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#Commodore64Day – il 7 aprile, a Milano!

#Commodore64Day – il 7 aprile, a Milano!

Vi avevo anticipato bolliva in pentola qualcosa di importante, ci stavo lavorando insieme a Emanuele Martorelli, indirettore di Starmale Redazione. Mensile di Cose Brutte, Malessere e Disagi
Ora ci siamo.

Il #Commodore64 è la scintilla per una giornata di intrattenimento, musica, performance, installazioni.
In una parola, #creatività.

Immagineremo il futuro, giocando col passato.
Insieme a un vero parterre de roi di ospiti, tra musicisti, scrittori, giornalisti, coder, fumettisti e molto altro.

Mollate tutto quello che state facendo – combattere la fame nel mondo, salvare delle vite, preparare tortellini o allenarvi col curling – e venite.

#Commodore64Day. Alla Santeria Social Club. Sabato 7 aprile.

#viteinfinite #starmale Starmale. Mensile di cose brutte, malesseri e disagi (fanpage).

E ora leviamo il governo dagli amici?

E ora leviamo il governo dagli amici?

Sì, è vero, questi bifolchi ignoranti arrivano qua e ci rubano il governo.
Cacciamoli, o alziamo un muro per tenerli fuori.
Chiudiamoli nei confini delle loro città e aiutiamoli a casa loro.
Tiriamogli delle banane quando aprono bocca.
Ricorda nulla?

Ecco: non funziona mai.

Mi spiego.
Posto che si è verificato il peggior scenario possibile, e che la mia preoccupazione è seria, profonda, lo dico chiaro: basta con questa storia del “sono cretini”, “sono analfabeti di ritorno”, “sono tutti fascisti”, “se gli stupidi non potessero votare allora”.
“Sono”.
CI sono.

Basta con la perpetua e assiomatica attribuzione del fallimento all’altrui inadeguatezza.
La colpa è di LeU, dei transfughi, della gente che non sa ascoltare, dei comunisti, dei fascisti – che, guarda un po’, questa colossale minaccia, in termini elettorali, proprio non erano, a dimostrazione del fatto che a farli parlare gli si mette il guinzaglio, se siamo poi capaci di usare la legge, mentre quando la si butta sullo scontro di strada gli si dà forza.

“Se non la pensi come me levami dagli amici” funziona con le cerchie sociali personali, funziona su Facebook, funziona con le serate al pub e le cene in compagnia.
Non è, e per fortuna, uno strumento della politica, perché la misura dell’espulsione dell’avversario, facile e vile, è il peggiore dei desideri possibili – e francamente non vedo come si possa essere di sinistra e anche solo desiderare, per gioco, che gli “altri” spariscano dal gioco.
Non possiamo levare dagli amici la nazione in cui viviamo e, per inciso, abbiamo anche deciso di restare.

Senza contare che da campioni storici della pratica, forse potremmo rispolverarla, quella proverbiale autocritica che abbiamo reso pura e semplice facciata mediatica per una buona dozzina d’anni, dimenticando strada facendo che il cocktail tra ideologia annacquata, sacrificata sull’altare del (labile) consenso, dirigismo e incapacità di comunicare vanifica anche tutto quanto di buono fatto.

Provare a ghettizzare a cicli concentrici rovescia i rapporti ed estromette proprio noi, anche perché saranno pur stupidi, ma hanno diritto a esistere e non c’è alcun essere trascendente che abbia consegnato a noi migliori le chiavi del mondo.

Nessuno è illuminato abbastanza.
“Gli altri” saranno sempre tantissimi.

#metoo

#metoo

Finché avremo un mondo di subordinati, nessuno potrà essere salvo dalla minaccia, dalla molestia, dall’aggressione.

E quindi dobbiamo lavorare su due fronti: su quello squisitamente sessuale ma anche, o soprattutto, sulla cultura del potere come unico valore assoluto della nostra società – aspetti intrecciati da secoli.

Perché la necessità è una formidabile leva di manipolazione e non è un concetto assoluto, ma relativo alla nostra organizzazione sociale.

Perché la subordinazione altrui è la base dell’impunità.

Ma soprattutto perché se esiste un parametro assoluto e (tragicamente) legittimato, per assegnare a due esseri umani posizioni in dislivello, significa che all’individuo viene assegnato un valore.
Ed è lì che la persona si trasforma in cosa.
Le cose si usano, ma soprattutto si comprano.
Le cose, anche quando non sono in vendita (e tanti si chiedono perché non lo siano, in fondo), si arraffano.
Si rubano.
Si rompono.

E non esistono risarcimenti.
Perché quando sono rotte, magicamente, si ritrasformano, da cose, in persone.
Rotte.

POST BREVE DI RIFLESSIONI SUL REFERENDUM ©

POST BREVE DI RIFLESSIONI SUL REFERENDUM ©

1) Il 4 dicembre andrò a votare.
Perché il quesito è insensatamente complicato e il confronto si è trasformato in rissa mediatica, ma in assenza di quorum credo che per la stabilità del paese sia necessario che emerga dalle urne un verdetto chiaro, forte, qualunque esso sia.

2) Chiedere (decidendo di approvare una riforma costituzionale a maggioranza assoluta, cosa che comporta in modo pressoché automatico il referendum confermativo, a meno di plateale, nonché mai verificatosi, cambio di direzione delle opposizioni) a un popolo così atrocemente diviso di esprimersi su un tema così ampio e fondante è manifestazione di malafede o di scarsa sensibilità politica. Se l’idea era quella di usare la riforma e quindi, automaticamente, il referendum come strumento di legittimazione di un governo geneticamente debole, a mancare è la deontologia, se la scelta è stata fatta per semplice miopia, a mancare è la competenza politica. Entrambe le caratteristiche mi sembrano decisamente incompatibili, per un politico, con la proposta di trasformare lo Stato in senso così profondo.

