Autore: DKP

Diego K. Pierini, nato negli anni Settanta, quando il rock era morto solo un paio di volte, è la prova vivente che i videogiochi fanno male. Miope, moderatamente sociopatico, ridotto in povertà dalla passione per le consolle vintage e come se non bastasse laureato in filosofia. Oltre ad aver prestato la sua urticante intermittenza intellettiva al mondo televisivo, tra Voyager, Parla con me, Gazebo e altri programmi, ha scritto d’intelligenza artificiale, culture digitali, musica e cinema. Voleva fare l'astronauta, ma si accontenterebbe di cantare negli 883.
Cos’è successo veramente all’Argentina?

Cos’è successo veramente all’Argentina?

La verità dietro il rovescio della nazionale Argentina va oltre l’inconsistenza di Messi e le sciagurate scelte di un CT, Sampaoli, capace di dichiarare con soddisfazione di “non pianificare nulla”, perché nel calcio tutto scorre, e lasciare a casa, al contempo, gente come Pastore e Icardi, privilegiando atleti mediocri come Perez, Meza e via dicendo.

 

 

La crisi albiceleste è sistemica, quasi filosofica, le avvisaglie erano molte, dal tribolato girone di qualificazione all’avvilente sconfitta amichevole contro la Spagna.
E la chiave sta tutta in una parola: “garra”, quel termine metaforico così profondamente connotante ed espressivo di una certa tradizione calcistica da essere stato assorbito anche dal linguaggio tecnico e giornalistico italiano – perché “grinta”, “tenacia”, “spirito” e via dicendo non bastavano.

Dalla selecciòn è sparita la garra, quel marchio di cui erano depositari un tempo giocatori come Simeone, Samuel, Almeyda, Zanetti, Tevez… Batistuta. Gente fortissima prima di tutto nelle viscere, gente che aveva un fuoco irrazionale travolgente e una capacità inequivocabile di strappare via il manto erboso coi propri tacchetti. Gente che in nazionale non ha vinto granché, vero, ma che ti metteva in primis di fronte a una cosa fondamentale, una prospettiva, una speranza. Di quel retaggio è rimasto depositario il solo, sfiancato, Mascherano, la cui splendida carriera è fisiologicamente al tramonto. E non è un solo fatto di uomini, non sto puntando il dito sui limiti di questo o quel giocatore: è la scuola calcistica che deve ritrovare in sé quel cromosoma, che deve ricostruire un’identità fatalmente sbiaditasi al sole del solo talento tecnico, mirabolante ma mai sufficiente, storicamente, a queste latitudini.

Ecco, è della garra che sento la mancanza, nel calcio espresso dalla nazionale argentina. Perché se devo trovare un solo aggettivo per la squadra di ieri – e per la squadra che vedo da un po’ – la prima parola che mi viene in mente è “spenta“.

Ed è quanto di più desolante sipossa immaginare.

E se il caso Aquarius fosse l’unica volta in cui Salvini ha fatto qualcosa di sensato?

E se il caso Aquarius fosse l’unica volta in cui Salvini ha fatto qualcosa di sensato?

Aquarius.
Per me è sempre stata una canzone. Al massimo una bibita chimica totalmente inutile.
Da qualche giorno, invece, Aquarius significa solo una cosa.
E cioè lo scontro finale xenofobi analfabeti VS finti buonisti (che poi che minchia vorrà dire, “finti buonisti”, ancora non me lo spiego).
Un inno al confronto costruttivo.
Da una parte tutti poveri cretini, pure i Nobel, dall’altra tutti esterofili hippie radical chic, pure quelli che si spaccano la schiena da mezzo secolo aiutando gli ultimi nei luoghi più allarmanti del paese – che, per inciso, brulicano di cittadini italiani.

L’analisi politica, quella vera, fatta di complessità, sfumature, visioni d’insieme, si sa, è un articolo in ribasso, oggidì.
Bastano qualche strillo, un paio di cartelloni televisivi, fake news, #erenzicheffà, accuse di analfabetismo funzionale, la chiamata alla responsabilità civile contro la resurrezione del fascismo: l’agorà politica, specie quella del webbe, è fatta.
Sia chiaro: tutto questo esiste, in taluni casi rappresenta pure un problema ponderoso. Ma fare il disco rotto strillandosi addosso ambo lati col megafono, impressione mia, non funziona granché.
Cioè, per esempio: ripetere come un mantra che Salvini e un turpe buzzurro xenofobo a un certo punto diventa rumore di fondo, in taluni provoca anche una lieve, stucchevole sensazione di pienezza gastrointestinale.
Anche perché Salvini è un turpe buzzurro xenofobo.
Repetita iuvant ma anche basta.

