Autore: DKP

Diego K. Pierini, nato negli anni Settanta, quando il rock era morto solo un paio di volte, è la prova vivente che i videogiochi fanno male. Miope, moderatamente sociopatico, ridotto in povertà dalla passione per le consolle vintage e come se non bastasse laureato in filosofia. Oltre ad aver prestato la sua urticante intermittenza intellettiva al mondo televisivo, tra Voyager, Parla con me, Gazebo e altri programmi, ha scritto d’intelligenza artificiale, culture digitali, musica e cinema. Voleva fare l'astronauta, ma si accontenterebbe di cantare negli 883.
Arriva in libreria “Miti Pop”!

Arriva in libreria “Miti Pop”!

“Miti Pop” è finalmente arrivato in tutte le librerie del globo (oddio, forse non proprio tutte).
Sette decadi di icone pop sviscerate da accademici, studiosi, creativi, nerd, giornalisti, autori, tutti sotto la guida decisa e vulcanica di Mirco Delle Cese, capace di farsi venire un’idea tanto bella quanto spericolata e mettere insieme una squadra tosta e variegata di cui ho avuto l’onore di far parte.

A me è toccato usare il pendolino di Maurizio Mosca per indovinare i miti del decennio appena concluso.
Vi aspetto sulla mia pagina Facebook: sono STRAcurioso di sapere da voi se ci ho preso o no.
Si accettano ortaggi, insulti, lettere minatorie.

A breve tornerò con gli aggiornamenti su eventi, presentazioni (online ma non solo) & altre amenità!

 

Il virus come via crucis

Il virus come via crucis

Comunque la si pensi nel concreto su isolamento, diritti, misure restrittive e quant’altro, c’è una cosa che comincia realmente a infastidirmi ed è il mix di stucchevole retorica e strisciante autocompiacimento del sacrificio che vedo ormai esplodere in ogni dove.

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Facebook VS CasaPound

Facebook VS CasaPound

Mi sono preso qualche giorno di riflessione, prima di scriverne, ma provo a dire brevemente (!) la mia.
Come al solito non richiesta.

La mia prima reazione, alla notizia della chiusura di un immane numero di pagine & profili legati a CP e a molti altri simboli dell’estrema destra italiana e non solo, è stata più o meno un poderoso “IN YOUR FACE!”, seguito da un ghigno malefico.

Poi mi sono seduto in poltrona, soddisfatto, ché non dovevo più vedere certi brutti musi citati qui e là sul mio feed.

Lì, in poltrona, pian piano la mia tronfia soddisfazione, però, è scemata.
Cioè, non tanto per il fatto che ‘sti figuri si prendano una lezione, perché con certe bestialità che vomitano meriterebbero di peggio.

Ma perché a me che un soggetto gigantesco e comunque privato come Facebook decida improvvisamente di eliminare completamente senza appello un mare di gente sulla base analisi e valutazioni arbitrarie e delle quali la sola conclusione è peraltro pubblica, un po’ mi inquieta.
Un po’ tanto, a dire il vero.
Oggi silenzia CasaPound, domani magari i post-comunisti. Dopodomani, chissà, vai a vedere come cambia l’opinione pubblica di massa, gli abortisti – chi stabilisce, a livello MONDIALE, che proporre l’uccisione di un feto non equivalga a promuovere la violenza? – e mi limito a esempi banali.
Senza contare che qui non stiamo parlando di segnalazioni e/o cancellazioni di post specifici con relativa sospensione degli account. Stiamo parlando di una rimozione metodica, sistemica.

In molti hanno fatto presente che Facebook è una piattaforma privata, che ha delle policy specifiche e può autonomamente decidere chi accettare al suo interno, per giustificare il fatto.
Il che è vero, e infatti non mi sogno di dire che Facebook NON POSSA farlo.
Che possa farlo è lapalissiano, anche perché… lo ha fatto.

Altra questione è valutare il valore, ma soprattutto le possibili implicazioni, del gesto.
Facebook ha preso una posizione, direte voi.
Bene.
Ma anche no.
Il fatto che un contenitore mondiale, gestito da privati e che usa, computa, manipola dati, informazioni e quindi opinioni a livello sovranazionale prenda una posizione, assuma un orientamento, non è valutabile con gli strumenti classici del banale “pubblico/privato”. Lo è forse sul piano del diritto odierno (e non è manco del tutto vero), che oltretutto cambia di nazione in nazione, ma non è che la valutazione delle cose si limiti al ‘diritto’.
Specie quando si tratta di etica, o ancor più politica.
Io vorrei che i fascisti non esistessero.
Ma sono comunque piuttosto terrorizzato da all’idea che un pachiderma del genere assuma posizioni politiche.