3) Accorpare provvedimenti diversissimi come per esempio l’abolizione del CNEL e la riforma del titolo V in un’unica interrogazione (incomprensibile a un buon 75% della nazione) è demenziale o ricattatorio. Farlo dal basso di uno dei governi meno contenutisticamente legittimi (a dispetto della legittimità formale) è realmente intollerabile, soprattutto considerando che la pacificazione di cui sopra non è stata raggiunta neanche ALL’INTERNO della forza politica promotrice della riforma.

4) Il voto dovrebbe essere orientato in base ai contenuti della riforma, NON degli effetti politici di breve termine che il voto stesso potrebbe provocare. La personalizzazione del referendum è stata idea renziana della prima ora (errore strategico, oltre che falla etica) ed è poi stata accettata di buon grado anche dalla fazione opposta, ben disposta a sguazzare nella stessa melma. Votare con Salvini, Brunetta, Berlusconi e compagnia è tremendo – non che Alfano, Casini e Marchionne mi facciano saltare di gioia…Ma visto che dovremmo scegliere sulla base dei contenuti, non mi si può riproporre di continuo lo spauracchio della permanenza di Renzi o quello dell’avvento di Grillo. In tutta sincerità, poi, ricevo più appelli dalla fazione del sì che da quella del no, in questo senso (votare sì per non lasciare il paese in mano alle destre, come dice Pisapia). Questo uso strategico di un referendum costituzionale è però una brutalizzazione del nostro sistema democratico.

5) Tocco a grandi linee alcuni punti nodali.

– Assurdo che i sostenitori del NO si inalberino perché la riforma non fa risparmiare quanto si potrebbe realmente. “Se si voleva risparmiare si tagliavano i stipendii dei politishi”: ridicolo. La riforma, senza dubbio alcuno, taglia le spese perché si riduce di due terzi il numero dei senatori e si RIMUOVONO le indennità degli stessi. Si poteva far meglio? Forse. Ma il risparmio c’è, rigettare questo passaggio solo in quanto migliorabile è insensato.

– Mi sembra altrettanto positiva la cancellazione del CNEL, ente di dubbia utilità ma di costi certi.

– Di contro, la riforma del titolo V potrebbe snellire burocrazia e gestione del territorio, ma non ne condivido la direzione ‘filosofica’, sostanzialmente antitetica rispetto a devolution e ‘federalismo’ organizzativo e fiscale che ritengo al contrario utili al futuro della nazione, da non centralista quale sono. Peraltro, anche sull’effetto snellente paiono esserci molti dubbi.

– Sul superamento del bicameralismo ho delle riserve che potrei sciogliere solo nell’ottica di un ripensamento molto più profondo di tutta l’organizzazione dello Stato. Ripensamento non affrontabile col mezzo referendario.

– Ci sono alcuni effetti immediati da tenere in conto: la riforma interagisce in modo estremamente deleterio con l’attuale legge elettorale (e l’impegno generico a una modifica successiva non è garanzia sufficiente) e crea un certo numero di altri corollari discutibili, per esempio l’assegnazione dell’immunità agli amministratori locali.

6) Votare in base alle possibili risposte del mercato, o lasciandosi eterodirigere, se si parla di costituzione, è un errore banale: gli effetti di lunga durata sono ignoti ai più, non stiamo parlando di elezioni politiche ma di una rivoluzione strutturale piuttosto importante.

7) Chiedere di dare voto favorevole “perché bisogna aprirsi al cambiamento” è stupido tanto quanto dire che “abbiamo la costituzione più bella del mondo”: entrambe queste valutazioni sono monche – una non prende in considerazione la direzione del cambiamento, l’altra esclude a priori il miglioramento. Irricevibili.

8) Mi pare puerile e spesso deleterio il gioco degli endorsement: come nel caso di Trump avere una risma di dichiarazioni di voto da gente che nella migliore delle ipotesi è competente ma scollata dalla realtà più concreta del paese, nella peggiore totalmente inetta – ma quasi sempre irritante – mi sembra una perdita di tempo, soprattutto perché quasi nessuno di questi endorsement è accompagnato da uno straccio di argomento. Altrettanto, mi ripugna il gioco alla delegittimazione reciproca: considerare un gruppo sociale idiota o incapace solo in virtù di un’opinione non è mai stata scelta vincente (e questo atteggiamento danneggia maggiormente il fronte del sì).

In ultimo, noto che gli orientamenti di massima non sono, contrariamente a quanto si pensa, così strettamente vincolati a livello culturale, cosmopolitismo, ecc. (per quanto una generica forma di livore antipolitico pesi in modo netto a favore del no, ed è un fattore ovviamente negativo), bensì tendano a polarizzarsi sulla base di afferenza a determinati ambienti culturali e soprattutto di posizionamento socio-economico.
A pendere verso il sì è la residuale middle class legata a terziario, servizi ed economia, insieme a una buona parte della upper middle class di matrice industriale di imprinting globalista. Non credo sia un dato da trascurare (come ha erroneamente fatto il governo): l’apertura al cambiamento verso un ‘nuovo’ piuttosto nebuloso e non chiaramente migliorativo è attitudine propria di chi sente di avere la stabilità sufficiente per rischiare.In questo senso, mi pare che il grande punto debole di questa riforma sia ancora il contesto temporale entro cui si presenta, specie considerando la sua conclamata (e ammessa largamente ambo lati) imperfezione.

I miei two cents a proposito di Trump

I miei two cents a proposito di Trump

Visto che sono su Facebook © e questo, stante l’attualità, fa di me un politologo, dico la mia sulla vicenda Trump.

Dunque.

