I miei two cents a proposito di Trump

I miei two cents a proposito di Trump

Visto che sono su Facebook © e questo, stante l’attualità, fa di me un politologo, dico la mia sulla vicenda Trump.

Dunque.

Sono felice che Donald Trump sia il nuovo presidente degli Stati Uniti?

NO.
Non mi piace come essere umano, lo considero primitivo, rozzo, sgradevole, poco trasparente. Il suo programma, peraltro piuttosto ondivago, è lontano anni luce dai miei orientamenti. Non sopporto l’idea di una poderosa marcia indietro in termini di diritti civili, di imprinting culturale, di politiche ambientali, ecc.
Trovo l’idea del ritorno al protezionismo anacronistica e contraddittoria: ero contro la globalizzazione e lo sono tuttora, ma stento a comprendere come determinate misure possano aver senso in una nazione che poi propugna e implementa politiche assolutamente globalistiche (anzi: imperialiste) fuori dai propri confini. Il mercato globale devasta i mercati interni perché propone manodopera selvaggiamente concorrenziale? Si smetta di usare i paesi subalterni come generatori di schiavi, piuttosto, ché poi introdurre dazi e spingere per una (falsa) autarchia non ha alcun senso.

Quindi no, Trump non è un presidente a me gradito. Anche perché sono e resto una persona di sinistra, credo in un mondo culturalmente fluido, con accordi internazionali perequativi presi tra organi statali (rappresentativi) leggeri e agili che veglino su cittadini dotati di libertà civili pressoché assolute e di basi reddituali universali. Un optimum probabilmente chimerico, ma comunque utile in termini di direzione da intraprendere.

Ciò detto, vorrei fare alcune precisazioni.

1) Non avrei ritenuto, di fatto, Hillary Clinton una alternativa reale. Mi è sempre sembrata un candidato irricevibile, con un passato discutibilissimo, delle convinzioni politiche lontane, una capacità di convogliare su di sé il consenso molto scarsa, connessioni di potere realmente orride. Peraltro, ho il sospetto che in termini di politica estera Clinton avrebbe rappresentato una minaccia non inferiore a Trump – che vedo invece assolutamente esiziale sul piano interno.

2) Mi sembra demenziale considerare Trump un possibile avversatore dell’establishment. Ha evaso il fisco grazie alla connivenza di una certa parte dell’intellighenzia nazionale, ha attraversato minimo 4 decadi di storia americana stringendo amicizie randomiche con OGNI settore del potere politico e industriale (compresi i Clinton…che sarebbero l’establishment, nella narrazione surreale di certi commentatori). E stanno già trapelando i nomi della squadra: Giuliani, Palin…GINGRICH. Personaggi che fanno politica da eoni. Niente male, per l’Uomo della GGente.

3) Mi sembra ancora più demenziale scatenare l’iradiddio all’indomani delle elezioni. Sono state trasparenti, non ci sono stati possibili brogli, sono andate così. Male, magari. Ma è uno degli svantaggi della democrazia: a volte vincono gli avversari. Anelare a un ritorno all’oligarchia illuminata è una delle più grosse stronzate che io abbia mai sentito ed è, soprattutto, una contraddizione in termini: se si lotta per i diritti, non si può poi togliere il diritto di voto, come ho già detto. Il mondo è di tutti, lo diciamo sempre quando bisogna fare i progressisti, non ci si può rimangiare la parola pretendendo che sia di tutti NOI. Peraltro è molto ironico che la borghesia colta, spesso di sinistra, si stracci le vesti per gli ultimi del mondo e si dimentichi poi che gli ultimi sono spesso poco istruiti, elementari, magari grezzi. Magari influenzabili. Magari interessati a ciò che nella vita è esteticamente di poca qualità. Lottare affinché si innalzi è sacrosanto, fare da apripista, fornire strumenti, anche. Espropriare qualcuno del diritto ad autodeterminarsi, invece, no, pensare che debba mettersi nelle mani di qualcuno che è migliore e deve guidarlo come fosse inabile non è solo paternalista: è fascista – non nel senso ideologico, perché avrebbe una sua dignità filosofica, ma nel senso spregiativo.