 

 

Ma, dicevamo, Aquarius.
La storia è nota, seicento e più migranti a bordo, Salvini che la respinge, #chiudiamoiporti (che poi non è accaduto, né può accadere, ad oggi), il governo spagnolo che concede l’attracco a Valencia, carte sparigliate e polemiche internazionali che coinvolgono un po’ tutti, dal farisaico Macron che dà lezioni di umanesimo agli innominabili leader di certi governi revanscisti che ci tendono la mano in segno di cameratesca amicizia.

Qui nel Belpaese, le squadre si schierano subito: da un lato si tira in ballo il Vangelo, si fa perno sul (facile) sentimento della solidarietà universale, #restiamoumani e molta altra grande bellezza – concetti che però con la categoria del politico hanno solo lateralmente a che fare.
Dall’altro, oltre alle generiche e stucchevoli tirate sull’aiutarli a casa loro e sul popolo che ha fame (mentre in realtà continuiamo a essere tra quel 10% del mondo che la crisi vera manco ha idea di cosa sia), quasi tutte le argomentazioni finiscono per collassare su un meme.
Questo:

E si sa, se lo dice un meme, come dubitarne? Chissenefrega poi se Minniti era stato oggetto di una levata di scudi siderale, se il renzianissimo PD cui notoriamente tutti dicono OK guarda caso ha perso la metà del suo elettorato, gran parte a causa del suo ostinarsi a non dire cose di sinistra.

Ma va bene, so’ ragazzi.

Il punto cardine di tutta la vicenda è che la vera colpa di Salvini non è l’affare Aquarius. 
Decontestualizzato (segnatevi questa parola), il gesto del Ministro degli Interni ha un senso.
Discutibile, in termini ideologici, ma ha un senso.
Forse anche una giustificazione. Ed è questo che affermano i (molti, oltre i limiti dell’elettorato) difensori del leader leghista.

Andiamo con ordine.