Sono felice che Donald Trump sia il nuovo presidente degli Stati Uniti?

NO.
Non mi piace come essere umano, lo considero primitivo, rozzo, sgradevole, poco trasparente. Il suo programma, peraltro piuttosto ondivago, è lontano anni luce dai miei orientamenti. Non sopporto l’idea di una poderosa marcia indietro in termini di diritti civili, di imprinting culturale, di politiche ambientali, ecc.
Trovo l’idea del ritorno al protezionismo anacronistica e contraddittoria: ero contro la globalizzazione e lo sono tuttora, ma stento a comprendere come determinate misure possano aver senso in una nazione che poi propugna e implementa politiche assolutamente globalistiche (anzi: imperialiste) fuori dai propri confini. Il mercato globale devasta i mercati interni perché propone manodopera selvaggiamente concorrenziale? Si smetta di usare i paesi subalterni come generatori di schiavi, piuttosto, ché poi introdurre dazi e spingere per una (falsa) autarchia non ha alcun senso.

Quindi no, Trump non è un presidente a me gradito. Anche perché sono e resto una persona di sinistra, credo in un mondo culturalmente fluido, con accordi internazionali perequativi presi tra organi statali (rappresentativi) leggeri e agili che veglino su cittadini dotati di libertà civili pressoché assolute e di basi reddituali universali. Un optimum probabilmente chimerico, ma comunque utile in termini di direzione da intraprendere.

Ciò detto, vorrei fare alcune precisazioni.

1) Non avrei ritenuto, di fatto, Hillary Clinton una alternativa reale. Mi è sempre sembrata un candidato irricevibile, con un passato discutibilissimo, delle convinzioni politiche lontane, una capacità di convogliare su di sé il consenso molto scarsa, connessioni di potere realmente orride. Peraltro, ho il sospetto che in termini di politica estera Clinton avrebbe rappresentato una minaccia non inferiore a Trump – che vedo invece assolutamente esiziale sul piano interno.

2) Mi sembra demenziale considerare Trump un possibile avversatore dell’establishment. Ha evaso il fisco grazie alla connivenza di una certa parte dell’intellighenzia nazionale, ha attraversato minimo 4 decadi di storia americana stringendo amicizie randomiche con OGNI settore del potere politico e industriale (compresi i Clinton…che sarebbero l’establishment, nella narrazione surreale di certi commentatori). E stanno già trapelando i nomi della squadra: Giuliani, Palin…GINGRICH. Personaggi che fanno politica da eoni. Niente male, per l’Uomo della GGente.

3) Mi sembra ancora più demenziale scatenare l’iradiddio all’indomani delle elezioni. Sono state trasparenti, non ci sono stati possibili brogli, sono andate così. Male, magari. Ma è uno degli svantaggi della democrazia: a volte vincono gli avversari. Anelare a un ritorno all’oligarchia illuminata è una delle più grosse stronzate che io abbia mai sentito ed è, soprattutto, una contraddizione in termini: se si lotta per i diritti, non si può poi togliere il diritto di voto, come ho già detto. Il mondo è di tutti, lo diciamo sempre quando bisogna fare i progressisti, non ci si può rimangiare la parola pretendendo che sia di tutti NOI. Peraltro è molto ironico che la borghesia colta, spesso di sinistra, si stracci le vesti per gli ultimi del mondo e si dimentichi poi che gli ultimi sono spesso poco istruiti, elementari, magari grezzi. Magari influenzabili. Magari interessati a ciò che nella vita è esteticamente di poca qualità. Lottare affinché si innalzi è sacrosanto, fare da apripista, fornire strumenti, anche. Espropriare qualcuno del diritto ad autodeterminarsi, invece, no, pensare che debba mettersi nelle mani di qualcuno che è migliore e deve guidarlo come fosse inabile non è solo paternalista: è fascista – non nel senso ideologico, perché avrebbe una sua dignità filosofica, ma nel senso spregiativo.

4) C’è un problema gigantesco di autoreferenzialità in una grossa parte del mondo culturale internazionale. Specie quello giornalistico. Se a fare da endorser appassionato a un candidato è TUTTA la classe alta (attori, intellettuali, ecc.), in blocco, in un mondo nel quale per ragioni economico/culturali è scomparsa la middle class, spezzata in due tronconi che praticamente non hanno punti di contatto, purtroppo, in termini reali, la cosa non significa niente. Che Lady Gaga tifi Clinton non dice nulla sulla realtà, perché Lady Gaga, della realtà, non fa più parte. C’è uno scollamento gigantesco tra le domande, le necessità reali di una fetta crescente di popolazione, e ciò che la classe sociale cui io stesso appartengo ritiene primario: bisogna prenderne atto, se vogliamo realmente aderire a un sistema democratico, più che liquidare tutto ciò che quella fetta sta cercando di portare alla nostra attenzione come ‘semplicemente sbagliato’. Esiste una dimensione descrittiva, poi ce n’è una normativa: non possono essere reciprocamente impermeabili. Un sistema democratico deve necessariamente prendere in considerazione la cittadinanza – e poi elaborare le risposte migliori, ovvio, non applicare pedissequamente gli ordini della pancia: per questo esiste il concetto di rappresentanza. Ma non ascoltare è una sciagura, specie se ci si rinchiude in un sovramondo mediatico in cui una rappresentazione univoca sostituisce in modo stolido il dato concreto. Insomma: Huxley dovremmo riprenderlo in mano, perché forse ce lo siamo dimenticato.

