonostante il codice simbolico sia internazionale, diversamente dalle lingue, esso resta necessariamente computabile, ovvero costruito (o tradotto, ammettendone la naturalità, su cui d’altro canto non esiste accordo) per essere manipolato da noi (dagli esseri umani intesi come struttura biologica, neurologica, ecc.) e quindi comunque parziale, non assoluto.

Un possibile corollario di questa asserzione debolista è che nessuna verità ultima può esistere o meglio,  se esiste, essa può essere conosciuta, peraltro in modo non certo (laddove il concetto di certezza è quello della ratio) solo attraverso una via a-logica e sostanzialmente non replicabile, né universalizzabile, né tanto meno comunicabile.
Questa verità, in ultima analisi, altro non può essere che un fenomeno intimo, solipsistico (come numerose verità di fede, la cui crisi si avvia proprio nella trasformazione in verità di culto, o religione, nelle quali il dato di condivisione diviene fondante).
L’accesso ad essa, infine, coincide ineluttabilmente con una profonda e invalicabile solitudine, con l’isolamento da ogni altro ente che non sia partecipe dell’io che ne fa esperienza.

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