Autore: DKP

Diego K. Pierini, nato negli anni Settanta, quando il rock era morto solo un paio di volte, è la prova vivente che i videogiochi fanno male. Miope, moderatamente sociopatico, ridotto in povertà dalla passione per le consolle vintage e come se non bastasse laureato in filosofia. Oltre ad aver prestato la sua urticante intermittenza intellettiva al mondo televisivo, tra Voyager, Parla con me, Gazebo e altri programmi, ha scritto d’intelligenza artificiale, culture digitali, musica e cinema. Voleva fare l'astronauta, ma si accontenterebbe di cantare negli 883.
#metoo

#metoo

Finché avremo un mondo di subordinati, nessuno potrà essere salvo dalla minaccia, dalla molestia, dall’aggressione.

E quindi dobbiamo lavorare su due fronti: su quello squisitamente sessuale ma anche, o soprattutto, sulla cultura del potere come unico valore assoluto della nostra società – aspetti intrecciati da secoli.

Perché la necessità è una formidabile leva di manipolazione e non è un concetto assoluto, ma relativo alla nostra organizzazione sociale.

Perché la subordinazione altrui è la base dell’impunità.

Ma soprattutto perché se esiste un parametro assoluto e (tragicamente) legittimato, per assegnare a due esseri umani posizioni in dislivello, significa che all’individuo viene assegnato un valore.
Ed è lì che la persona si trasforma in cosa.
Le cose si usano, ma soprattutto si comprano.
Le cose, anche quando non sono in vendita (e tanti si chiedono perché non lo siano, in fondo), si arraffano.
Si rubano.
Si rompono.

E non esistono risarcimenti.
Perché quando sono rotte, magicamente, si ritrasformano, da cose, in persone.
Rotte.

Videogiochi, radiosveglie e il Molise – l’intervista per A6 Fanzine

Videogiochi, radiosveglie e il Molise – l’intervista per A6 Fanzine

Come nasce l’idea di questo libro?

Vite infinite” nasce da una conversazione con un caro amico di smanettamenti informatici.
Si parlava, con sguardo all’orizzonte e profusione di pacche solidali, di quanto fosse bella l’infanzia perduta, quando tutto girava attorno ai joystick, ai mostri alieni da far fuori, a quei dannati floppy che gracchiavano per minuti infiniti prima di rovesciarci addosso schermate a quattro colori di puro cub(ett)ismo.
Pensavo fosse un sintomo della deriva anagrafica, poi ho scoperto che là fuori c’era un mare di gente ansiosa di tornare a vivere quelle vibrazioni e, magari, renderle attuali, rielaborarle, ricostruirne una narrazione pop condivisa.

Insomma, non eravamo i soli a regredire, anche perché i Millennium Falcon della Lego andavano già a ruba e non potevano essere solo i dodicenni a comprarli dato che costavano come un’utilitaria: l’universo ludico era stato sdoganato.
Si poteva finalmente parlarne senza sembrare idioti.
Ci ho provato, dedicandomi al settore che più sentivo mio, quello del videogame. Ma non garantisco, per quanto riguarda la parte del non sembrare idiota.

LEGGI L’INTERVISTA COMPLETA SUL SITO DI A6 FANZINE!

“Blade Runner 2049”, ovvero come perdere con classe

“Blade Runner 2049”, ovvero come perdere con classe

Supponiamo che siate appassionati di teatro.
Che amiate, che so, Beckett.
Lo amate perché vi ha svelato l’attesa, perché vi ha guidato in modo emozionante e sardonico alla scoperta di una tragica, ma fondamentale, prospettiva sull’esistenza che prima vi mancava, che non avevate compreso.
Siete in tanti, ad amarlo, anche perché vi ha regalato un contenuto condiviso, si è trasformato in concetto.
Poi però capita che in tutti i teatri del mondo esce “Aspettando Godot 2”. In cui il Signor Godot arriva.
Scusate, beh, sì, insomma, ci mancavano delle informazioni.
Era bloccato nel traffico, bastava attenderlo, ma eccolo qui.
A quel punto Godot, il vecchio Godot, scompare. Resta l’opera teatrale, certo, ma Godot in fondo è di più, Godot è reale. Da un’altra parte, nel dominio dell’astratto, del fantasmatico: esisteva, nel nostro immaginario, e ora si dissolve.

