Autore: DKP

Diego K. Pierini, nato negli anni Settanta, quando il rock era morto solo un paio di volte, è la prova vivente che i videogiochi fanno male. Miope, moderatamente sociopatico, ridotto in povertà dalla passione per le consolle vintage e come se non bastasse laureato in filosofia. Oltre ad aver prestato la sua urticante intermittenza intellettiva al mondo televisivo, tra Voyager, Parla con me, Gazebo e altri programmi, ha scritto d’intelligenza artificiale, culture digitali, musica e cinema. Voleva fare l'astronauta, ma si accontenterebbe di cantare negli 883.
I miei occhi sono l’Esper, ogni immagine è l’universo

I miei occhi sono l’Esper, ogni immagine è l’universo

Nel 1982 Ridley Scott immaginava fotografie come finestre, quasi squarci aperti nello spaziotempo, su dimensioni dell’esistente esplorabili e lungi dall’essere mero ricordo bidimensionale. Le immagini erano mondi, più che simulacri, in un collasso del reale sul virtuale che era straordinariamente (post)moderno, ma anche semplicemente contemporaneo e vero.

L’Esper (la macchina con cui il cacciatore di replicanti analizzava le foto) di “Blade Runner” offriva a Deckard l’opzione succulenta di addentrarsi, scardinando i vincoli della rappresentazione, nelle stanze ritratte, dietro gli stipiti di un sordido hotel, tra le pieghe di una tenda di plastica, lungo le curve di una vasca di metallo: alterando lo spazio, in realtà ci suggeriva una trasformazione (e qui si svela magnifica la potenza relativistica dell’oggetto fotografico)  che è soprattutto temporale – la perpetuazione dell’istante, il recupero di un passato che si ritrasformava di colpo in presente, anzi, in eterno/i presente/i, tante superfici esplorabili quante il dominio fisico della multiversalità è in grado di ipotizzare.

Cioè infinite.

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Grazie all’Esper, Deckard poteva, a posteriori, addentrarsi nell’intimità dell’alcova in cui si nascondevano i replicanti fuggiaschi

L’Esper è un apparecchio della fantascienza, ma a dire il vero il suo motore non si trova tra i gangli del macchinario di fantasia, bensì risiede tra le stesse pieghe della foto – o almeno della sua crasi, della sua intima correlazione con una mente sufficientemente attenta, feconda. Ed empatica.

Il nostro stesso sguardo può fungere come un telescopico flessibile capace di strisciare nelle pieghe di questo spaziotempo.

Per esempio di fronte a un’immagine cimiteriale, al ritratto di uno scomparso, nel silenzio raccolto e carico di ossigeno dei viali attorniati di cipressi. Magari con l’aiuto della monocromia, così poeticamente extra temporum, così totemica e ancestrale, derealizzante nel senso, qui, di capace di liberare dalle contingenze del reale corrente (che non è l’unico, a conti fatti).

Ci si sofferma di fronte al primo piano di un uomo (lo annoto, personalmente, nel cimitero monumentale di Recoleta, a Buenos Aires), colto nell’espressione sognante, lo sguardo a trenta gradi dalla perpendicolare del piano fotografico, perso in un orizzonte che in quel momento, nell’hic et nunc dello scatto, conteneva un luogo vero, tangibile: è qui che la foto smette di essere richiamo e diventa catalizzatore di un’intera realtà passata. Quel luogo vero è un circolo – momentaneo ma in perenne progressione – in espansione all’interno del quale mi posso situare, per guardarmi intorno, per osservare gli astanti, in un’orbita continua, abbracciando i volti, quindi la stanza, quindi spingermi fino alle pareti che concludono il suo spazio e superarle. E gettarmi verso la città, come un’onda in espansione, quindi verso il cielo. Tutto questo confluisce (solo potenziale? Forse no) nello sguardo che scruto in quel volto, che è un gesto (e quindi è un evento), ma soprattutto è uno specchio capace di riflettere all’infinito, recuperando così l’universo intero.