  1. Chiudere i porti è un atto orribile. Ma questo non basta.
    Vero, eh, orribile lo è sul serio. Sbattere le porte in faccia a un debole è gesto miserevole, privo di qualsivoglia spirito di solidarietà. Ciò però dipende anche e soprattutto dal sistema sociopolitico (e socioeconomico) in cui esso viene compiuto. Nel sistema corrente – che ahimè non è regolato da principi di libera circolazione, è strutturato su confini, rapporti finanziari e militari, ecc. – si tratta di un orrore assoluto, ma di un plausibile relativo. Chiudere le porte è un gesto marcatamente politico non disomogeneo rispetto al mondo in cui viviamo. Anzi.
    E attenzione: sgombro il campo da un dubbio, si tratta di un sistema che non condivido. Anzi: che odio visceralmente. Ma prima di poter considerare il giudizio morale assoluto coincidente con quello relativo andrebbe scardinato quel sistema. E infatti anche le nazioni faro della cultura democratica mondiale (che ogni tanto provano pure a esportarla coi missili, tanto sono faro) chiudono e respingono. Da sempre. Poi certo quando c’è la storia specifica, il caso mediatico, tutto cambia (la nave, coi suoi passeggeri, la difficoltà concreta e contingente). Ma c’era quel tizio coi baffi che diceva che la morte di uno è una tragedia… 
  2. Salvini è un politico scaltro, il suo è un gesto mirato.
    Vero: è un politico scaltro (che, qualcuno faceva notare, non è uguale a essere politico intelligente).
    Vero: il suo è un gesto mirato. A fare cosa?
    A coinvolgere gli altri paesi nella risoluzione collettiva di un problema inequivocabilmente grave. A spingere l’Europa ad agire. 
    Che uno sia di sinistra o di destra, non si può dire che questi non siano obiettivi comunque positivi.
    E quindi bene, bravo, bis.
    C’è riuscito?
    , tuona il popolo gialloverde: non avete visto la Spagna, che poltriva lì tra tapas e Cristiano Ronaldo, come si è subito trovata costretta a muovere le chiappe? Ben fatto, Matteo, tu sì che sai come farti sentire.
    Col cavolo, replicano i molti oppositori: si è semplicemente trattato di un gesto di grande umanità da parte di un neopremier (di sinistra) convinto di dover comunque agire di fronte alla tragedia umana che si stava consumando.
    Chi ha ragione? Non conta. In termini politici, lo decide la storia. Entrambe le letture sono legittime perché sostanzialmente arbitrarie. Il senno di poi (forse, perché manco la storiografia è una scienza esatta) ci dirà di più.
  3. Non si usano le vite umane a scopo politico.
    Purtroppo, invece, sì.
    Ogni decisione di ampio raggio coinvolge, al massimo grado, le esistenze della gente, anche in senso strumentale, se questo significa ottenere come obiettivo un differenziale largamente positivo.
    Un esempio? Tutte le grandi rivoluzioni.
    Che hanno largamente usato le vite a scopo politico – insomma, la differenza la fanno gli obiettivi (segnatevi pure questa parola qui).
    Ciò detto, Salvini è furbo (again) e sapeva benissimo che l’Aquarius non è un gommone, che c’erano a disposizione strumentazioni di buon livello, che c’erano squadre di supporto pronte a scongiurare tragedie imminenti. Insomma: si è buttato, ma con un ottimo paracadute. E quindi anche l’orrore della frase in oggetto viene un po’ meno.
    Semmai, è utile puntualizzare una cosa (annotata da alcuni lettori, che ringrazio), per capire il grado di scaltrezza di Salvini: sull’Aquarius i migranti li ha caricati la Guardia Costiera italiana. Cambia forse poco, sul piano politico, perché rientra nella strategia: impossibile respingere un gommone, pena una shitstorm epocale, più sicuro, moralmente, accompagnarli all’uscita una volta che sono stati affidati a un battello attrezzato. Certo, peccato poi Salvini scelga di omettere questo aspetto, nei suoi interventi, cercando così di mantenere intatta, a puro scopo propagandistico, la vulgata secondo cui navi come l’Aquarius sarebbero dei taxi del mare.
    Ma di certo non vorremo forse chiedergli onestà intellettuale. 
  4. Voleva farlo pure Minniti!!1!!!1!11!
    Suona un po’ tipo e le foibe?
    Solo che è vero (e infatti gli è arrivata un po’ una tempesta di merda addosso, ma questo l’abbiamo già detto: mica si può pretendere che l’italiano medio abbia memoria).
    Sì, la chiusura si è discussa a più riprese. Negli anni novanta s’è pure messa in pratica, a un certo punto.
    Insomma Salvini mica è il primo.

Ma allora hanno ragione loro, mica ‘sti finti buonisti (aggiungiamo boldriniani che fa sempre scena).
Ma allora dove sta la colpa di Salvini?
EH? DOVE STA, DI GRAZIA?

Sta in tutto il resto.
Esatto: Salvini avrebbe avuto una ragionevole libertà di compiere un gesto del genere se non avesse fatto niente di quello che ha fatto finora (cioè circa un decennio di strepiti beceri e grossolani contro tutti gli altri).
Ogni gesto assume un significato all’interno di un contesto (vi eravate segnati la parola?).  Cioè se un pugno te lo dà Gandhi oppure Spada (Minniti non è il primo, Salvini non è il secondo, è un esempio iperbolico) cambia non poco.
E il contesto (e la cultura) costruito da Salvini – progettuale, programmatico, lessicale, propagandistico – rende semplicemente demenziale l’atto politico in sé.
Per due ragioni, una conseguente all’altra.
Salvini non è un fautore del dialogo interculturale, non è un sostenitore della solidarietà internazionale che, giunto di fronte alla sordità dei biechi conservatori nazionalisti, con un azzardo strategico (peraltro, come detto sopra, condotto in situazione controllata), uno schiaffo, decide di dare una sveglia alla comunità continentale.

Salvini è uno che ha costruito la sua intera narrazione politica sulla respinta del migrante.
Salvini è uno che ha costruito il suo progetto di società su una stramaledetta #ruspa.

Per uno che richiama il consenso sul disegno di un mondo fatto di porte sbarrate, di gente spedita a calci a casa, un porto chiuso non è un colpo all’establishment: è una prima pietra gettata alla base di un edificio senza ingressi né uscite.

E questo implica (eccola, la seconda ragione) che la spinta non la si dà alle forze democratiche affinché escano dal proprio errore e si facciano carico delle vite di questi milioni di sventurati, bensì, in direzione opposta, ai regimi ottusi che hanno deciso di rinchiudersi nei loro territori e strafottersene del resto del pianeta (chi ha detto Orban?). Che ovviamente si sentiranno titolati a perseguire, internamente all’Europa, lo stesso progetto nazionale che il buon Matteo ha concretamente iniziato a costruire qualche giorno fa.
Cioè esattamente l’opposto algebrico di quanto tutti i difensori di Salvini sostengono sventolando l’argomentazione che leggete al punto 2.

Un bel cazzo di boomerang, no, Matteo?

 

PS: In nessun modo questo articolo sostiene che respingere l’Aquarius sia stato giusto, ma solo che abbia, plausibilmente, un senso politico.

#Commodore64Day – il 7 aprile, a Milano!

#Commodore64Day – il 7 aprile, a Milano!

Vi avevo anticipato bolliva in pentola qualcosa di importante, ci stavo lavorando insieme a Emanuele Martorelli, indirettore di Starmale Redazione. Mensile di Cose Brutte, Malessere e Disagi
Ora ci siamo.

Il #Commodore64 è la scintilla per una giornata di intrattenimento, musica, performance, installazioni.
In una parola, #creatività.

Immagineremo il futuro, giocando col passato.
Insieme a un vero parterre de roi di ospiti, tra musicisti, scrittori, giornalisti, coder, fumettisti e molto altro.

Mollate tutto quello che state facendo – combattere la fame nel mondo, salvare delle vite, preparare tortellini o allenarvi col curling – e venite.

#Commodore64Day. Alla Santeria Social Club. Sabato 7 aprile.

#viteinfinite #starmale Starmale. Mensile di cose brutte, malesseri e disagi (fanpage).

E ora leviamo il governo dagli amici?

E ora leviamo il governo dagli amici?

Sì, è vero, questi bifolchi ignoranti arrivano qua e ci rubano il governo.
Cacciamoli, o alziamo un muro per tenerli fuori.
Chiudiamoli nei confini delle loro città e aiutiamoli a casa loro.
Tiriamogli delle banane quando aprono bocca.
Ricorda nulla?

Ecco: non funziona mai.

Mi spiego.
Posto che si è verificato il peggior scenario possibile, e che la mia preoccupazione è seria, profonda, lo dico chiaro: basta con questa storia del “sono cretini”, “sono analfabeti di ritorno”, “sono tutti fascisti”, “se gli stupidi non potessero votare allora”.
“Sono”.
CI sono.

Basta con la perpetua e assiomatica attribuzione del fallimento all’altrui inadeguatezza.
La colpa è di LeU, dei transfughi, della gente che non sa ascoltare, dei comunisti, dei fascisti – che, guarda un po’, questa colossale minaccia, in termini elettorali, proprio non erano, a dimostrazione del fatto che a farli parlare gli si mette il guinzaglio, se siamo poi capaci di usare la legge, mentre quando la si butta sullo scontro di strada gli si dà forza.

“Se non la pensi come me levami dagli amici” funziona con le cerchie sociali personali, funziona su Facebook, funziona con le serate al pub e le cene in compagnia.
Non è, e per fortuna, uno strumento della politica, perché la misura dell’espulsione dell’avversario, facile e vile, è il peggiore dei desideri possibili – e francamente non vedo come si possa essere di sinistra e anche solo desiderare, per gioco, che gli “altri” spariscano dal gioco.
Non possiamo levare dagli amici la nazione in cui viviamo e, per inciso, abbiamo anche deciso di restare.

Senza contare che da campioni storici della pratica, forse potremmo rispolverarla, quella proverbiale autocritica che abbiamo reso pura e semplice facciata mediatica per una buona dozzina d’anni, dimenticando strada facendo che il cocktail tra ideologia annacquata, sacrificata sull’altare del (labile) consenso, dirigismo e incapacità di comunicare vanifica anche tutto quanto di buono fatto.