Ecco, a volte c’è un assassinio nell’immaginario, quando si riesuma e si riscrive. Qualcosa nell’universo cambia senza che si possa tornare indietro. E poi lo dice anche Deckard che a volte il più grande atto d’amore consiste nel farsi da parte, nello sparire: amare “Blade Runner” forse voleva dire allontanarsene per sempre.

Però non è andata così, e c’è un film di cui parlare.
Un film nuovo e intriso di rispetto, reverenza, attenzione filologica.
Un film che – premessa doverosa – non si avvicina in alcun modo allo splendore cristallino dell’originale, che fu quasi soprannaturale nell’intersecare l’apice creativo e performativo di tutti i talenti in esso coinvolti.

Ma “Blade Runner 2049” è un buon film. Non un capolavoro, niente che possa giustificare l’entusiasmo un po’ frenetico, un po’ esaltato di certa critica, mossa da un misto di hype e (ahimè) desiderio di una qualità filmica da troppo tempo assente dai nostri schermi cinematografici, specie nel comparto fantascientifico – la voglia di innamorarsi a volte gioca brutti scherzi, e l’impressione è che a bocce ferme le grida al miracolo finiranno per stemperarsi in manifestazioni decisamente più moderate. Villeneuve, però, è riuscito nel sorprendente compito di non provocare nello spettatore un moto omicida immediato – e le probabilità erano, quante… tre o quattro su un miliardo?
Forse meno.


E invece, contro tutto e tutti, pur non esente da tremende imperfezioni, “Blade Runer 2049” è un film che merita di essere visto, soprattutto merita di essere visto al cinema, particolare fondamentale e in fondo squisito, dato che troppo spesso ci si dimentica di come la sala sia una componente fondamentale di questa forma d’arte.
Perché merita?
Provo a spiegarlo in modo sintetico.
Non ci riuscirò, ovviamente.

Innanzi tutto, sul piano audiovisivo ci troviamo di fronte a una delle opere più stupefacenti degli ultimi 25 anni. Tornare nell’agglomerato metropolitano post-moderno e pre-cyberpunk elaborato da Scott, Mead e compagnia è di suo un’emozione unica: farlo con la lussureggiante vitalità scenica di questo film è semplicemente mozzafiato, complice anche la regia elegante – e a tratti fin troppo debitrice verso l’originale, ma si intuisce l’intenzione filologica – di Villeneuve. I movimenti di macchina, le incursioni tra gli edifici, i campi lunghi, le panoramiche, la struttura urbana, i loghi Atari e la pioggia: è “Blade Runner”, è quel mondo lì, e questo colpisce al cuore, fino alla commozione. E la scelta brillante è quella di dotare tutto l’ambiente di concretezza, tangibilità, senza l’incorporeità aerea di tanta CGI odierna. Metallo, cemento, cuoio, detriti, polvere: il mondo del film è denso e l’impatto è fortissimo.

Sul versante personaggi, nessuno vola alto come Roy, o Pris, ma i volti funzionano, Gosling si conferma attore capace di sottrarre, di restare immobile ai confini dell’inespressività, per poi variare passo emozionale con agilità, esplodere senza ricorrere all’eccesso, cosa che invece non riesce a Jared Leto – sempre più affetto dalla “sindrome Johnny Depp”, quella patologia per cui attori di grande talento si dimenticano che gigioneggiare e recitare sono due azioni spesso disgiunte. E infatti finisce per interpretare se stesso, più che un erede credibile del demiurgico Eldon Tyrell.