E uscendo dall’idea – ironicamente paradossale in quanto inintelligibile, o forse solo non fruibile né verificabile, come d’altronde quasi tutte le grandi verità, o le leggi fisiche più fondamentali – dell’infinita-eternità-di-ogni-tempo, questo universo intero altro non è l’universo che è stato, e che non sarà mai più. Non solo perché (nelle catene della nostra esistenza vettoriale e direzionata) è passato, ma perché attualizzandosi esso ha già cambiato rotta, si è spogliato delle potenzialità di quell’istante e ne ha assunte altre (e verrebbe da sorridere, pensando che siamo osservatori, e anche questa realtà latente chiusa nella nostra fantasia è soggetta all’indeterminazione di Heisenberg). Così è finito (se non nella pluralità infinita delle sovrapposizioni, nel regno dell’irreperibilità)  in un foro profondo, più profondo della semplice morte: è entrato nella non esistenza, che è più radicale dell’esistenza passata perché i suoi segni, semplicemente, non esistono, se non come potenza, o come realtà cancellata nell’immane rumore di fondo di tutti i possibili.

E allora l’occhio fantasioso, come l’Esper, recupera un mondo andato e lo resuscita: ma quel mondo rinasce nulla, il nostro indugiare si scopre cieco, e forse assassino.

Riflessioni su S. Zizek, “L’Islam e la modernità”

Riflessioni su S. Zizek, “L’Islam e la modernità”

La premessa è che il libro si divide in due metà più o meno simmetriche: la seconda verte sull’analisi di stampo psicanalitico, tra Freud e Lacan, dei fondamenti dei tre grandi monoteismi e in particolare della religione musulmana, quella più imperniata sulla contraddittorietà del femminile. In questo senso, a partire dalla annotazione sull’importanza di ciò che è spettrale, incoffessabile e ‘rimosso’, in un culto (che è ciò che ci fa diventare membri di una comunità), e dal rilevamento di una serie di interrelazioni in cui Ebraismo/Genealogia, Cristianesimo/Paternità, Islam/Orfanità, i tre punti chiave sono i seguenti.

 1)      L’Islam è una religione non istituzionalizzata. E’ paritaria, ma sotto un potere trascendente, e questo fa collassare la non-strutturazione nella dinamica statuale: cosicché l’insieme dei fedeli si riconosce e si lascia ordinare e organizzare da uno stato che è necessariamente confessionale;

2)      l’Islam prende le mosse da una logica anti-sacrificale per quanto riguarda la lettura del sacrificio di Isacco: Abramo avrebbe interpretato male la parola di Dio, cioè il suo sogno; in questo settore, tuttavia, si colloca anche l’assenza di margine simbolico, frutto di una repentina apertura alla modernizzazione occidentale;

3)      l’Islam vede in ruolo paradossalmente centrale la donna – interessante in questo senso la progressione generativa tra Agar, la schiava ingravidata da Abramo, e Sarai, sua moglie: il figlio della carne precede quello dello spirito, in una successione che sembra simbolicamente manifestare una regola universale.

Il punto 3 è il più interessante di questa seconda sezione (in cui rientra anche il concetto di maschio-desiderio diretto, femmina-desiderio di desiderare/imitazione isterica del desiderio, riconducibile a Lacan), piuttosto arbitraria in alcuni percorsi deduttivi. Scopriamo che la donna (nella figura della moglie di Mosè che svela l’Arcangelo Gabriele proponendo al suo uomo di guardarla nuda, per sapere se lo spirito si girerà o rimarrà a guardare svelandosi come demoniaco) è intrinsecamente bene e male: è colei che sa e vede, è colei che conosce in modo diretto (ha il sapere, di fatto), ma è anche l’incarnazione di un vizio, di un nascondimento menzognero, di una provocazione – è uno ‘scandalo ontologico’.

L’Islam buono e l’Islam cattivo, in questo senso, sono inscindibili.