E qui, in linea di massima, mi direte: “Ma CP non fa politica, è fascista e quindi illegale”.
Cioè, questa gentaglia (che per me resta gentaglia) va contro la Costituzione.

La Costituzione, la legge Scelba.
Le dimentichiamo spesso.
Ed è vero, la legge italiana vieta la ricostituzione del partito fascista e un bel po’ di altre condotte apologetiche.

Però CasaPound si presenta alle elezioni.
Si tratta, allo stato attuale, secondo la legge italiana, di un’organizzazione politica legittima.
Vorrei, personalmente, non fosse così.
Ma lo è.

Quindi mi chiedo un po’ che senso abbia citare l’incostituzionalità di un’organizzazione a sostegno della scelta operata da un soggetto privato.
Pur lieto del silenzio, lo ripeto, di gente tipo Di Stefano e dei suoi consiglieri sparsi per le varie amministrazioni (cariche pubbliche), se DAVVERO il punto fosse che Facebook ha esercitato di fatto una funzione di esecutore della legge italiana, laddove organismi ufficiali hanno fatto una scelta opposta, un po’ di problemi me li porrei.
Cioè, è Facebook che deve occuparsi di ‘far rispettare le nostre leggi’?
Anche in antitesi rispetto all’attuale posizione di chi è in carica in tal senso?
Non si tratta di uno scavalcamento, di una sostituzione di ruoli quantomeno pericolosa?
Specie da parte di un soggetto che – come detto prima – ha ‘preso posizione’ (e lo ribadisco ancora: posizione che è anche la mia)?

Facebook non è un circolo, un’associazione culturale.
Non è neanche un giornale, cui si può chiedere di fare scelte editoriali di stampo etico.
Non dovrebbe neanche essere gendarme al di là della pura (e certificata) illegalità delle condotte.

Mi sono alzato dalla poltrona un po’ più triste.
In fondo, penso, mi piacerebbe molto poter semplicemente godere della roboante lezione impartita al mio avversario.

Cos’è successo veramente all’Argentina?

Cos’è successo veramente all’Argentina?

La verità dietro il rovescio della nazionale Argentina va oltre l’inconsistenza di Messi e le sciagurate scelte di un CT, Sampaoli, capace di dichiarare con soddisfazione di “non pianificare nulla”, perché nel calcio tutto scorre, e lasciare a casa, al contempo, gente come Pastore e Icardi, privilegiando atleti mediocri come Perez, Meza e via dicendo.

 

 

La crisi albiceleste è sistemica, quasi filosofica, le avvisaglie erano molte, dal tribolato girone di qualificazione all’avvilente sconfitta amichevole contro la Spagna.
E la chiave sta tutta in una parola: “garra”, quel termine metaforico così profondamente connotante ed espressivo di una certa tradizione calcistica da essere stato assorbito anche dal linguaggio tecnico e giornalistico italiano – perché “grinta”, “tenacia”, “spirito” e via dicendo non bastavano.

Dalla selecciòn è sparita la garra, quel marchio di cui erano depositari un tempo giocatori come Simeone, Samuel, Almeyda, Zanetti, Tevez… Batistuta. Gente fortissima prima di tutto nelle viscere, gente che aveva un fuoco irrazionale travolgente e una capacità inequivocabile di strappare via il manto erboso coi propri tacchetti. Gente che in nazionale non ha vinto granché, vero, ma che ti metteva in primis di fronte a una cosa fondamentale, una prospettiva, una speranza. Di quel retaggio è rimasto depositario il solo, sfiancato, Mascherano, la cui splendida carriera è fisiologicamente al tramonto. E non è un solo fatto di uomini, non sto puntando il dito sui limiti di questo o quel giocatore: è la scuola calcistica che deve ritrovare in sé quel cromosoma, che deve ricostruire un’identità fatalmente sbiaditasi al sole del solo talento tecnico, mirabolante ma mai sufficiente, storicamente, a queste latitudini.

Ecco, è della garra che sento la mancanza, nel calcio espresso dalla nazionale argentina. Perché se devo trovare un solo aggettivo per la squadra di ieri – e per la squadra che vedo da un po’ – la prima parola che mi viene in mente è “spenta“.

Ed è quanto di più desolante sipossa immaginare.