La trama è lineare, forse anche troppo, fino a sforare talvolta nella più chiara prevedibilità, specie considerando la ponderosa durata del film (cui avrebbe giovato qualche colpo di forbice, diciamo una ventina di minuti), ma la narrazione, con il suo incedere, è sapida e, in profonda antitesi rispetto all’orribile trailer (grazie al cielo), lontana dalle sirene dell’action contemporaneo. Pochi scontri, bilanciati e coreografati bene, nessun eccesso, niente esplosioni gratuite, né concessioni alla facile presa spettacolare.
A deludere, in realtà, è proprio il soggetto: il motore della storia è potente ma limitato, le diramazioni e le sottotrame piuttosto esigue, con la sola eccezione del personaggio di Joi, interpretato da Ana de Armas, al centro di una parte della storia molto toccante, foriera di quelle che sono le uniche vere riflessioni che il film stimola senza esaurirle all’interno del proprio corso.
Se “Blade Runner” era praticamente un generatore perpetuo di dubbi, inquietudini, questo sequel apre e chiude, nell’economia del suo svolgimento, la quasi totalità degli interrogativi: è un film che non produce discussioni – se non su di sé, in quanto opera, in quanto oggetto di critica. Le chiacchiere fuori della sala sono incentrate sul ti è piaciuto?, non certo sulla condivisione di interpretazioni del contenuto, dato che regia e sceneggiatura le guidano fino al didascalismo.

Il paradosso è tutto qui.
Tutto il materiale concettuale – e di rimando emozionale – deriva sostanzialmente dalla fucina meravigliosa del primo episodio, che viene omaggiato e rispettato, nella misura in cui gli sceneggiatori cercano di muoversi all’interno dell’esiguo spazio di manovra che la (comprensibile) reverenza concede loro, e allo stesso tempo tradito, perché ogni incursione nella storia originale genera un cortocircuito che uccide Godot. E non è un caso che ci sia una vistosissima differenza qualitativa tra il (magnifico, a tratti) primo tempo e il ben più deludente secondo tempo in cui si fa contenutistico, più che visivo, il necessario recupero del rapporto con l’originale, specie dal momento in cui fa la sua comparsa, stanca e un po’ incomprensibile, Deckard.

Ecco, Deckard.
Deckard rappresenta la zoppia primaria dell’idea di dare un sequel a “Blade Runner”. 
Al di là del fatto che Ford è ormai un anziano signore poco adatto a trasmettere la labilità esistenziale del giovane cacciatore di lavori in pelle che fu, il personaggio è reso debole da un copione sciatto, dall’inserimento in uno sviluppo narrativo che improvvisamente (e tristemente, anche perché spalanca la porta a una possibile serializzazione ulteriore) pare strizzare l’occhio a “Io, robot” di Alex Proyas – e anche la messa in scena si assesta su quei codici – e da una dinamica dei dialoghi che si fa retorica, complice anche la citata gigioneria di Leto.
Deckard è il simbolo perfetto della ragione per cui è semplicemente impossibile, pur di fronte a una pellicola colma di punti di forza e striata di sequenze autenticamente emozionanti, accettare il suggerimento di quelli che ci invitano a guardare il film senza fare paragoni con l’originale, senza pensare che si tratta del seguito di “Blade Runner”. Perché la sua forza è esattamente da lì, che deriva. Perché se questa regia sontuosa accarezza gli occhi, lo fa sulla scorta di una matrice estetica, di un’eredità dichiarata ad ogni passo nella gigantesca quantità di rimandi, sia estetici che strettamente narrativi, che costellano le due ore e mezzo del film. Perché ancor più che in tanti altri sequel, i dati di continuità, le memorie, servono a strutturare la storia. Difficile, insomma, affrancarsi dal giudizio relativo, quando il film propone addirittura fotogrammi e spezzoni audio dell’originale – oltre ai volti di ben tre personaggi.