Zizek ci fa anche notare, incidentalmente, che la proibizione del velo è un divieto di identità, più che di un gesto. E’ una deistituzionalizzazione e in questo risiede tanto la sua opinabilità morale quanto la sua scarsa efficacia.

 La prima metà del libro, invece, pone in forte correlazione il (declinante) spirito della modernità liberale e la (furente) ascesa del fondamentalismo. Zizek cita Nietzsche e Yeats (“I migliori difettano di ogni convinzione, i peggiori sono colmi d’appassionata intensità”) per vincolare i due fenomeni, che tuttavia sono concomitanti temporalmente ma non legati, stando alle parole del filosofo, da alcun nesso realmente causale, né da un consolidamento reciproco che vada oltre l’ovvio ‘fallimento della resistenza’ dovuto alla debolezza dell’occidente anemico – posto che nel citare Yeats Zizek scopre in modo almeno indiretto una chiara organizzazione etico/estetica assiologica: esistono dei migliori, la loro pecca sembra essere quella di essersi svuotati di passione.

Parallelamente a questo parallelismo, Zizek nota tuttavia che dietro la smodata reattività dei fondamentalismi si deve celare una forte fragilità: “Quanto fragile dev’essere la fede di un musulmano se può essere minacciata da una stupida caricatura di un settimanale satirico?”.

Questa fragilità iperreattiva unitamente all’anemia del liberalismo occidentale si situa in quell’area di indecidibilità causale in cui vanno cercate le origini dello stalinismo – secondo alcuni anticomunisti russi frutto della distruzione della vita organica tradizionale da parte dei modernizzatori occidentali (che paradossalmente sono i bolscevichi, i quali applicano a quel tessuto tradizionale prassi analitiche e obiettivi politici squisitamente europei), secondo altri prodotto di una rivoluzione avvenuta in tempo e luogo sbagliati, dato che la Russia era una nazione sottosviluppata.

Il costrutto teoretico di Zizek quindi si dimostra piuttosto labile a causa della mancanza di un consolidato percorso logico di implicazioni che lasci intravvedere la genesi del fondamentalismo nell’autocontraddittorietà del liberalismo, e anche a causa di passaggi analogici discutibili, come quando, dopo aver notato che per un musulmano (inscritto in una religione che regola il pubblico, ma non entra nel privato, a meno che non sia espresso pubblicamente) “è impossibile rimanere in silenzio di fronte alla blasfemia”, sottolinea come questo valga anche per il movimento antiabortista cristiano, e per un nugolo di altri gruppi di pensiero: anche per la sinistra liberal che si offende per l’ironia specista, o sull’Olocausto, o per l’uomo comune che in occidente tende a considerare “impossibile rimanere in silenzio”, per esempio, di fronte alla manifestazione di pratiche in uso presso altre culture (i.e. la subordinazione della donna). Il problema della costruzione teoretica di Zizek è il passare sotto silenzio la totale non omogeneità delle risposte: se a parole o stili di vita “non ricevibili” si oppone qualcosa di consustanziale, siamo di fronte a un problema interno al sistema, ma lo sconfinamento in altre forme di reazione (l’annullamento, l’annichilazione, a mezzo violenza) così estreme scombinano la simmetria espressa in quanto rappresentano una trasformazione qualitativa, non quantitativa, della dialettica di confronto. Il parallelo non funziona più e questo erode la forza della proposta di Zizek.

Che tuttavia ha vari meriti. In primis la postulazione (altro non è) secondo cui il fondamentalismo non si può sconfiggere senza un recupero del pensiero di sinistra più autentico. In secondo luogo, l’importante sottolineatura di alcuni tratti poco conosciuti dell’Islam, in cui la sottomissione a un dio è “la garanzia negativa del rifiuto di ogni altro padrone”, fatto che Zizek mette in relazione di similitudine con la difesa del mercato da parte di Hayek – riporta le parole di Sayyid Qutb: “Solo una società in cui la sovranità appartiene esclusivamente ad Allah e trova espressione nella sua obbedienza alla Legge Divina, dove ogni individuo è affrancato dalla servitù verso il prossimo, solo questa società assapora la vera libertà. [..] Una società è civile nella misura in cui le associazioni umane si fondano sulla libera scelta morale [che deve essere, ndD, verso la legge di Allah], e che una società è arretrata se il fondamento delle associazioni umane è qualcosa di diverso dalla libera scelta [passo di grande modernità, almeno in apparenza, ndD].”