5) In questi mesi abbiamo visto decine di sondaggi, analisi, previsioni. In alcuni casi proposti con grottesca sicumera. Su tutti, l’idea che i blocchi etnici rappresentino automaticamente blocchi d’opinione. Cioè, per esempio: i latinos non possono volere Trump, che è contro altri latinos. Al di là del fatto che all’interno dei gruppi etnici ci sono storie, ceppi, provenienze diversissimi (per dire, in Florida molti latini sono anticastristi, esuli o figli di esuli cubani della prima ora, repubblicani die hard), e del fatto che non è così antropologicamente assurdo che un gruppo sociale tenda a difendere un privilegio acquisito, anche su membri dello stesso gruppo (è la base della concorrenza, peraltro), vorrei soffermarmi su un fatto: ritenere che se sei ispanico ALLORA devi pensarla in un certo modo è una manifestazione di razzismo. Esattamente come credere che un rom sarà automaticamente un ladro, per dire.

6) I politici italiani che mescolano senza cognizione di causa né alcuna reale omogeneità Trump, Renzi, il vaffa generale, il referendum e il nuovo ordine globale non sono politici. Sono comici.

7) Una chiosa su quello che è un punto nodale della proposta trumpiana, ripreso da Meloni e Di Battista nelle ultime 24 ore: è verissimo che ‘l’immigrazione clandestina è foraggiata dal capitale che poi la sfrutta per ottenere manodopera a basso costo’. Ed è verissimo, come dicono i nazisti dell’Illinois (cit.) sentiti ieri a Piazzapulita, che quando si dice che i migranti fanno lavori che gli italiani o gli americani rifiutano si fa un errore, perché l’affermazione corretta sarebbe che ‘fanno i lavori che gli italiani o gli americani rifiutano di fare A CERTE CONDIZIONI’. Ma vorrei darvi questa notizia: invece che alzare i muri, uno può anche fare leggi (e relativi controlli) affinché NON ESISTANO certe condizioni. E quindi invece che colpire i migranti, può colpire il capitale: lottando contro il caporalato, legiferando a favore di minimi salariali più consoni, ripristinando codici che rendano sempre più arduo il livellamento verso il basso del mercato del lavoro. Invece che eliminare il migrante, basterebbe colpire chi lo sfrutta: le condizioni di lavoro migliorerebbero, e tutti gli italiani o americani desiderosi di partecipare liberamente al mercato potrebbero finalmente offrirsi in modo competitivo.

La solitudine della conoscenza

La solitudine della conoscenza

Nel suo “L’invenzione della solitudine”, Paul Auster si sofferma a riflettere sul fatto che nelle edizioni anglofone delle Sacre Scritture siano presenti assonanze lessicali capaci di creare vincoli concettuali (forse) interamente indipendenti dal contenuto diretto del testo.
Coppie come ‘tomb’ e ‘womb’, ‘death’ e ‘breath’, ma anche ‘room’ e ‘tomb’ creano diadi di significato che aprono l’accesso verso piani di interpretazione nuovi, ad allegorie in taluni casi realmente rivoluzionarie.

Al di là dell’esegesi di queste costruzioni (che è impossibile trattare qui), Auster introduce un problema tanto apparentemente banale quanto spesso trascurato, specie da coloro che nutrono riserve decisive nei confronti delle forme di relativismo teoretico e, ancor più, etico.
Poiché i testi sacri trattano la Verità, e di questa fanno parte anche i possibili contenuti allegorici mutuabili da percorsi di lettura non letterali, lo scrittore si chiede: “Come potrebbe la verità assoluta e inattaccabile mutare col mutare della lingua?”.

Le assonanze di cui sopra, in effetti, sono vistose e funzionanti in inglese, mentre cambiano d’impatto, o scompaiono totalmente, in altri idiomi. Come pensare, dunque, che la Verità possa essere qualcosa di così universale, se essa è vincolata alle mutazioni lievi ma decisive di un linguaggio?

La questione si può estendere a ogni nostro contenuto (o presunzione) di conoscenza, così come a ogni metodologia d’investigazione e analisi del reale o del metafisico. Come pensare – in altre parole – all’esistenza stessa di una Verità unica quando ogni nostra conoscenza è simbolica, cioè mediata, e oltretutto passa attraverso un artificio (cioè non è solo indiretta, ma anche veicolata da un mezzo la costruzione poggia su strutture geneticamente omogenee agli stessi mezzi di analisi, anzi, agli stessi osservatori)? Il problema peraltro vale anche per le scienze pure, dato che nonostante il codice simbolico sia internazionale, diversamente dalle lingue, esso resta necessariamente computabile, ovvero costruito (o tradotto, ammettendone la naturalità, su cui d’altro canto non esiste accordo) per essere manipolato da noi (dagli esseri umani intesi come struttura biologica, neurologica, ecc.) e quindi comunque parziale, non assoluto.

Un possibile corollario di questa asserzione debolista è che nessuna verità ultima può esistere o meglio,  se esiste, essa può essere conosciuta, peraltro in modo non certo (laddove il concetto di certezza è quello della ratio) solo attraverso una via a-logica e sostanzialmente non replicabile, né universalizzabile, né tanto meno comunicabile.
Questa verità, in ultima analisi, altro non può essere che un fenomeno intimo, solipsistico (come numerose verità di fede, la cui crisi si avvia proprio nella trasformazione in verità di culto, o religione, nelle quali il dato di condivisione diviene fondante).
L’accesso ad essa, infine, coincide ineluttabilmente con una profonda e invalicabile solitudine, con l’isolamento da ogni altro ente che non sia partecipe dell’io che ne fa esperienza.