Villeneuve, insomma, ha creato un fastoso omaggio, lo ha fatto con un amore sincero e viscerale per il suo riferimento, ma ha proiettato, così, un’ombra insuperabile al di sopra della sua opera, decidendo – ma era probabilmente una strada senza uscita – di inchiodarvi al centro l’originale di Scott.
La missione era suicida a prescindere: tradire significava lesa maestà, riprendere significava entrare in una sorta di labirinto, nonché avvicinare ineluttabilmente l'(inarrivabile) originale.
Villeneuve lo ha fatto con buona classe e con potenza espressiva notevolissima, confezionando un film che surclassa gran parte dei  prodotti sci-fi odierni e che rimette al centro dell’esperienza cinematografica la costruzione di mondi (e che mondi!), ma soprattutto la magia della visione.
Come quando perdi col Real Madrid, ma vendi cara la pelle: puoi anche uscire dal campo orgoglioso.

Peccato soltanto per Godot.
 

Recensione breve di “Blade Runner 2049”

Recensione breve di “Blade Runner 2049”

“Blade Runner 2049” è un film di grande impatto tecnico, girato con classe, a tratti ineccepibile ma – oltre che un po’ prolisso – decisamente freddo e artificioso, banale e in ultima analisi deludente.
Nonostante questo domani lo andrò comunque a vedere.

“Una bella storia, perché il videogame è un oggetto bello” – intervista per Retrogaming Planet

“Una bella storia, perché il videogame è un oggetto bello” – intervista per Retrogaming Planet

Volevo parlare di cupcakes ma la mia cucina è bruciata circa un biennio fa mentre preparavo dei semplici toast. Non sono uno storico, né un accademico, né un informatico, né un ex giornalista videoludico. Diciamocelo: che motivo ci sarebbe per stare a sentire il barboso sproloquio su Galaga eruttato da, che so, il cantante di un gruppo post-hardcore? Sarebbe un po’ come (Maccio Capatonda docet) mettersi a leggere le recensioni di cinema pubblicate su Quattroruote. 
Allora mi sono chiesto: evito di scriverne o trovo una chiave diversa? Siccome sono sadico, ho optato per la seconda e non vi ho risparmiato una nuova fatica letteraria, scegliendo di raccontare il mondo dei videogiochi in modo non lineare, attraverso ricordi, impressioni, focalizzandomi non tanto – o non solo – sul videogame, quanto sul videogamer. Più che dell’oggetto videogioco, il libro parla del sentimento videogioco. Al centro c’è la prospettiva emozionale.
E al centro di questa, il cazzeggio spinto, perché non sono una persona seria.

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POST BREVE DI RIFLESSIONI SUL REFERENDUM ©

POST BREVE DI RIFLESSIONI SUL REFERENDUM ©

1) Il 4 dicembre andrò a votare.
Perché il quesito è insensatamente complicato e il confronto si è trasformato in rissa mediatica, ma in assenza di quorum credo che per la stabilità del paese sia necessario che emerga dalle urne un verdetto chiaro, forte, qualunque esso sia.

2) Chiedere (decidendo di approvare una riforma costituzionale a maggioranza assoluta, cosa che comporta in modo pressoché automatico il referendum confermativo, a meno di plateale, nonché mai verificatosi, cambio di direzione delle opposizioni) a un popolo così atrocemente diviso di esprimersi su un tema così ampio e fondante è manifestazione di malafede o di scarsa sensibilità politica. Se l’idea era quella di usare la riforma e quindi, automaticamente, il referendum come strumento di legittimazione di un governo geneticamente debole, a mancare è la deontologia, se la scelta è stata fatta per semplice miopia, a mancare è la competenza politica. Entrambe le caratteristiche mi sembrano decisamente incompatibili, per un politico, con la proposta di trasformare lo Stato in senso così profondo.

3) Accorpare provvedimenti diversissimi come per esempio l’abolizione del CNEL e la riforma del titolo V in un’unica interrogazione (incomprensibile a un buon 75% della nazione) è demenziale o ricattatorio. Farlo dal basso di uno dei governi meno contenutisticamente legittimi (a dispetto della legittimità formale) è realmente intollerabile, soprattutto considerando che la pacificazione di cui sopra non è stata raggiunta neanche ALL’INTERNO della forza politica promotrice della riforma.