Il merito più grande, tuttavia, resta quello di aver portato a galla in modo lineare e chiaro, nella costruzione del parallelismo zoppo di cui sopra, il carattere vistosamente fallace del liberalismo occidentale, che reca in sé i germi di una autocontraddizione superabile soltanto attraverso un’etica surrogata, o trascendente, oltre che un potere eterologo, e coercitivo – insomma il liberalismo, per dirla con Godel, non può dimostrare la propria coerenza, come d’altronde nessun sistema coerente può, per definizione, fare. Si deve ricorrere a elementi strutturali esterni.  

Il punto d’inizio della fase più decisiva di questo percorso argomentativo è nella presa di coscienza delle grandi zone grigie che si situano tra i poli concettuali di ‘coercizione’ e ‘seduzione’. Questa presa di coscienza è affermata al momento di rilevare come nell’Islam la seduzione (non solo tollerata, ma celebrata in occidente, e peraltro ‘componente fondamentale della mercificazione’) è considerata ben più grave dello stupro (in virtù di una generica, e chiaramente discutibile, affermazione di priorità dello spirituale sul corporale).

Queste le parole di Talal Asad:

“Nella società liberale lo stupro, la sottomissione del corpo di una persona contro la sua volontà per ricavarne un godimento sessuale, è un reato grave, mentre la seduzione – la pura manipolazione del desiderio di un’altra persona – non lo è. Il primo è una violenza, la seconda no[..]. Nelle società liberali, la seduzione non è semplicemente permessa, è giudicata positivamente come un segno della libertà individuale”.

Si tratta ovviamente di un passaggio totalmente incompatibile, alla luce della tradizione del pensiero occidentale, con i nostri orientamenti analitici – per esempio, vi si ritrova l’implicita supposizione secondo cui il desiderio è di per sé un male, l’autocontrollo un bene assoluto, l’ordine (anche sociale) prioritario, la volontà assolutamente debole e, specie nella dimensione maschile, intrinsecamente, e quindi non colpevolmente, perdente, oltre che, in sintesi, l’equivalenza seduzione=manipolazione.

Tuttavia nella critica radicale, al netto dell’estremismo, si ritrova uno spunto interessante (più di tutta l’analisi, a tratti frammentaria, delle relazioni tra Islam e modernità): “[..] Il sistema liberale è intrinsecamente perverso e corrotto, dal momento che, per funzionare normalmente, deve basarsi su quegli stessi vizi che pubblicamente condanna”. Facendo un utile esercizio di relativismo (e illuminismo), dobbiamo spogliarci dei messaggi collaterali espressi con le scelte lessicali – altrimenti la perversione, in presenza di un vizio, è tautologica.

Scardiniamo la certezza della natura ‘viziosa’ assoluta di quelle caratteristiche (lussuria? Cupidigia?), il problema della corruzione si rileva comunque perché entrando nel sistema inerziale della società liberale, quelle stesse caratteristiche divengono sì vizi per definizioni interne al sistema stesso. La contraddizione in termini è dovuta al fatto che è proprio quella stessa società a offrire una morale incompatibile con le sue meccaniche funzionali. Non si discute se sia giusta o sbagliata, tale società, ma si rimarca una contraddizione interna che richiede necessariamente che si rinunci ad una delle due voci: al sistema socioproduttivo o alla sua morale interna.