Se cambiano le radici del socialismo

Se cambiano le radici del socialismo

Prendiamo un sistema che a conti fatti, a guardare la realtà da un punto di vista globale che non sia semplicemente appiattito su valori statistici quali prodotto interno lordo e affini, ha già dimostrato di non essere sostenibile. Non su scala mondiale, non per una società ampia ed inclusiva. Consideriamolo fulcro di ogni scelta, consideriamolo parametro: ecco che il recupero della produttività diviene – ammettendone l’effettualità – un fattore sufficiente a formulare una valutazione positiva dell’operato di un governo. Internamente al sistema scelto, e indirettamente consolidato, scelta e valutazione della stessa risultano essere condivisibili (se il detto recupero sia reale o meno non è questione pertinente, qui). Ma se il sistema è patologico, quale grado di fiducia possiamo accordare a tali valutazioni?

Un governo che ha interesse nel far ripartire la locomotiva della nazione, in ultima analisi – visto il carattere statistico del pool di indicatori – potrebbe plausibilmente avere come unico obiettivo, consapevole o meno, quello di offrire una nuova crescita a quella che per più di un secolo è stata definita classe borghese, quindi classe media – in base a criteri di inclusione sociale figli più di una reiterazione di crescite post-belliche che di vere trasformazioni di sistema. Di mettere in marcia un locomotore, in testa, riempito nuovamente di carburante, che trascina dei vagoni, in coda, inchiodati alle loro posizioni, in predicato peraltro di essere sacrificati in termini di manutenzione, o finanche sganciati alla bisogna, in caso insomma sia necessario andar più veloci: perché i lenti e gli ultimi spesso sono un peso, sono disfattisti, pessimisti, tendono al lamento e quindi fanno parte di quella massa che è innanzitutto zavorra, che non partecipa della gaudente fiducia di chi, in testa, vede il panorama venirgli incontro. Un grosso sistema che corre ma non offre mobilità, né sicurezze: neanche le più basilari.

Uno scenario, questo, che in un empito di veracità andrebbe indicato come estraneo a ogni possibile bagliore, anche traslato, anche modernizzato, di socialismo: il ripristino della competitività, ma anche della competizione interna (parlando di mercato), così come la rigenerazione (invero forzosa) di posti di lavoro, assurti a dogma statico platealmente antitetico rispetto alle finalità d’emancipazione proprie del socialismo primigenio, non rendono in alcun modo la società più giusta, se si realizzano in modo disgiunto da

A) rafforzamento degli ammortizzatori sociali;
B) introduzione e/o consolidamento di regole che moderino le due istanze della competizione;
C) redistribuzione attiva atta a riequilibrare le inevitabili deviazioni che si propagano su cicli generazionali successivi.

La pura riaccensione della competizione che arde con la produttività non ha come risultato altro che l’inserimento del lavoratore/produttore/consumatore – e cioè cittadino – non tutelato all’interno di una gara truccata. Dopata. Alterata da equilibri iniziali sbilanciati, da polarizzazioni ataviche, da pressioni, trust, cartelli, lobby, riproposizioni geometriche praticamente ubique del conflitto di interesse. Senza tutele, ogni manovra tesa al rafforzamento della produttività non fa altro che foraggiare il sistema con nuova carne da cannone, ovvero una classe neo-proletaria fiaccata dall’asincronia tra realtà post-industriale e sistema produttivo/salariale/lavorativo assolutamente industriale (asincronia che produce esclusione, e quindi povertà, e quindi disponibilità, e quindi usabilità: concetti che all’uomo dovrebbero essere estranei).  Ciò che ne risulta è un abbassamento costante e selvaggio dei limiti etici cui si è disposti a far deroga: una situazione non dissimile alle dinamiche novecentesche dei docks americani, teatri di scontri che hanno plasmato su scala mondiale la percezione della lotta sindacale – e il paradosso sta qui: la non riproponibilità di quella lotta, ormai naturalmente obsoleta (qui sta una delle grandi colpe dei sindacati odierni: non capire la trasformazione ineludibile delle profilassi possibili, anche a fronte di sintomi e patologie analoghi), disarma definitivamente la classe subalterna.

In questo senso, sostanzialmente, ogni vicinanza tra un operato di governo che assume queste direzioni e un concetto ancorché lato di socialismo può riscontrarsi solo se quest’ultimo concetto viene assimilato, in una traslazione piuttosto eretica, ma figlia di una atlantizzazione ormai quasi compiuta di ogni prospettiva filosofica e ideologica, a ciò che per decenni è stato chiamato American dream. Solo un’aggregazione politica nata da una centralizzazione del pensiero liberal-democratico (occorrerebbe però definire quanto queste due parole siano in equilibrio) statunitense potrebbe realmente operare una crasi tra (ricercate, o desiderate, o propagandate) radici socialiste e effettivo operato politico costruito lungo queste direttrici. Insomma, un partito che operi in direzioni di questo genere potrebbe essere considerato (lontanamente) di sinistra solo a patto che il nuovo nucleo ideologico dell’essere di sinistra alberghi nel liberalismo a stelle e strisce. Quello globale. Che, giocoforza, è un liberalismo deregolato.

Se esiste un partito di questo genere in Italia, dovrebbe offrire una chiave interpretativa per quella che a conti fatti sembra una contraddizione non componibile.

La chimera del libero mercato

La chimera del libero mercato

Howard Zinn ha affermato: “Esiste una debolezza strutturale nei governi [..]: il loro potere dipende dall’obbedienza dei cittadini, dei soldati, dei funzionari pubblici, dei giornalisti, degli scrittori, degli insegnanti e degli artisti. Quando costoro cominciano a nutrire il sospetto di essere stati ingannati, e revocano il loro appoggio, il governo perde la legittimità, e il potere”.

Chomsky (in “Sistemi di potere”, Ponte alle Grazie) in proposito afferma: “Credo che la formulazione classica si trovi nei ‘Principi Primi del Governo’ di David Hume, laddove il filosofo afferma che ‘la forza sta sempre dalla parte dei governati’. [..] Quando la coercizione non funziona più bisogna ricorrere alla persuasione. Nelle società ricche e sviluppate questa è diventata una forma d’arte. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti, che un secolo fa erano le società più libere, la leadership – i Tories in Inghilterra e gli intellettuali negli USA – si rese conto che si erano raggiunti i limiti della coercizione. [..] Fu Edward Bernays, il guru dell’industria delle pubbliche relazioni negli Stati Uniti, che peraltro era un progressista liberale, a formulare la concezione classica, che per lui non era nuova: ‘Poiché la nostra democrazia ha la vocazione di tracciare la via, deve essere governata da una minoranza intelligente che sa come irregimentare le masse per meglio guidarle.’ Occorre insomma persuadere o modificare i comportamenti degli individui affinché essi ci consegnino volontariamente il potere.

Chiunque sostiene tali idee fa parte della ‘minoranza intelligente’. E lo strumento per raggiungere questo obiettivo è la propaganda. [..] Sono questi i fondamenti dell’industria del controllo delle opinioni e dei comportamenti, che induce la gente al consumismo e all’isolamento. A ciò sono destinate ingenti risorse.

Il marketing è una forma di propaganda. Se si credesse davvero nel mercato – invece ci credono solo gli ideologi – ma se, poniamo, le aziende credessero nel mercato, non farabbero marketing come lo fanno oggi. Nei corsi di economia si insegna che il mercato si basa su consumatori informati che compiono scelte razionali. Di contro, le aziende investono risorse enormi per forgiare consumatori omologati che compiono scelte irrazionali. E’ evidente, basta guardare le pubblicità. Se esistesse un sistema di mercato, la General Motors, tanto per fare un esempio, ideerebbe una pubblicità di trenta secondi per dire: ‘Queste sono le caratteristiche delle auto che venderemo il prossimo anno’. Ovviamente non lo fa, perché vuole indebolire il mercato.”

Alla luce di questa brillante considerazione, si può sinteticamente affermare che più del socialismo, del comunismo o delle rispettive varianti post-moderne come per esempio il comunitarismo internazionalista, è il libero mercato la vera utopia ideologica.

Lo è per ragioni antropologiche e sociali, non certo per motivi di tipo smaccatamente ecnomico: il suo corollario più diretto e necessario, infatti, è il conflitto d’interessi.

Il marketing, infatti, si sovrappone in modo continuo e universale (anche qualora non si dovesse considerare un portato intrinseco della struttura del mercato, resta chiaro che esso esiste, verificabilmente invasivo) al principio e alle pratiche d’informazione culturale del consumatore – e quindi del cittadino, trattando qui di un sistema politico.

Il problema è che pratiche di informazione e marketing sono demandate a quei soggetti produttori che attraverso esse dovrebbero promuovere il senso critico e quindi la messa in dubbio del loro stesso primato. Insomma, dovremmo quindi supporre che i detti soggetti entrino in una competizione ricca di nobile spirito olimpico, nel pieno rispetto della ricerca di una vittoria limpida e dovuta a una reale supremazia agonistica, piuttosto che di una semplice vittoria – non è un caso che il background culturale di Adam Smith, conservatore tradizionalista, fosse carico di un senso morale assoluto e ineludibile, elemento fondamentale delle sue proposte teoretiche.

Oppure, dovremmo riporre grande fiducia nella lungimiranza dei suddetti soggetti, perché è possibile dimostrare che la vittoria più pulita, così come una cittadinanza più critica e competente, rappresenta un vantaggio anche in senso strettamente utilitaristico, ma solo prendendo in considerazione un lasso di tempo in termini di progresso sociale piuttosto ampio – e storicamente l’uomo non sembra in grado di operare le proprie scelte in base a valutazioni che pospongano di troppo gli eventuali benefici, per molteplici ragioni.

Insomma, dovremmo presupporre, affinché il libero mercato funzioni davvero (il che sarebbe magnifico, perché implicherebbe anche un progresso poderoso quanto a informazione, capacità di scelta, ecc., di tutta la popolazione), che i maggiori centri di potere agiscano mossi da una sincera e stringente legge morale, oppure da valutazioni di lunga durata mai realmente mostrate fino ad oggi: insomma, dovremmo presupporre un radicale cambiamento della natura umana – punto debole da sempre individuato nel dna del pensiero comunista, volano di ogni accusa di utopismo. 

Il libero arbitrio è nell’occhio di chi osserva

Il libero arbitrio è nell’occhio di chi osserva

“Naturalmente, si potrebbe obiettare che il libero arbitrio è in ogni caso un’illusione. Se esiste veramente una teoria completa della fisica che governa ogni cosa, è presumibile che determini anche le nostre azioni. Se esiste veramente una teoria completa della fisica che governa ogni cosa, è presumibile che determini anche le nostre azioni. Essa lo fa però in un modo che è impossibile da calcolare concretamente quando abbiamo a che fare con un organismo complesso come un essere umano, e racchiude inoltre un certo grado di casualità dovuta agli effetti della meccanica quantistica. Pertanto, potremmo dire che gli esseri umani ci appaiono dotati di libero arbitrio perchè non siamo in grado di predire come si comporteranno.” [S. Hawking, “La grande storia del tempo”, BUR]

Hawking si chiede quale spazio esista per la scelta, laddove esiste una teoria del tutto.

Il problema del libero arbitrio, tuttavia, andrebbe probabilmente riformulato, almeno in attesa di una conoscenza più approfondita e definitiva dei processi neurochimici che regolano, o meglio: formano, ciò che noi chiamiamo coscienza.

Il confronto circa l’esistenza effettiva dell’arbitrio vede schierarsi numerose fazioni distribuite su una teorica linea che collega i poli opposti dei sostenitori radicali della volontarietà della decisione consapevole e libera, da un lato, e i cosiddetti ‘willusionisti’ dall’altro – fautori questi di una lettura assolutamente materialistica del funzionamento dei processi di azione e coscienza. Secondo questi ultimi, in sintesi, le nostre scelte non sarebbero reale prodotto di un indirizzo volontario bensì di una sequenza di processi cerebrali rigidamente logici e consequenziali: gli esperimenti (cfr. Haynes 2013 e i quattro secondi di anticipo con cui il cervello si dispone a compiere un’azione – addizionare o sottrarre un numero – ancor prima che la decisione di un soggetto testato sia stata espressa) a sostegno di questa tesi non mancano. In sostanza, la dimensione morale – che non può non dipendere dall’esistenza di una intenzione – si eroderebbe drasticamente, mentre, ancorché non calcolabili per diverse ragioni (sovrannumero delle variabili, scarsa conoscenza, fuzziness quantistica dei processi stessi, che sarebbero intrinsecamente probabilistici, tra le altre), le nostre azioni sarebbero in realtà un puro riflesso biomeccanico. Come sostiene Hawking, se si riempisse ogni spazio di vuoto con la sostanza di una teoria coerente e universalmente descrittiva, a causa della natura stessa del concetto contemporaneo di scienza (ovvero una conoscenza certa e predittiva – ma non deterministica), l’arbitrio finirebbe per venire sbalzato fuori.

Tuttavia esiste un problema di fondo: in senso scientifico, cioè in termini di misurabilità, verificabilità, oggettività (osservabilità intersoggettiva, più che altro), quale dovrebbe essere realmente la definizione di libero arbitrio? Il concetto filosofico è frutto di sedimentazioni morali, sociali, antropologiche, anche teologiche, di lunga durata che trascendono, scavalcando nel passato, quelle che sono le conquiste non-deterministiche della scienza odierna. Il che significa che il significato del termine, presso il nostro uso e presso i nostri sistemi culturali, non è strettamente omogeneo alla nuova interpretazione debole del concetto di scienza – che è descrizione, in primis, più che disvelamento del reale profondo, e in secundis è come già detto non deterministica, quindi non stabilisce relazioni biunivoche assolute tra singole cause e singoli effetti.

In altri termini, la domanda è semplice: come va definito realisticamente il libero arbitrio?

Ove può essere individuata, se la scienza cui noi opponiamo la visione classica di arbitrio non è in grado di fornire una predizione assoluta, la sottile demarcazione tra ciò che è volontario in senso forte e ciò che, sempre in senso forte, non lo è?

Quale sarebbe il criterio scientifico, ma soprattutto etico, che potrebbe spingerci a non considerare il concetto di scelta come sostanzialmente analogo a quello di azione riflessa (o comunque prodotta meccanicamente attraverso dinamiche probabilistiche e non strettamente calcolabili), se proprio a causa dell’infinità delle variabili e dell’inevitabile decisività delle contingenze singolari essa termina per risultare assolutamente unica e peculiare al singolo soggetto che la esegue? In linea di massima, rappresentando ogni individuo la risultante di A) strutture biologiche, B) contingenza spazio-temporale, C) vissuto così complessi da risultare non ripetibili, ogni azione sarebbe da considerare, ancorché non dovesse essere frutto di volontà trascendente, prodotto unico e proprio, in senso fortissimo, di quel singolo individuo, della sua natura. Sarebbe espressione di ciò che è – laddove ciò che è sarebbe ipoteticamente scomponibile in una serie di parti scientificamente osservabili, senza dubbio, ma si tratterebbe di parti in numero eccessivo, probabilmente non discrete, incastonate in processi a loro volta non prevedibili neanche a livello subatomico – perché qualunque sia la nostra precisione strumentale e analitica, arriveremmo sempre e comunque a sbattere con un muro di indeterminazione.

In questo quadro di libertà debole (non è possibile, data la non biunivocità dei vincoli, parlare di positiva illibertà) la morale smetterebbe probabilmente di avere un portato trascendentale, e si ridurrebbe semplicemente al dominio dell’interpretazione pratica dell’agire, cooperando con i paradigmi etici costruiti dalla collaborazione tra i vari settori del pensiero, ponendosi così, quasi fosse una scienza applicata, o una tecnica, al servizio della manipolazione di quei processi neurofisiologici ad uso della collettività o del singolo.

A conti fatti, non cambierebbe molto rispetto allo stato attuale dei fatti: si interverrebbe (con processi educativi, formativi, coercitivi a volte, ecc.) in favore di un orientamento dell’agire, sia esso un prodotto della dimensione pratica o un atto di una volontà superiore. Se consideriamo le interpretazioni come sistemi inerziali, possiamo dire che il problema del libero arbitrio verrebbe completamente a perdere di significato, in quanto di fondo coloro che danno una lettura forte delle consequenzialità neurofisiologiche offrono una interpretazione altrettanto ‘materialista’ (in senso lato) della realtà: quindi etica e morale altro non sono che funzioni (manipolabili) che pongono in relazione elementi dell’insieme degli individui con elementi dell’insieme di azioni e conseguenze.

Il punto, quindi, è che più progredisce il livello della nostra conoscenza ‘fine’ dei processi, più si destabilizza la solidità di concetti la cui costruzione è secolare e quindi metabolizzata dalla nostra cultura all’interno di reti di significato che seguono con molta difficoltà l’evoluzione di conoscenze e relative necessità filosofiche.

Serve allora riformulare, magari ricostruendo i sistemi concettuali praticamente da zero (e in taluni casi liberandosene in quanto non rilevanti), oppure lavorando in senso analogico e trovando dei parallelismi con questioni teoretiche simili.

La proposta conclusiva, in merito al tema dell’arbitrio, è di andare alla ricerca di soluzioni al problema nel campo dell’intelligenza artificiale, rivolgendo l’attenzione precisamente al noto esperimento ideale conosciuto come ‘test di Turing’. Come sostanzialmente la possibilità di definire intelligente una macchina (di cui si ignora la natura) a seguito di dialogo interrogativo dipenderebbe dall’interlocutore e dalla sua valutazione, oltre che dalle risposte della macchina stessa, potremmo ritenere utile decentrare l’osservazione dal solo soggetto agente anche nel caso dell’arbitrio. Potremmo ritenere che a conti fatti, il libero arbitrio vada considerato esistente esattamente laddove all’occhio di un osservatore capace di definirsi libero e cosciente, una serie di azioni possano essere ritenute frutto di libera scelta  – qualunque cosa ‘libera scelta’, nell’infinita (e quindi mai realmente conclusiva) iterazione di possibili approfondimenti analitici, significhi. L’arbitrio, insomma, potrebbe in questo senso essere considerato semplicemente una cosiddetta ‘proprietà emergente’ del sistema uomo.

O, per dirla con maggior leggerezza, potremmo anche azzardare che il libero arbitrio è nell’occhio di chi osserva. 

I miei occhi sono l’Esper, ogni immagine è l’universo

I miei occhi sono l’Esper, ogni immagine è l’universo

Nel 1982 Ridley Scott immaginava fotografie come finestre, quasi squarci aperti nello spaziotempo, su dimensioni dell’esistente esplorabili e lungi dall’essere mero ricordo bidimensionale. Le immagini erano mondi, più che simulacri, in un collasso del reale sul virtuale che era straordinariamente (post)moderno, ma anche semplicemente contemporaneo e vero.

L’Esper (la macchina con cui il cacciatore di replicanti analizzava le foto) di “Blade Runner” offriva a Deckard l’opzione succulenta di addentrarsi, scardinando i vincoli della rappresentazione, nelle stanze ritratte, dietro gli stipiti di un sordido hotel, tra le pieghe di una tenda di plastica, lungo le curve di una vasca di metallo: alterando lo spazio, in realtà ci suggeriva una trasformazione (e qui si svela magnifica la potenza relativistica dell’oggetto fotografico)  che è soprattutto temporale – la perpetuazione dell’istante, il recupero di un passato che si ritrasformava di colpo in presente, anzi, in eterno/i presente/i, tante superfici esplorabili quante il dominio fisico della multiversalità è in grado di ipotizzare.

Cioè infinite.

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Grazie all’Esper, Deckard poteva, a posteriori, addentrarsi nell’intimità dell’alcova in cui si nascondevano i replicanti fuggiaschi

L’Esper è un apparecchio della fantascienza, ma a dire il vero il suo motore non si trova tra i gangli del macchinario di fantasia, bensì risiede tra le stesse pieghe della foto – o almeno della sua crasi, della sua intima correlazione con una mente sufficientemente attenta, feconda. Ed empatica.

Il nostro stesso sguardo può fungere come un telescopico flessibile capace di strisciare nelle pieghe di questo spaziotempo.

Per esempio di fronte a un’immagine cimiteriale, al ritratto di uno scomparso, nel silenzio raccolto e carico di ossigeno dei viali attorniati di cipressi. Magari con l’aiuto della monocromia, così poeticamente extra temporum, così totemica e ancestrale, derealizzante nel senso, qui, di capace di liberare dalle contingenze del reale corrente (che non è l’unico, a conti fatti).

Ci si sofferma di fronte al primo piano di un uomo (lo annoto, personalmente, nel cimitero monumentale di Recoleta, a Buenos Aires), colto nell’espressione sognante, lo sguardo a trenta gradi dalla perpendicolare del piano fotografico, perso in un orizzonte che in quel momento, nell’hic et nunc dello scatto, conteneva un luogo vero, tangibile: è qui che la foto smette di essere richiamo e diventa catalizzatore di un’intera realtà passata. Quel luogo vero è un circolo – momentaneo ma in perenne progressione – in espansione all’interno del quale mi posso situare, per guardarmi intorno, per osservare gli astanti, in un’orbita continua, abbracciando i volti, quindi la stanza, quindi spingermi fino alle pareti che concludono il suo spazio e superarle. E gettarmi verso la città, come un’onda in espansione, quindi verso il cielo. Tutto questo confluisce (solo potenziale? Forse no) nello sguardo che scruto in quel volto, che è un gesto (e quindi è un evento), ma soprattutto è uno specchio capace di riflettere all’infinito, recuperando così l’universo intero.

E uscendo dall’idea – ironicamente paradossale in quanto inintelligibile, o forse solo non fruibile né verificabile, come d’altronde quasi tutte le grandi verità, o le leggi fisiche più fondamentali – dell’infinita-eternità-di-ogni-tempo, questo universo intero altro non è l’universo che è stato, e che non sarà mai più. Non solo perché (nelle catene della nostra esistenza vettoriale e direzionata) è passato, ma perché attualizzandosi esso ha già cambiato rotta, si è spogliato delle potenzialità di quell’istante e ne ha assunte altre (e verrebbe da sorridere, pensando che siamo osservatori, e anche questa realtà latente chiusa nella nostra fantasia è soggetta all’indeterminazione di Heisenberg). Così è finito (se non nella pluralità infinita delle sovrapposizioni, nel regno dell’irreperibilità)  in un foro profondo, più profondo della semplice morte: è entrato nella non esistenza, che è più radicale dell’esistenza passata perché i suoi segni, semplicemente, non esistono, se non come potenza, o come realtà cancellata nell’immane rumore di fondo di tutti i possibili.

E allora l’occhio fantasioso, come l’Esper, recupera un mondo andato e lo resuscita: ma quel mondo rinasce nulla, il nostro indugiare si scopre cieco, e forse assassino.