4) Il voto dovrebbe essere orientato in base ai contenuti della riforma, NON degli effetti politici di breve termine che il voto stesso potrebbe provocare. La personalizzazione del referendum è stata idea renziana della prima ora (errore strategico, oltre che falla etica) ed è poi stata accettata di buon grado anche dalla fazione opposta, ben disposta a sguazzare nella stessa melma. Votare con Salvini, Brunetta, Berlusconi e compagnia è tremendo – non che Alfano, Casini e Marchionne mi facciano saltare di gioia…Ma visto che dovremmo scegliere sulla base dei contenuti, non mi si può riproporre di continuo lo spauracchio della permanenza di Renzi o quello dell’avvento di Grillo. In tutta sincerità, poi, ricevo più appelli dalla fazione del sì che da quella del no, in questo senso (votare sì per non lasciare il paese in mano alle destre, come dice Pisapia). Questo uso strategico di un referendum costituzionale è però una brutalizzazione del nostro sistema democratico.

5) Tocco a grandi linee alcuni punti nodali.

– Assurdo che i sostenitori del NO si inalberino perché la riforma non fa risparmiare quanto si potrebbe realmente. “Se si voleva risparmiare si tagliavano i stipendii dei politishi”: ridicolo. La riforma, senza dubbio alcuno, taglia le spese perché si riduce di due terzi il numero dei senatori e si RIMUOVONO le indennità degli stessi. Si poteva far meglio? Forse. Ma il risparmio c’è, rigettare questo passaggio solo in quanto migliorabile è insensato.

– Mi sembra altrettanto positiva la cancellazione del CNEL, ente di dubbia utilità ma di costi certi.

– Di contro, la riforma del titolo V potrebbe snellire burocrazia e gestione del territorio, ma non ne condivido la direzione ‘filosofica’, sostanzialmente antitetica rispetto a devolution e ‘federalismo’ organizzativo e fiscale che ritengo al contrario utili al futuro della nazione, da non centralista quale sono. Peraltro, anche sull’effetto snellente paiono esserci molti dubbi.

– Sul superamento del bicameralismo ho delle riserve che potrei sciogliere solo nell’ottica di un ripensamento molto più profondo di tutta l’organizzazione dello Stato. Ripensamento non affrontabile col mezzo referendario.

– Ci sono alcuni effetti immediati da tenere in conto: la riforma interagisce in modo estremamente deleterio con l’attuale legge elettorale (e l’impegno generico a una modifica successiva non è garanzia sufficiente) e crea un certo numero di altri corollari discutibili, per esempio l’assegnazione dell’immunità agli amministratori locali.

6) Votare in base alle possibili risposte del mercato, o lasciandosi eterodirigere, se si parla di costituzione, è un errore banale: gli effetti di lunga durata sono ignoti ai più, non stiamo parlando di elezioni politiche ma di una rivoluzione strutturale piuttosto importante.

7) Chiedere di dare voto favorevole “perché bisogna aprirsi al cambiamento” è stupido tanto quanto dire che “abbiamo la costituzione più bella del mondo”: entrambe queste valutazioni sono monche – una non prende in considerazione la direzione del cambiamento, l’altra esclude a priori il miglioramento. Irricevibili.

8) Mi pare puerile e spesso deleterio il gioco degli endorsement: come nel caso di Trump avere una risma di dichiarazioni di voto da gente che nella migliore delle ipotesi è competente ma scollata dalla realtà più concreta del paese, nella peggiore totalmente inetta – ma quasi sempre irritante – mi sembra una perdita di tempo, soprattutto perché quasi nessuno di questi endorsement è accompagnato da uno straccio di argomento. Altrettanto, mi ripugna il gioco alla delegittimazione reciproca: considerare un gruppo sociale idiota o incapace solo in virtù di un’opinione non è mai stata scelta vincente (e questo atteggiamento danneggia maggiormente il fronte del sì).