Questa contraddizione interna viene abitualmente bypassata attraverso il ricorso a due mezzi di consolidamento che oppongono una forza uguale e contraria alle potenze disgregative scatenate internamente a questo conflitto, un conflitto che peraltro cresce di intensità a causa del fatto che il sistema liberale non si limita a sfruttare queste potenze (i ‘vizi’ di cui sopra), bensì, parallelamente alle dinamiche della produzione e del consumo, le promuove e le accresce per alimentare il suo moto la cui massa cresce e ha quindi bisogno di un’energia in ascesa esponenziale. I mezzi di sutura di queste fratture sono quindi:

a)      un potere coercitivo (legislativo, esecutivo o giuridico, ma non solo – e comunque sempre repressivo) utile a disarmare, ricondurre, piegare e addomesticare le derive pulsionali sempre più laceranti e poderose ingenerate dalla pratica di promozione di questi istinti utili a produttività, consumo, autonoma organizzazione interna al dominio del mercato, ecc. (come in un acceleratore di particelle utile a generare collisioni ad alta energia, le pareti metalliche devono essere robuste, solide, e i sistemi di controllo di precisione ed efficacia assolute);

b)      un’etica trascendente in grado di indirizzare, ancor prima dell’intervento delle forze repressive, o comunque organizzative, volontà e tensioni morali, disposizioni personali e volizioni. In genere, quest’etica trascendente si trova all’interno della religione, in quanto molti dei principi più vigorosi della nostra cultura (anche il ‘non nocere’, per dire), inseriti in sistemi di analisi di pro e contro estremamente complessi, labili e relativi, a livello strettamente logico finiscono per provocare più spesso aporie che solide indicazioni morali, risultando così saldi e utili solo se riportati allo status di assiomi o, cosa ben più forte (è difficile agire sulla base di assiomi, perché la loro verità postulata si scontra spesso con gli istinti), di dogmi.

 In questo senso, la società liberale, imperniata su un meccanismo pratico di sopravvivenza che vede nella sua stessa ‘inflazione’ il motore principale, finisce per trasformarsi, idealmente in modo quasi necessario, in una società la cui sopravvivenza (positiva, sia chiaro: perché può anche semplicemente ricadere in uno stato naturale 2.0, fatto di traslazione dei conflitti fratricidi su altri piani, non meno devastanti rispetto a quelli pre-sociali) è subordinata a una trasformazione in società teologale, o dispotica (anche, chiaramente, in senso lato, laddove il tiranno non è un singolo individuo, ma un centro di potere). 

Il mattino ha l’oro in bocca

Il mattino ha l’oro in bocca

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E comunque #loveanyway

Push 1UP – EP. III: troppi gradi di separazione

Push 1UP – EP. III: troppi gradi di separazione

La scena è rustica, familiare.

Una sala da pranzo arredata con gusto tipico della classe media anni ’60, la luce ambrata dell’imbrunire tardo invernale, i centrini ricamati sul tavolo, un’anziana signora che indossa rigonfie pantofole imbottite seduta placidamente sul sofà. Placidamente, oddio: i suoi modi sono amichevoli ma energici, a tratti quasi chiassosi. Parla coi miei genitori, con gli altri astanti.

Entra un uomo canuto, il volto sorridente e rubizzo, le grandi mani da boscaiolo teutonico – sembra, in effetti, un vecchio terzino tedesco che ai tempi di Prati e Trapattoni calcava il campo indossando una casacca a strisce rossonere.

Un terzino teutonico.

Contestualizziamo: sono gli anni ’80, i vegetariani non sono ancora atterrati sul pianeta Terra e nel mio immaginario privato, complici le incursioni estive nell’officina meccanica di mio nonno, che pare una norcineria, il paradiso equivale a una lauta disponibilità di pane casereccio e salumi assortiti (ci sarebbero gli alcolici, ma nella mia weltanschauung d’infante sono ancora poco decifrabili). L’uomo rubicondo mi cala dall’alto una manona sul capo e mi solletica con voce giovialmente tonante: “Buttiamo un paio di salsicce sulla brace?”

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Scienza e trascendenza – note estemporanee figlie della privazione del sonno

Scienza e trascendenza – note estemporanee figlie della privazione del sonno

La fisica quantistica, ci dice Seht Lloyd del MIT, è semplicemente controintuitiva.

