“Blade Runner 2049”, ovvero come perdere con classe

“Blade Runner 2049”, ovvero come perdere con classe

Supponiamo che siate appassionati di teatro.
Che amiate, che so, Beckett.
Lo amate perché vi ha svelato l’attesa, perché vi ha guidato in modo emozionante e sardonico alla scoperta di una tragica, ma fondamentale, prospettiva sull’esistenza che prima vi mancava, che non avevate compreso.
Siete in tanti, ad amarlo, anche perché vi ha regalato un contenuto condiviso, si è trasformato in concetto.
Poi però capita che in tutti i teatri del mondo esce “Aspettando Godot 2”. In cui il Signor Godot arriva.
Scusate, beh, sì, insomma, ci mancavano delle informazioni.
Era bloccato nel traffico, bastava attenderlo, ma eccolo qui.
A quel punto Godot, il vecchio Godot, scompare. Resta l’opera teatrale, certo, ma Godot in fondo è di più, Godot è reale. Da un’altra parte, nel dominio dell’astratto, del fantasmatico: esisteva, nel nostro immaginario, e ora si dissolve.

Ecco, a volte c’è un assassinio nell’immaginario, quando si riesuma e si riscrive. Qualcosa nell’universo cambia senza che si possa tornare indietro. E poi lo dice anche Deckard che a volte il più grande atto d’amore consiste nel farsi da parte, nello sparire: amare “Blade Runner” forse voleva dire allontanarsene per sempre.

Però non è andata così, e c’è un film di cui parlare.
Un film nuovo e intriso di rispetto, reverenza, attenzione filologica.
Un film che – premessa doverosa – non si avvicina in alcun modo allo splendore cristallino dell’originale, che fu quasi soprannaturale nell’intersecare l’apice creativo e performativo di tutti i talenti in esso coinvolti.

Ma “Blade Runner 2049” è un buon film. Non un capolavoro, niente che possa giustificare l’entusiasmo un po’ frenetico, un po’ esaltato di certa critica, mossa da un misto di hype e (ahimè) desiderio di una qualità filmica da troppo tempo assente dai nostri schermi cinematografici, specie nel comparto fantascientifico – la voglia di innamorarsi a volte gioca brutti scherzi, e l’impressione è che a bocce ferme le grida al miracolo finiranno per stemperarsi in manifestazioni decisamente più moderate. Villeneuve, però, è riuscito nel sorprendente compito di non provocare nello spettatore un moto omicida immediato – e le probabilità erano, quante… tre o quattro su un miliardo?
Forse meno.


E invece, contro tutto e tutti, pur non esente da tremende imperfezioni, “Blade Runer 2049” è un film che merita di essere visto, soprattutto merita di essere visto al cinema, particolare fondamentale e in fondo squisito, dato che troppo spesso ci si dimentica di come la sala sia una componente fondamentale di questa forma d’arte.
Perché merita?
Provo a spiegarlo in modo sintetico.
Non ci riuscirò, ovviamente.

Innanzi tutto, sul piano audiovisivo ci troviamo di fronte a una delle opere più stupefacenti degli ultimi 25 anni. Tornare nell’agglomerato metropolitano post-moderno e pre-cyberpunk elaborato da Scott, Mead e compagnia è di suo un’emozione unica: farlo con la lussureggiante vitalità scenica di questo film è semplicemente mozzafiato, complice anche la regia elegante – e a tratti fin troppo debitrice verso l’originale, ma si intuisce l’intenzione filologica – di Villeneuve. I movimenti di macchina, le incursioni tra gli edifici, i campi lunghi, le panoramiche, la struttura urbana, i loghi Atari e la pioggia: è “Blade Runner”, è quel mondo lì, e questo colpisce al cuore, fino alla commozione. E la scelta brillante è quella di dotare tutto l’ambiente di concretezza, tangibilità, senza l’incorporeità aerea di tanta CGI odierna. Metallo, cemento, cuoio, detriti, polvere: il mondo del film è denso e l’impatto è fortissimo.

Sul versante personaggi, nessuno vola alto come Roy, o Pris, ma i volti funzionano, Gosling si conferma attore capace di sottrarre, di restare immobile ai confini dell’inespressività, per poi variare passo emozionale con agilità, esplodere senza ricorrere all’eccesso, cosa che invece non riesce a Jared Leto – sempre più affetto dalla “sindrome Johnny Depp”, quella patologia per cui attori di grande talento si dimenticano che gigioneggiare e recitare sono due azioni spesso disgiunte. E infatti finisce per interpretare se stesso, più che un erede credibile del demiurgico Eldon Tyrell.