Provare a ghettizzare a cicli concentrici rovescia i rapporti ed estromette proprio noi, anche perché saranno pur stupidi, ma hanno diritto a esistere e non c’è alcun essere trascendente che abbia consegnato a noi migliori le chiavi del mondo.

Nessuno è illuminato abbastanza.
“Gli altri” saranno sempre tantissimi.

#metoo

#metoo

Finché avremo un mondo di subordinati, nessuno potrà essere salvo dalla minaccia, dalla molestia, dall’aggressione.

E quindi dobbiamo lavorare su due fronti: su quello squisitamente sessuale ma anche, o soprattutto, sulla cultura del potere come unico valore assoluto della nostra società – aspetti intrecciati da secoli.

Perché la necessità è una formidabile leva di manipolazione e non è un concetto assoluto, ma relativo alla nostra organizzazione sociale.

Perché la subordinazione altrui è la base dell’impunità.

Ma soprattutto perché se esiste un parametro assoluto e (tragicamente) legittimato, per assegnare a due esseri umani posizioni in dislivello, significa che all’individuo viene assegnato un valore.
Ed è lì che la persona si trasforma in cosa.
Le cose si usano, ma soprattutto si comprano.
Le cose, anche quando non sono in vendita (e tanti si chiedono perché non lo siano, in fondo), si arraffano.
Si rubano.
Si rompono.

E non esistono risarcimenti.
Perché quando sono rotte, magicamente, si ritrasformano, da cose, in persone.
Rotte.

Videogiochi, radiosveglie e il Molise – l’intervista per A6 Fanzine

Videogiochi, radiosveglie e il Molise – l’intervista per A6 Fanzine

Come nasce l’idea di questo libro?

Vite infinite” nasce da una conversazione con un caro amico di smanettamenti informatici.
Si parlava, con sguardo all’orizzonte e profusione di pacche solidali, di quanto fosse bella l’infanzia perduta, quando tutto girava attorno ai joystick, ai mostri alieni da far fuori, a quei dannati floppy che gracchiavano per minuti infiniti prima di rovesciarci addosso schermate a quattro colori di puro cub(ett)ismo.
Pensavo fosse un sintomo della deriva anagrafica, poi ho scoperto che là fuori c’era un mare di gente ansiosa di tornare a vivere quelle vibrazioni e, magari, renderle attuali, rielaborarle, ricostruirne una narrazione pop condivisa.

Insomma, non eravamo i soli a regredire, anche perché i Millennium Falcon della Lego andavano già a ruba e non potevano essere solo i dodicenni a comprarli dato che costavano come un’utilitaria: l’universo ludico era stato sdoganato.
Si poteva finalmente parlarne senza sembrare idioti.
Ci ho provato, dedicandomi al settore che più sentivo mio, quello del videogame. Ma non garantisco, per quanto riguarda la parte del non sembrare idiota.

LEGGI L’INTERVISTA COMPLETA SUL SITO DI A6 FANZINE!

“Blade Runner 2049”, ovvero come perdere con classe

“Blade Runner 2049”, ovvero come perdere con classe

Supponiamo che siate appassionati di teatro.
Che amiate, che so, Beckett.
Lo amate perché vi ha svelato l’attesa, perché vi ha guidato in modo emozionante e sardonico alla scoperta di una tragica, ma fondamentale, prospettiva sull’esistenza che prima vi mancava, che non avevate compreso.
Siete in tanti, ad amarlo, anche perché vi ha regalato un contenuto condiviso, si è trasformato in concetto.
Poi però capita che in tutti i teatri del mondo esce “Aspettando Godot 2”. In cui il Signor Godot arriva.
Scusate, beh, sì, insomma, ci mancavano delle informazioni.
Era bloccato nel traffico, bastava attenderlo, ma eccolo qui.
A quel punto Godot, il vecchio Godot, scompare. Resta l’opera teatrale, certo, ma Godot in fondo è di più, Godot è reale. Da un’altra parte, nel dominio dell’astratto, del fantasmatico: esisteva, nel nostro immaginario, e ora si dissolve.

Ecco, a volte c’è un assassinio nell’immaginario, quando si riesuma e si riscrive. Qualcosa nell’universo cambia senza che si possa tornare indietro. E poi lo dice anche Deckard che a volte il più grande atto d’amore consiste nel farsi da parte, nello sparire: amare “Blade Runner” forse voleva dire allontanarsene per sempre.

Però non è andata così, e c’è un film di cui parlare.
Un film nuovo e intriso di rispetto, reverenza, attenzione filologica.
Un film che – premessa doverosa – non si avvicina in alcun modo allo splendore cristallino dell’originale, che fu quasi soprannaturale nell’intersecare l’apice creativo e performativo di tutti i talenti in esso coinvolti.

Ma “Blade Runner 2049” è un buon film. Non un capolavoro, niente che possa giustificare l’entusiasmo un po’ frenetico, un po’ esaltato di certa critica, mossa da un misto di hype e (ahimè) desiderio di una qualità filmica da troppo tempo assente dai nostri schermi cinematografici, specie nel comparto fantascientifico – la voglia di innamorarsi a volte gioca brutti scherzi, e l’impressione è che a bocce ferme le grida al miracolo finiranno per stemperarsi in manifestazioni decisamente più moderate. Villeneuve, però, è riuscito nel sorprendente compito di non provocare nello spettatore un moto omicida immediato – e le probabilità erano, quante… tre o quattro su un miliardo?
Forse meno.


E invece, contro tutto e tutti, pur non esente da tremende imperfezioni, “Blade Runer 2049” è un film che merita di essere visto, soprattutto merita di essere visto al cinema, particolare fondamentale e in fondo squisito, dato che troppo spesso ci si dimentica di come la sala sia una componente fondamentale di questa forma d’arte.
Perché merita?
Provo a spiegarlo in modo sintetico.
Non ci riuscirò, ovviamente.

Innanzi tutto, sul piano audiovisivo ci troviamo di fronte a una delle opere più stupefacenti degli ultimi 25 anni. Tornare nell’agglomerato metropolitano post-moderno e pre-cyberpunk elaborato da Scott, Mead e compagnia è di suo un’emozione unica: farlo con la lussureggiante vitalità scenica di questo film è semplicemente mozzafiato, complice anche la regia elegante – e a tratti fin troppo debitrice verso l’originale, ma si intuisce l’intenzione filologica – di Villeneuve. I movimenti di macchina, le incursioni tra gli edifici, i campi lunghi, le panoramiche, la struttura urbana, i loghi Atari e la pioggia: è “Blade Runner”, è quel mondo lì, e questo colpisce al cuore, fino alla commozione. E la scelta brillante è quella di dotare tutto l’ambiente di concretezza, tangibilità, senza l’incorporeità aerea di tanta CGI odierna. Metallo, cemento, cuoio, detriti, polvere: il mondo del film è denso e l’impatto è fortissimo.

Sul versante personaggi, nessuno vola alto come Roy, o Pris, ma i volti funzionano, Gosling si conferma attore capace di sottrarre, di restare immobile ai confini dell’inespressività, per poi variare passo emozionale con agilità, esplodere senza ricorrere all’eccesso, cosa che invece non riesce a Jared Leto – sempre più affetto dalla “sindrome Johnny Depp”, quella patologia per cui attori di grande talento si dimenticano che gigioneggiare e recitare sono due azioni spesso disgiunte. E infatti finisce per interpretare se stesso, più che un erede credibile del demiurgico Eldon Tyrell.


La trama è lineare, forse anche troppo, fino a sforare talvolta nella più chiara prevedibilità, specie considerando la ponderosa durata del film (cui avrebbe giovato qualche colpo di forbice, diciamo una ventina di minuti), ma la narrazione, con il suo incedere, è sapida e, in profonda antitesi rispetto all’orribile trailer (grazie al cielo), lontana dalle sirene dell’action contemporaneo. Pochi scontri, bilanciati e coreografati bene, nessun eccesso, niente esplosioni gratuite, né concessioni alla facile presa spettacolare.
A deludere, in realtà, è proprio il soggetto: il motore della storia è potente ma limitato, le diramazioni e le sottotrame piuttosto esigue, con la sola eccezione del personaggio di Joi, interpretato da Ana de Armas, al centro di una parte della storia molto toccante, foriera di quelle che sono le uniche vere riflessioni che il film stimola senza esaurirle all’interno del proprio corso.
Se “Blade Runner” era praticamente un generatore perpetuo di dubbi, inquietudini, questo sequel apre e chiude, nell’economia del suo svolgimento, la quasi totalità degli interrogativi: è un film che non produce discussioni – se non su di sé, in quanto opera, in quanto oggetto di critica. Le chiacchiere fuori della sala sono incentrate sul ti è piaciuto?, non certo sulla condivisione di interpretazioni del contenuto, dato che regia e sceneggiatura le guidano fino al didascalismo.