L’impianto ipotetico che sta alla base della teoria delle stringhe, peraltro estremamente cangiante, include al suo interno una serie di elementi (logicamente coerenti, e quindi teoreticamente consistenti, sia chiaro) e proposizioni la cui natura è smaccatamente lontana sia dal senso comune (e fin qui tutto sommato non ci sarebbe nulla di strano), ma anche dalla possibile verifica sperimentale. Si tratta di una teoria ancora in fase di sviluppo, sottoposta a un dibattito interpretativo arcigno, ma soprattutto finora è una teoria che, laddove posta sotto esame, ha dimostrato di essere così straordinariamente complessa da non poter ancora coniugare compiutamente due aspetti necessari alla sua piena accettazione nel novero della scienza: descrivere la realtà e fornire delle predizioni sul suo funzionamento.

Perché di fatto, anche se parliamo di enti straordinariamente lontani da noi – perché infinitamente grandi, infinitamente piccoli, infinitamente distanti nel tempo o nello spazio – stiamo pur sempre parlando di una realtà fattuale che consideriamo assolutamente concreta. Sappiamo che esiste, e presumiamo (altrimenti arrivederci scienza) che abbia delle leggi, che i suoi comportamenti siano almeno per la maggior parte subordinati a degli schemi, delle concatenazioni di eventi – se Dio gioca a dadi con l’universo, lo fa solo un po’: ma quei dadi devono avere un numero predefinito di facce, forma cubica, ecc.

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Push 1UP – EP II: le rondini di Schrödinger

Push 1UP – EP II: le rondini di Schrödinger

Sono indubbiamente un nostalgico – e i nostalgici in genere sono poco obiettivi – d’altronde non mi piacerebbero le scarpe da basket dei primi anni ’90, tanto pacchiane da sembrare cotonate, non mi produrrei inevitabilmente in lunghi assoli pubblici di air guitar quando da un qualunque impianto stereo viene diffusa “The Final Countdown” (un brano sopravvalutato, via), ma soprattutto non starei scrivendo un testo di sapore autobiografico a puntate.

Mi terrei le mie memorie, le elaborerei, sputerei fuori qualche trauma, ingrasserei un paio di psicanalisti e vi risparmierei il tempo.

Ma per qualche ragione, ripensare alla compulsione che mi portava a provare un piacere squisitamente onanistico nel sentire l’entusiastico jingle di un coin op che vibrava di gaudio all’inserimento (potete immaginare che qualcosa è andato inequivocabilmente storto) di un gettone mi sembra una strada più godibile – e senza dubbio più economica.

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Push 1UP: autobiografia (s)ragionata di un homo ludens – EP. I

Push 1UP: autobiografia (s)ragionata di un homo ludens – EP. I

“L’uomo gioca solo quando è nel senso più pieno
della parola un essere umano, ed è pienamente
un essere umano solo quando gioca”

Friedrich Schiller

 

La mia generazione è una generazione ibrida.

Siamo figli biologici di famiglie naturali, non siamo (troppo) geneticamente modificati, abbiamo attraversato Chernobyl, l’epoca del Drive In, siamo stati spettatori senzienti e contemporaneamente cavie della rivoluzione della telefonia mobile, abbiamo visto il tramonto della Guerra Fredda, ammirato i fasti della prima vera ondata di animazione nipponica (voi parteggiavate per Daitarn, o per i Meganoidi? Per Gundam, Trider G7 o Calendar Man?). E siamo stati allenati alla frenesia di questo mondo da una figura genitoriale strana e multiforme.

Il videogame.

Sì, non me ne voglia il sindacato delle babysitter, e non è mia intenzione neanche derubricare i tanti effetti (negativi, dicono spesso in tivvù) della visione familiare post-sessantottina. Ma noi che non avevamo già più Carosello, Calimero e le battaglie coi tappi (a proposito: quanto volte ci hanno fatto pesare questo nostro ritardo nel venire al mondo, questo nostro arrivo fuori tempo massimo per godersi le vere gioie dell’infanzia?), abbiamo avuto un campo d’addestramento privilegiato, per questa vita fatta di dati, immagini, frame, tubi catodici e cristalli liquidi.

Devo realmente scrivere una didascalia?

Io, proprio io, sono un po’ figlio dell’Atari. O della Sega (ah, ah). Della Taito – e comunque, voi, sono certo, avete quantomeno imparato a scrivere “acacia” grazie alla Texas Instruments e al suo Grillo Parlante, quindi abbassate subito quel sopracciglio.

Certo, questo mi darebbe diritto a una percentuale del loro fatturato.

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L’errata identificazione tra senso e significato trasforma il teorema biocentrista in mera tautologia?

L’errata identificazione tra senso e significato trasforma il teorema biocentrista in mera tautologia?

Nel precedente post, dedicato alla confusione tra finalismo e casualità nel novero della relazione tra vita e universo, facevo riferimento a un (confuso quanto interessante) testo a firma Robert Lanza intitolato “Biocentrism”, uscito quest’anno e segnalato da numerose riviste scientifiche come esempio di prospettiva alternativa all’ortodossia scientifica.

Certo, lo strillo in copertina, a firma Deepak Chopra (non esattamente un guru del metodo galileiano), avrebbe potuto allarmarmi fino al punto di passare oltre, ma Lanza è un biologo, e ha elaborato le sue tesi assieme a Bob Berman, di professione astronomo: le basi teoretiche si dovrebbero quantomeno supporre solide, il libro non dovrebbe essere uno dei tanti, spericolati tentativi di produrre pastoie pseudosciamaniche che inquinano l’editoria scientifica propriamente definita.

Tanto più che in fondo, più che un rigoroso testo scientifico, questo vorrebbe essere piuttosto una sorta di proposta interpretativa di stampo più squisitamente filosofico.

Verrebbe però da dire che non necessariamente un grande scienziato è un altrettanto valente filosofo. E che la filosofia, non sembra, ma è una cosa seria e intricata, specie quando si sposa con settori dello scibile articolati ma solidi e implacabili come fisica, matematica e via dicendo.

Il libro, quasi involontariamente, fornisce un numero di spunti teoretici di un certo rilievo, come quando riprendendo Berkeley suggerisce come senza percezione non possa esistere realtà, un passaggio chiaramente ‘forte’ che, depurato del radicalismo positivista di cui viene investito da Lanza, offre, con il passo che lo circonda, uno stimolo a interrogarsi sulla proporzione ragione : scienza = natura : cultura in termini di ricadute metafisiche [aspetto su cui tornerò più diffusamente in un prossimo articolo, nda].

Tuttavia, a generare estrema perplessità, come suggerivo nel post precedente, è soprattutto la dichiarazione delle ipotesi offerta da Lanza nell’incipit della sua costruzione argomentativa, in particolare nell’arco del decisivo terzo capitolo programmaticamente intitolato “The sound of a falling tree” [“Il suono di un albero che cade”, nda].

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Se questo universo non fosse esistito, questo universo non sarebbe mai esistito.

Se questo universo non fosse esistito, questo universo non sarebbe mai esistito.

Chiariamolo una volta per tutte: la scienza non può spiegare tutto.

Esistono frazioni della realtà che, anche supponendo un progresso infinito delle nostre conoscenze scientifiche, un affinamento illimitato delle nostre capacità analitiche, delle nostre strumentazioni tecnologiche, saranno sempre, inequivocabilmente, negate alla nostra conoscenza. Anche perché, nota a margine, esistono infiniti più densi. Comunque. E ci sarà sempre quel maledetto punto in cui la nostra struttura genererà un paradosso, e sarà necessario saltare su un paradigma superiore, per suturare la crepa.

Mettiamoci il cuore in pace.

Chi ce lo ha detto? La scienza, proprio lei. Ce lo ha ribadito, specie nell’ultimo secolo, a ogni pie’ sospinto, tra indeterminazioni, incompletezze, e via dicendo.