In ultimo, noto che gli orientamenti di massima non sono, contrariamente a quanto si pensa, così strettamente vincolati a livello culturale, cosmopolitismo, ecc. (per quanto una generica forma di livore antipolitico pesi in modo netto a favore del no, ed è un fattore ovviamente negativo), bensì tendano a polarizzarsi sulla base di afferenza a determinati ambienti culturali e soprattutto di posizionamento socio-economico.
A pendere verso il sì è la residuale middle class legata a terziario, servizi ed economia, insieme a una buona parte della upper middle class di matrice industriale di imprinting globalista. Non credo sia un dato da trascurare (come ha erroneamente fatto il governo): l’apertura al cambiamento verso un ‘nuovo’ piuttosto nebuloso e non chiaramente migliorativo è attitudine propria di chi sente di avere la stabilità sufficiente per rischiare.In questo senso, mi pare che il grande punto debole di questa riforma sia ancora il contesto temporale entro cui si presenta, specie considerando la sua conclamata (e ammessa largamente ambo lati) imperfezione.

I miei two cents a proposito di Trump

I miei two cents a proposito di Trump

Visto che sono su Facebook © e questo, stante l’attualità, fa di me un politologo, dico la mia sulla vicenda Trump.

Dunque.

Sono felice che Donald Trump sia il nuovo presidente degli Stati Uniti?

NO.
Non mi piace come essere umano, lo considero primitivo, rozzo, sgradevole, poco trasparente. Il suo programma, peraltro piuttosto ondivago, è lontano anni luce dai miei orientamenti. Non sopporto l’idea di una poderosa marcia indietro in termini di diritti civili, di imprinting culturale, di politiche ambientali, ecc.
Trovo l’idea del ritorno al protezionismo anacronistica e contraddittoria: ero contro la globalizzazione e lo sono tuttora, ma stento a comprendere come determinate misure possano aver senso in una nazione che poi propugna e implementa politiche assolutamente globalistiche (anzi: imperialiste) fuori dai propri confini. Il mercato globale devasta i mercati interni perché propone manodopera selvaggiamente concorrenziale? Si smetta di usare i paesi subalterni come generatori di schiavi, piuttosto, ché poi introdurre dazi e spingere per una (falsa) autarchia non ha alcun senso.

Quindi no, Trump non è un presidente a me gradito. Anche perché sono e resto una persona di sinistra, credo in un mondo culturalmente fluido, con accordi internazionali perequativi presi tra organi statali (rappresentativi) leggeri e agili che veglino su cittadini dotati di libertà civili pressoché assolute e di basi reddituali universali. Un optimum probabilmente chimerico, ma comunque utile in termini di direzione da intraprendere.

Ciò detto, vorrei fare alcune precisazioni.

1) Non avrei ritenuto, di fatto, Hillary Clinton una alternativa reale. Mi è sempre sembrata un candidato irricevibile, con un passato discutibilissimo, delle convinzioni politiche lontane, una capacità di convogliare su di sé il consenso molto scarsa, connessioni di potere realmente orride. Peraltro, ho il sospetto che in termini di politica estera Clinton avrebbe rappresentato una minaccia non inferiore a Trump – che vedo invece assolutamente esiziale sul piano interno.

2) Mi sembra demenziale considerare Trump un possibile avversatore dell’establishment. Ha evaso il fisco grazie alla connivenza di una certa parte dell’intellighenzia nazionale, ha attraversato minimo 4 decadi di storia americana stringendo amicizie randomiche con OGNI settore del potere politico e industriale (compresi i Clinton…che sarebbero l’establishment, nella narrazione surreale di certi commentatori). E stanno già trapelando i nomi della squadra: Giuliani, Palin…GINGRICH. Personaggi che fanno politica da eoni. Niente male, per l’Uomo della GGente.