La trama è lineare, forse anche troppo, fino a sforare talvolta nella più chiara prevedibilità, specie considerando la ponderosa durata del film (cui avrebbe giovato qualche colpo di forbice, diciamo una ventina di minuti), ma la narrazione, con il suo incedere, è sapida e, in profonda antitesi rispetto all’orribile trailer (grazie al cielo), lontana dalle sirene dell’action contemporaneo. Pochi scontri, bilanciati e coreografati bene, nessun eccesso, niente esplosioni gratuite, né concessioni alla facile presa spettacolare.
A deludere, in realtà, è proprio il soggetto: il motore della storia è potente ma limitato, le diramazioni e le sottotrame piuttosto esigue, con la sola eccezione del personaggio di Joi, interpretato da Ana de Armas, al centro di una parte della storia molto toccante, foriera di quelle che sono le uniche vere riflessioni che il film stimola senza esaurirle all’interno del proprio corso.
Se “Blade Runner” era praticamente un generatore perpetuo di dubbi, inquietudini, questo sequel apre e chiude, nell’economia del suo svolgimento, la quasi totalità degli interrogativi: è un film che non produce discussioni – se non su di sé, in quanto opera, in quanto oggetto di critica. Le chiacchiere fuori della sala sono incentrate sul ti è piaciuto?, non certo sulla condivisione di interpretazioni del contenuto, dato che regia e sceneggiatura le guidano fino al didascalismo.

Il paradosso è tutto qui.
Tutto il materiale concettuale – e di rimando emozionale – deriva sostanzialmente dalla fucina meravigliosa del primo episodio, che viene omaggiato e rispettato, nella misura in cui gli sceneggiatori cercano di muoversi all’interno dell’esiguo spazio di manovra che la (comprensibile) reverenza concede loro, e allo stesso tempo tradito, perché ogni incursione nella storia originale genera un cortocircuito che uccide Godot. E non è un caso che ci sia una vistosissima differenza qualitativa tra il (magnifico, a tratti) primo tempo e il ben più deludente secondo tempo in cui si fa contenutistico, più che visivo, il necessario recupero del rapporto con l’originale, specie dal momento in cui fa la sua comparsa, stanca e un po’ incomprensibile, Deckard.

Ecco, Deckard.
Deckard rappresenta la zoppia primaria dell’idea di dare un sequel a “Blade Runner”. 
Al di là del fatto che Ford è ormai un anziano signore poco adatto a trasmettere la labilità esistenziale del giovane cacciatore di lavori in pelle che fu, il personaggio è reso debole da un copione sciatto, dall’inserimento in uno sviluppo narrativo che improvvisamente (e tristemente, anche perché spalanca la porta a una possibile serializzazione ulteriore) pare strizzare l’occhio a “Io, robot” di Alex Proyas – e anche la messa in scena si assesta su quei codici – e da una dinamica dei dialoghi che si fa retorica, complice anche la citata gigioneria di Leto.
Deckard è il simbolo perfetto della ragione per cui è semplicemente impossibile, pur di fronte a una pellicola colma di punti di forza e striata di sequenze autenticamente emozionanti, accettare il suggerimento di quelli che ci invitano a guardare il film senza fare paragoni con l’originale, senza pensare che si tratta del seguito di “Blade Runner”. Perché la sua forza è esattamente da lì, che deriva. Perché se questa regia sontuosa accarezza gli occhi, lo fa sulla scorta di una matrice estetica, di un’eredità dichiarata ad ogni passo nella gigantesca quantità di rimandi, sia estetici che strettamente narrativi, che costellano le due ore e mezzo del film. Perché ancor più che in tanti altri sequel, i dati di continuità, le memorie, servono a strutturare la storia. Difficile, insomma, affrancarsi dal giudizio relativo, quando il film propone addirittura fotogrammi e spezzoni audio dell’originale – oltre ai volti di ben tre personaggi.


Villeneuve, insomma, ha creato un fastoso omaggio, lo ha fatto con un amore sincero e viscerale per il suo riferimento, ma ha proiettato, così, un’ombra insuperabile al di sopra della sua opera, decidendo – ma era probabilmente una strada senza uscita – di inchiodarvi al centro l’originale di Scott.
La missione era suicida a prescindere: tradire significava lesa maestà, riprendere significava entrare in una sorta di labirinto, nonché avvicinare ineluttabilmente l'(inarrivabile) originale.
Villeneuve lo ha fatto con buona classe e con potenza espressiva notevolissima, confezionando un film che surclassa gran parte dei  prodotti sci-fi odierni e che rimette al centro dell’esperienza cinematografica la costruzione di mondi (e che mondi!), ma soprattutto la magia della visione.
Come quando perdi col Real Madrid, ma vendi cara la pelle: puoi anche uscire dal campo orgoglioso.

Peccato soltanto per Godot.
 

2 Replies to ““Blade Runner 2049”, ovvero come perdere con classe”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *