POST BREVE DI RIFLESSIONI SUL REFERENDUM ©

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1) Il 4 dicembre andrò a votare.
Perché il quesito è insensatamente complicato e il confronto si è trasformato in rissa mediatica, ma in assenza di quorum credo che per la stabilità del paese sia necessario che emerga dalle urne un verdetto chiaro, forte, qualunque esso sia.

2) Chiedere (decidendo di approvare una riforma costituzionale a maggioranza assoluta, cosa che comporta in modo pressoché automatico il referendum confermativo, a meno di plateale, nonché mai verificatosi, cambio di direzione delle opposizioni) a un popolo così atrocemente diviso di esprimersi su un tema così ampio e fondante è manifestazione di malafede o di scarsa sensibilità politica. Se l’idea era quella di usare la riforma e quindi, automaticamente, il referendum come strumento di legittimazione di un governo geneticamente debole, a mancare è la deontologia, se la scelta è stata fatta per semplice miopia, a mancare è la competenza politica. Entrambe le caratteristiche mi sembrano decisamente incompatibili, per un politico, con la proposta di trasformare lo Stato in senso così profondo.

3) Accorpare provvedimenti diversissimi come per esempio l’abolizione del CNEL e la riforma del titolo V in un’unica interrogazione (incomprensibile a un buon 75% della nazione) è demenziale o ricattatorio. Farlo dal basso di uno dei governi meno contenutisticamente legittimi (a dispetto della legittimità formale) è realmente intollerabile, soprattutto considerando che la pacificazione di cui sopra non è stata raggiunta neanche ALL’INTERNO della forza politica promotrice della riforma.

4) Il voto dovrebbe essere orientato in base ai contenuti della riforma, NON degli effetti politici di breve termine che il voto stesso potrebbe provocare. La personalizzazione del referendum è stata idea renziana della prima ora (errore strategico, oltre che falla etica) ed è poi stata accettata di buon grado anche dalla fazione opposta, ben disposta a sguazzare nella stessa melma. Votare con Salvini, Brunetta, Berlusconi e compagnia è tremendo – non che Alfano, Casini e Marchionne mi facciano saltare di gioia…Ma visto che dovremmo scegliere sulla base dei contenuti, non mi si può riproporre di continuo lo spauracchio della permanenza di Renzi o quello dell’avvento di Grillo. In tutta sincerità, poi, ricevo più appelli dalla fazione del sì che da quella del no, in questo senso (votare sì per non lasciare il paese in mano alle destre, come dice Pisapia). Questo uso strategico di un referendum costituzionale è però una brutalizzazione del nostro sistema democratico.

5) Tocco a grandi linee alcuni punti nodali.

– Assurdo che i sostenitori del NO si inalberino perché la riforma non fa risparmiare quanto si potrebbe realmente. “Se si voleva risparmiare si tagliavano i stipendii dei politishi”: ridicolo. La riforma, senza dubbio alcuno, taglia le spese perché si riduce di due terzi il numero dei senatori e si RIMUOVONO le indennità degli stessi. Si poteva far meglio? Forse. Ma il risparmio c’è, rigettare questo passaggio solo in quanto migliorabile è insensato.

– Mi sembra altrettanto positiva la cancellazione del CNEL, ente di dubbia utilità ma di costi certi.

– Di contro, la riforma del titolo V potrebbe snellire burocrazia e gestione del territorio, ma non ne condivido la direzione ‘filosofica’, sostanzialmente antitetica rispetto a devolution e ‘federalismo’ organizzativo e fiscale che ritengo al contrario utili al futuro della nazione, da non centralista quale sono. Peraltro, anche sull’effetto snellente paiono esserci molti dubbi.

– Sul superamento del bicameralismo ho delle riserve che potrei sciogliere solo nell’ottica di un ripensamento molto più profondo di tutta l’organizzazione dello Stato. Ripensamento non affrontabile col mezzo referendario.

– Ci sono alcuni effetti immediati da tenere in conto: la riforma interagisce in modo estremamente deleterio con l’attuale legge elettorale (e l’impegno generico a una modifica successiva non è garanzia sufficiente) e crea un certo numero di altri corollari discutibili, per esempio l’assegnazione dell’immunità agli amministratori locali.

6) Votare in base alle possibili risposte del mercato, o lasciandosi eterodirigere, se si parla di costituzione, è un errore banale: gli effetti di lunga durata sono ignoti ai più, non stiamo parlando di elezioni politiche ma di una rivoluzione strutturale piuttosto importante.

7) Chiedere di dare voto favorevole “perché bisogna aprirsi al cambiamento” è stupido tanto quanto dire che “abbiamo la costituzione più bella del mondo”: entrambe queste valutazioni sono monche – una non prende in considerazione la direzione del cambiamento, l’altra esclude a priori il miglioramento. Irricevibili.

8) Mi pare puerile e spesso deleterio il gioco degli endorsement: come nel caso di Trump avere una risma di dichiarazioni di voto da gente che nella migliore delle ipotesi è competente ma scollata dalla realtà più concreta del paese, nella peggiore totalmente inetta – ma quasi sempre irritante – mi sembra una perdita di tempo, soprattutto perché quasi nessuno di questi endorsement è accompagnato da uno straccio di argomento. Altrettanto, mi ripugna il gioco alla delegittimazione reciproca: considerare un gruppo sociale idiota o incapace solo in virtù di un’opinione non è mai stata scelta vincente (e questo atteggiamento danneggia maggiormente il fronte del sì).

In ultimo, noto che gli orientamenti di massima non sono, contrariamente a quanto si pensa, così strettamente vincolati a livello culturale, cosmopolitismo, ecc. (per quanto una generica forma di livore antipolitico pesi in modo netto a favore del no, ed è un fattore ovviamente negativo), bensì tendano a polarizzarsi sulla base di afferenza a determinati ambienti culturali e soprattutto di posizionamento socio-economico.
A pendere verso il sì è la residuale middle class legata a terziario, servizi ed economia, insieme a una buona parte della upper middle class di matrice industriale di imprinting globalista. Non credo sia un dato da trascurare (come ha erroneamente fatto il governo): l’apertura al cambiamento verso un ‘nuovo’ piuttosto nebuloso e non chiaramente migliorativo è attitudine propria di chi sente di avere la stabilità sufficiente per rischiare.In questo senso, mi pare che il grande punto debole di questa riforma sia ancora il contesto temporale entro cui si presenta, specie considerando la sua conclamata (e ammessa largamente ambo lati) imperfezione.

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