3) Mi sembra ancora più demenziale scatenare l’iradiddio all’indomani delle elezioni. Sono state trasparenti, non ci sono stati possibili brogli, sono andate così. Male, magari. Ma è uno degli svantaggi della democrazia: a volte vincono gli avversari. Anelare a un ritorno all’oligarchia illuminata è una delle più grosse stronzate che io abbia mai sentito ed è, soprattutto, una contraddizione in termini: se si lotta per i diritti, non si può poi togliere il diritto di voto, come ho già detto. Il mondo è di tutti, lo diciamo sempre quando bisogna fare i progressisti, non ci si può rimangiare la parola pretendendo che sia di tutti NOI. Peraltro è molto ironico che la borghesia colta, spesso di sinistra, si stracci le vesti per gli ultimi del mondo e si dimentichi poi che gli ultimi sono spesso poco istruiti, elementari, magari grezzi. Magari influenzabili. Magari interessati a ciò che nella vita è esteticamente di poca qualità. Lottare affinché si innalzi è sacrosanto, fare da apripista, fornire strumenti, anche. Espropriare qualcuno del diritto ad autodeterminarsi, invece, no, pensare che debba mettersi nelle mani di qualcuno che è migliore e deve guidarlo come fosse inabile non è solo paternalista: è fascista – non nel senso ideologico, perché avrebbe una sua dignità filosofica, ma nel senso spregiativo.

4) C’è un problema gigantesco di autoreferenzialità in una grossa parte del mondo culturale internazionale. Specie quello giornalistico. Se a fare da endorser appassionato a un candidato è TUTTA la classe alta (attori, intellettuali, ecc.), in blocco, in un mondo nel quale per ragioni economico/culturali è scomparsa la middle class, spezzata in due tronconi che praticamente non hanno punti di contatto, purtroppo, in termini reali, la cosa non significa niente. Che Lady Gaga tifi Clinton non dice nulla sulla realtà, perché Lady Gaga, della realtà, non fa più parte. C’è uno scollamento gigantesco tra le domande, le necessità reali di una fetta crescente di popolazione, e ciò che la classe sociale cui io stesso appartengo ritiene primario: bisogna prenderne atto, se vogliamo realmente aderire a un sistema democratico, più che liquidare tutto ciò che quella fetta sta cercando di portare alla nostra attenzione come ‘semplicemente sbagliato’. Esiste una dimensione descrittiva, poi ce n’è una normativa: non possono essere reciprocamente impermeabili. Un sistema democratico deve necessariamente prendere in considerazione la cittadinanza – e poi elaborare le risposte migliori, ovvio, non applicare pedissequamente gli ordini della pancia: per questo esiste il concetto di rappresentanza. Ma non ascoltare è una sciagura, specie se ci si rinchiude in un sovramondo mediatico in cui una rappresentazione univoca sostituisce in modo stolido il dato concreto. Insomma: Huxley dovremmo riprenderlo in mano, perché forse ce lo siamo dimenticato.

5) In questi mesi abbiamo visto decine di sondaggi, analisi, previsioni. In alcuni casi proposti con grottesca sicumera. Su tutti, l’idea che i blocchi etnici rappresentino automaticamente blocchi d’opinione. Cioè, per esempio: i latinos non possono volere Trump, che è contro altri latinos. Al di là del fatto che all’interno dei gruppi etnici ci sono storie, ceppi, provenienze diversissimi (per dire, in Florida molti latini sono anticastristi, esuli o figli di esuli cubani della prima ora, repubblicani die hard), e del fatto che non è così antropologicamente assurdo che un gruppo sociale tenda a difendere un privilegio acquisito, anche su membri dello stesso gruppo (è la base della concorrenza, peraltro), vorrei soffermarmi su un fatto: ritenere che se sei ispanico ALLORA devi pensarla in un certo modo è una manifestazione di razzismo. Esattamente come credere che un rom sarà automaticamente un ladro, per dire.

6) I politici italiani che mescolano senza cognizione di causa né alcuna reale omogeneità Trump, Renzi, il vaffa generale, il referendum e il nuovo ordine globale non sono politici. Sono comici.