4) C’è un problema gigantesco di autoreferenzialità in una grossa parte del mondo culturale internazionale. Specie quello giornalistico. Se a fare da endorser appassionato a un candidato è TUTTA la classe alta (attori, intellettuali, ecc.), in blocco, in un mondo nel quale per ragioni economico/culturali è scomparsa la middle class, spezzata in due tronconi che praticamente non hanno punti di contatto, purtroppo, in termini reali, la cosa non significa niente. Che Lady Gaga tifi Clinton non dice nulla sulla realtà, perché Lady Gaga, della realtà, non fa più parte. C’è uno scollamento gigantesco tra le domande, le necessità reali di una fetta crescente di popolazione, e ciò che la classe sociale cui io stesso appartengo ritiene primario: bisogna prenderne atto, se vogliamo realmente aderire a un sistema democratico, più che liquidare tutto ciò che quella fetta sta cercando di portare alla nostra attenzione come ‘semplicemente sbagliato’. Esiste una dimensione descrittiva, poi ce n’è una normativa: non possono essere reciprocamente impermeabili. Un sistema democratico deve necessariamente prendere in considerazione la cittadinanza – e poi elaborare le risposte migliori, ovvio, non applicare pedissequamente gli ordini della pancia: per questo esiste il concetto di rappresentanza. Ma non ascoltare è una sciagura, specie se ci si rinchiude in un sovramondo mediatico in cui una rappresentazione univoca sostituisce in modo stolido il dato concreto. Insomma: Huxley dovremmo riprenderlo in mano, perché forse ce lo siamo dimenticato.

5) In questi mesi abbiamo visto decine di sondaggi, analisi, previsioni. In alcuni casi proposti con grottesca sicumera. Su tutti, l’idea che i blocchi etnici rappresentino automaticamente blocchi d’opinione. Cioè, per esempio: i latinos non possono volere Trump, che è contro altri latinos. Al di là del fatto che all’interno dei gruppi etnici ci sono storie, ceppi, provenienze diversissimi (per dire, in Florida molti latini sono anticastristi, esuli o figli di esuli cubani della prima ora, repubblicani die hard), e del fatto che non è così antropologicamente assurdo che un gruppo sociale tenda a difendere un privilegio acquisito, anche su membri dello stesso gruppo (è la base della concorrenza, peraltro), vorrei soffermarmi su un fatto: ritenere che se sei ispanico ALLORA devi pensarla in un certo modo è una manifestazione di razzismo. Esattamente come credere che un rom sarà automaticamente un ladro, per dire.

6) I politici italiani che mescolano senza cognizione di causa né alcuna reale omogeneità Trump, Renzi, il vaffa generale, il referendum e il nuovo ordine globale non sono politici. Sono comici.

7) Una chiosa su quello che è un punto nodale della proposta trumpiana, ripreso da Meloni e Di Battista nelle ultime 24 ore: è verissimo che ‘l’immigrazione clandestina è foraggiata dal capitale che poi la sfrutta per ottenere manodopera a basso costo’. Ed è verissimo, come dicono i nazisti dell’Illinois (cit.) sentiti ieri a Piazzapulita, che quando si dice che i migranti fanno lavori che gli italiani o gli americani rifiutano si fa un errore, perché l’affermazione corretta sarebbe che ‘fanno i lavori che gli italiani o gli americani rifiutano di fare A CERTE CONDIZIONI’. Ma vorrei darvi questa notizia: invece che alzare i muri, uno può anche fare leggi (e relativi controlli) affinché NON ESISTANO certe condizioni. E quindi invece che colpire i migranti, può colpire il capitale: lottando contro il caporalato, legiferando a favore di minimi salariali più consoni, ripristinando codici che rendano sempre più arduo il livellamento verso il basso del mercato del lavoro. Invece che eliminare il migrante, basterebbe colpire chi lo sfrutta: le condizioni di lavoro migliorerebbero, e tutti gli italiani o americani desiderosi di partecipare liberamente al mercato potrebbero finalmente offrirsi in modo competitivo.

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