Il paradosso è tutto qui.
Tutto il materiale concettuale – e di rimando emozionale – deriva sostanzialmente dalla fucina meravigliosa del primo episodio, che viene omaggiato e rispettato, nella misura in cui gli sceneggiatori cercano di muoversi all’interno dell’esiguo spazio di manovra che la (comprensibile) reverenza concede loro, e allo stesso tempo tradito, perché ogni incursione nella storia originale genera un cortocircuito che uccide Godot. E non è un caso che ci sia una vistosissima differenza qualitativa tra il (magnifico, a tratti) primo tempo e il ben più deludente secondo tempo in cui si fa contenutistico, più che visivo, il necessario recupero del rapporto con l’originale, specie dal momento in cui fa la sua comparsa, stanca e un po’ incomprensibile, Deckard.

Ecco, Deckard.
Deckard rappresenta la zoppia primaria dell’idea di dare un sequel a “Blade Runner”. 
Al di là del fatto che Ford è ormai un anziano signore poco adatto a trasmettere la labilità esistenziale del giovane cacciatore di lavori in pelle che fu, il personaggio è reso debole da un copione sciatto, dall’inserimento in uno sviluppo narrativo che improvvisamente (e tristemente, anche perché spalanca la porta a una possibile serializzazione ulteriore) pare strizzare l’occhio a “Io, robot” di Alex Proyas – e anche la messa in scena si assesta su quei codici – e da una dinamica dei dialoghi che si fa retorica, complice anche la citata gigioneria di Leto.
Deckard è il simbolo perfetto della ragione per cui è semplicemente impossibile, pur di fronte a una pellicola colma di punti di forza e striata di sequenze autenticamente emozionanti, accettare il suggerimento di quelli che ci invitano a guardare il film senza fare paragoni con l’originale, senza pensare che si tratta del seguito di “Blade Runner”. Perché la sua forza è esattamente da lì, che deriva. Perché se questa regia sontuosa accarezza gli occhi, lo fa sulla scorta di una matrice estetica, di un’eredità dichiarata ad ogni passo nella gigantesca quantità di rimandi, sia estetici che strettamente narrativi, che costellano le due ore e mezzo del film. Perché ancor più che in tanti altri sequel, i dati di continuità, le memorie, servono a strutturare la storia. Difficile, insomma, affrancarsi dal giudizio relativo, quando il film propone addirittura fotogrammi e spezzoni audio dell’originale – oltre ai volti di ben tre personaggi.


Villeneuve, insomma, ha creato un fastoso omaggio, lo ha fatto con un amore sincero e viscerale per il suo riferimento, ma ha proiettato, così, un’ombra insuperabile al di sopra della sua opera, decidendo – ma era probabilmente una strada senza uscita – di inchiodarvi al centro l’originale di Scott.
La missione era suicida a prescindere: tradire significava lesa maestà, riprendere significava entrare in una sorta di labirinto, nonché avvicinare ineluttabilmente l'(inarrivabile) originale.
Villeneuve lo ha fatto con buona classe e con potenza espressiva notevolissima, confezionando un film che surclassa gran parte dei  prodotti sci-fi odierni e che rimette al centro dell’esperienza cinematografica la costruzione di mondi (e che mondi!), ma soprattutto la magia della visione.
Come quando perdi col Real Madrid, ma vendi cara la pelle: puoi anche uscire dal campo orgoglioso.

Peccato soltanto per Godot.
 

Recensione breve di “Blade Runner 2049”

Recensione breve di “Blade Runner 2049”

“Blade Runner 2049” è un film di grande impatto tecnico, girato con classe, a tratti ineccepibile ma – oltre che un po’ prolisso – decisamente freddo e artificioso, banale e in ultima analisi deludente.
Nonostante questo domani lo andrò comunque a vedere.