7) Una chiosa su quello che è un punto nodale della proposta trumpiana, ripreso da Meloni e Di Battista nelle ultime 24 ore: è verissimo che ‘l’immigrazione clandestina è foraggiata dal capitale che poi la sfrutta per ottenere manodopera a basso costo’. Ed è verissimo, come dicono i nazisti dell’Illinois (cit.) sentiti ieri a Piazzapulita, che quando si dice che i migranti fanno lavori che gli italiani o gli americani rifiutano si fa un errore, perché l’affermazione corretta sarebbe che ‘fanno i lavori che gli italiani o gli americani rifiutano di fare A CERTE CONDIZIONI’. Ma vorrei darvi questa notizia: invece che alzare i muri, uno può anche fare leggi (e relativi controlli) affinché NON ESISTANO certe condizioni. E quindi invece che colpire i migranti, può colpire il capitale: lottando contro il caporalato, legiferando a favore di minimi salariali più consoni, ripristinando codici che rendano sempre più arduo il livellamento verso il basso del mercato del lavoro. Invece che eliminare il migrante, basterebbe colpire chi lo sfrutta: le condizioni di lavoro migliorerebbero, e tutti gli italiani o americani desiderosi di partecipare liberamente al mercato potrebbero finalmente offrirsi in modo competitivo.

La solitudine della conoscenza

La solitudine della conoscenza

Nel suo “L’invenzione della solitudine”, Paul Auster si sofferma a riflettere sul fatto che nelle edizioni anglofone delle Sacre Scritture siano presenti assonanze lessicali capaci di creare vincoli concettuali (forse) interamente indipendenti dal contenuto diretto del testo.
Coppie come ‘tomb’ e ‘womb’, ‘death’ e ‘breath’, ma anche ‘room’ e ‘tomb’ creano diadi di significato che aprono l’accesso verso piani di interpretazione nuovi, ad allegorie in taluni casi realmente rivoluzionarie.

Al di là dell’esegesi di queste costruzioni (che è impossibile trattare qui), Auster introduce un problema tanto apparentemente banale quanto spesso trascurato, specie da coloro che nutrono riserve decisive nei confronti delle forme di relativismo teoretico e, ancor più, etico.
Poiché i testi sacri trattano la Verità, e di questa fanno parte anche i possibili contenuti allegorici mutuabili da percorsi di lettura non letterali, lo scrittore si chiede: “Come potrebbe la verità assoluta e inattaccabile mutare col mutare della lingua?”.

Le assonanze di cui sopra, in effetti, sono vistose e funzionanti in inglese, mentre cambiano d’impatto, o scompaiono totalmente, in altri idiomi. Come pensare, dunque, che la Verità possa essere qualcosa di così universale, se essa è vincolata alle mutazioni lievi ma decisive di un linguaggio?

La questione si può estendere a ogni nostro contenuto (o presunzione) di conoscenza, così come a ogni metodologia d’investigazione e analisi del reale o del metafisico. Come pensare – in altre parole – all’esistenza stessa di una Verità unica quando ogni nostra conoscenza è simbolica, cioè mediata, e oltretutto passa attraverso un artificio (cioè non è solo indiretta, ma anche veicolata da un mezzo la costruzione poggia su strutture geneticamente omogenee agli stessi mezzi di analisi, anzi, agli stessi osservatori)? Il problema peraltro vale anche per le scienze pure, dato che nonostante il codice simbolico sia internazionale, diversamente dalle lingue, esso resta necessariamente computabile, ovvero costruito (o tradotto, ammettendone la naturalità, su cui d’altro canto non esiste accordo) per essere manipolato da noi (dagli esseri umani intesi come struttura biologica, neurologica, ecc.) e quindi comunque parziale, non assoluto.

Un possibile corollario di questa asserzione debolista è che nessuna verità ultima può esistere o meglio,  se esiste, essa può essere conosciuta, peraltro in modo non certo (laddove il concetto di certezza è quello della ratio) solo attraverso una via a-logica e sostanzialmente non replicabile, né universalizzabile, né tanto meno comunicabile.
Questa verità, in ultima analisi, altro non può essere che un fenomeno intimo, solipsistico (come numerose verità di fede, la cui crisi si avvia proprio nella trasformazione in verità di culto, o religione, nelle quali il dato di condivisione diviene fondante).
L’accesso ad essa, infine, coincide ineluttabilmente con una profonda e invalicabile solitudine, con l’isolamento da ogni altro ente che non sia partecipe dell’io che ne fa esperienza.