Proprio il fatto che sia essa stessa, umilmente, a limitare il suo dominio, dovrebbe farci capire che una tale affermazione non rappresenta una sua sconfitta. Anzi.

Per questo, qualunque sia il grado di evoluzione delle nostre teorie, non sarà mai possibile eliminare – almeno stando al nostro concetto classico di causalità – un’ulteriore “perché?”.

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L’insostenibile leggerezza della prima casa

L’insostenibile leggerezza della prima casa

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Casuale, ho detto.

Lavori per dieci anni, attraversi trasformazioni, salite, cadute, fortune, frustrazioni, beffe, furti, qualche soddisfazione, ben pochi trionfi – ma qualcuno davvero gratificante – e quindi decidi, visto che proprio un bamboccione non lo vorresti essere, di fare un passo importante acquistando, con fatica e difficoltà, la tua prima casa.
Finendo in provincia, a più di un’ora dal luogo dove in teoria lavori (e quindi treni ogni giorno, pendolari, sudore, ritardi), limitando drasticamente le esigenze, giacché il mercato, altrove, è implacabile. Senza contare che quando parli con un possibile cliente, al momento di vedere i tuoi dati, anagrafica compresa, il tuo potere contrattuale – incomprensibilmente – scema.

Accendi così un mutuo a 25 (venticinque) anni, e approfitti della tradizionale regalìa paterna per rimpolpare il sontuoso anticipo richiesto (per non parlare delle spese amministrative…).
Peraltro, dato che sei lavoratore autonomo, il mutuo te lo concedono solo con garanzia scritta dei genitori, manco fossimo a scuola, ché loro sono dipendenti e quindi garantiti.
Tu no.
Tu magari un anno non vedi il becco di un quattrino.
E quell’anno arriva, manco te l’avessero tirata: c’è la crisi, il lavoro scarseggia e i tuoi introiti crollano. Ma sei stato assennato, ti ricordi bene la storia della formica e della cicala, hai risparmiato qualcosa, negandoti vari piaceri e svaghi.

E poi ci sono sempre i tuoi, cui chiedere, a malincuore (e con una certa strisciante vergogna, perché tutto era partito dalla volontà di dimostrare che non sei un bamboccione!) un aiuto per superare il momentaccio.

Tra mille fatiche e peripezie, riesci a tornare in sesto e procedere producendo e progettando. Più spesso solo progettando, perché i tempi geologici tipici delle organizzazioni (pubbliche e private) italiane spesso condannano al limbo idee, buoni propositi, intuizioni vincenti.

E una mattina, dall’Agenzia delle Entrate ti fanno sapere che quella casa, però, stando alla tua denuncia dei redditi di quell’anno nero, tu mica te la potresti permettere. Teoricamente manco potresti pagare l’assicurazione antinfortunistica che hai stipulato anni prima.

Che forse ti sei sbagliato, eh, ma che è il caso che tu la riveda, la denuncia dei redditi di quell’anno nero. Perché, chissà, ti sarà sfuggito qualcosa. Poi, certo, se i sospetti non dovessero essere fugati, starà a te dimostrare che sei innocente. Non ad altri che tu sia colpevole. E pace se, che so, nel frattempo tu dovrai versare fiumi di dollari nelle tasche di commercialisti (o, peggio, avvocati), spendere capitali in spostamenti e valori bollati. Se dovrai rinunciare a lavori retribuiti perché magari quel giorno sei rinchiuso in qualche labirintico ufficio.

E se casualmente i plotoni di burocrati che ti tengono d’occhio potranno spulciare tra ogni tua spesa privata, scoprendo che due anni prima hai dilapidato una fortuna per fare finalmente, dopo un migliaio di email promozionali ricevute, un penis enlargement – che a quanto dicono non dovrebbe essere illegale.

Ma senza ansie, eh, è solo un avviso.
Però, adesso, la lente è ben piazzata su di te.
E su quella folle, scriteriata spesa chiamata “prima casa”.