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L’errata identificazione tra senso e significato trasforma il teorema biocentrista in mera tautologia?

L’errata identificazione tra senso e significato trasforma il teorema biocentrista in mera tautologia?

Nel precedente post, dedicato alla confusione tra finalismo e casualità nel novero della relazione tra vita e universo, facevo riferimento a un (confuso quanto interessante) testo a firma Robert Lanza intitolato “Biocentrism”, uscito quest’anno e segnalato da numerose riviste scientifiche come esempio di prospettiva alternativa all’ortodossia scientifica.

Certo, lo strillo in copertina, a firma Deepak Chopra (non esattamente un guru del metodo galileiano), avrebbe potuto allarmarmi fino al punto di passare oltre, ma Lanza è un biologo, e ha elaborato le sue tesi assieme a Bob Berman, di professione astronomo: le basi teoretiche si dovrebbero quantomeno supporre solide, il libro non dovrebbe essere uno dei tanti, spericolati tentativi di produrre pastoie pseudosciamaniche che inquinano l’editoria scientifica propriamente definita.

Tanto più che in fondo, più che un rigoroso testo scientifico, questo vorrebbe essere piuttosto una sorta di proposta interpretativa di stampo più squisitamente filosofico.

Verrebbe però da dire che non necessariamente un grande scienziato è un altrettanto valente filosofo. E che la filosofia, non sembra, ma è una cosa seria e intricata, specie quando si sposa con settori dello scibile articolati ma solidi e implacabili come fisica, matematica e via dicendo.

Il libro, quasi involontariamente, fornisce un numero di spunti teoretici di un certo rilievo, come quando riprendendo Berkeley suggerisce come senza percezione non possa esistere realtà, un passaggio chiaramente ‘forte’ che, depurato del radicalismo positivista di cui viene investito da Lanza, offre, con il passo che lo circonda, uno stimolo a interrogarsi sulla proporzione ragione : scienza = natura : cultura in termini di ricadute metafisiche [aspetto su cui tornerò più diffusamente in un prossimo articolo, nda].

Tuttavia, a generare estrema perplessità, come suggerivo nel post precedente, è soprattutto la dichiarazione delle ipotesi offerta da Lanza nell’incipit della sua costruzione argomentativa, in particolare nell’arco del decisivo terzo capitolo programmaticamente intitolato “The sound of a falling tree” [“Il suono di un albero che cade”, nda].

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Se questo universo non fosse esistito, questo universo non sarebbe mai esistito.

Se questo universo non fosse esistito, questo universo non sarebbe mai esistito.

Chiariamolo una volta per tutte: la scienza non può spiegare tutto.

Esistono frazioni della realtà che, anche supponendo un progresso infinito delle nostre conoscenze scientifiche, un affinamento illimitato delle nostre capacità analitiche, delle nostre strumentazioni tecnologiche, saranno sempre, inequivocabilmente, negate alla nostra conoscenza. Anche perché, nota a margine, esistono infiniti più densi. Comunque. E ci sarà sempre quel maledetto punto in cui la nostra struttura genererà un paradosso, e sarà necessario saltare su un paradigma superiore, per suturare la crepa.

Mettiamoci il cuore in pace.

Chi ce lo ha detto? La scienza, proprio lei. Ce lo ha ribadito, specie nell’ultimo secolo, a ogni pie’ sospinto, tra indeterminazioni, incompletezze, e via dicendo.

Proprio il fatto che sia essa stessa, umilmente, a limitare il suo dominio, dovrebbe farci capire che una tale affermazione non rappresenta una sua sconfitta. Anzi.

Per questo, qualunque sia il grado di evoluzione delle nostre teorie, non sarà mai possibile eliminare – almeno stando al nostro concetto classico di causalità – un’ulteriore “perché?”.

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L’insostenibile leggerezza della prima casa

L’insostenibile leggerezza della prima casa

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Casuale, ho detto.

Lavori per dieci anni, attraversi trasformazioni, salite, cadute, fortune, frustrazioni, beffe, furti, qualche soddisfazione, ben pochi trionfi – ma qualcuno davvero gratificante – e quindi decidi, visto che proprio un bamboccione non lo vorresti essere, di fare un passo importante acquistando, con fatica e difficoltà, la tua prima casa.
Finendo in provincia, a più di un’ora dal luogo dove in teoria lavori (e quindi treni ogni giorno, pendolari, sudore, ritardi), limitando drasticamente le esigenze, giacché il mercato, altrove, è implacabile. Senza contare che quando parli con un possibile cliente, al momento di vedere i tuoi dati, anagrafica compresa, il tuo potere contrattuale – incomprensibilmente – scema.

Accendi così un mutuo a 25 (venticinque) anni, e approfitti della tradizionale regalìa paterna per rimpolpare il sontuoso anticipo richiesto (per non parlare delle spese amministrative…).
Peraltro, dato che sei lavoratore autonomo, il mutuo te lo concedono solo con garanzia scritta dei genitori, manco fossimo a scuola, ché loro sono dipendenti e quindi garantiti.
Tu no.
Tu magari un anno non vedi il becco di un quattrino.
E quell’anno arriva, manco te l’avessero tirata: c’è la crisi, il lavoro scarseggia e i tuoi introiti crollano. Ma sei stato assennato, ti ricordi bene la storia della formica e della cicala, hai risparmiato qualcosa, negandoti vari piaceri e svaghi.

E poi ci sono sempre i tuoi, cui chiedere, a malincuore (e con una certa strisciante vergogna, perché tutto era partito dalla volontà di dimostrare che non sei un bamboccione!) un aiuto per superare il momentaccio.

Tra mille fatiche e peripezie, riesci a tornare in sesto e procedere producendo e progettando. Più spesso solo progettando, perché i tempi geologici tipici delle organizzazioni (pubbliche e private) italiane spesso condannano al limbo idee, buoni propositi, intuizioni vincenti.

E una mattina, dall’Agenzia delle Entrate ti fanno sapere che quella casa, però, stando alla tua denuncia dei redditi di quell’anno nero, tu mica te la potresti permettere. Teoricamente manco potresti pagare l’assicurazione antinfortunistica che hai stipulato anni prima.

Che forse ti sei sbagliato, eh, ma che è il caso che tu la riveda, la denuncia dei redditi di quell’anno nero. Perché, chissà, ti sarà sfuggito qualcosa. Poi, certo, se i sospetti non dovessero essere fugati, starà a te dimostrare che sei innocente. Non ad altri che tu sia colpevole. E pace se, che so, nel frattempo tu dovrai versare fiumi di dollari nelle tasche di commercialisti (o, peggio, avvocati), spendere capitali in spostamenti e valori bollati. Se dovrai rinunciare a lavori retribuiti perché magari quel giorno sei rinchiuso in qualche labirintico ufficio.

E se casualmente i plotoni di burocrati che ti tengono d’occhio potranno spulciare tra ogni tua spesa privata, scoprendo che due anni prima hai dilapidato una fortuna per fare finalmente, dopo un migliaio di email promozionali ricevute, un penis enlargement – che a quanto dicono non dovrebbe essere illegale.

Ma senza ansie, eh, è solo un avviso.
Però, adesso, la lente è ben piazzata su di te.
E su quella folle, scriteriata spesa chiamata “prima casa”.

Constatare la realtà del virtuale, per scegliere il reale non virtuale

Constatare la realtà del virtuale, per scegliere il reale non virtuale

Mi trovo, casualmente, ad affrontare discorsi complementari sul virtuale partecipando a discussioni su due bacheche FB disgiunte. Da una parte si parla della distanza tra sogno reale e sogno diurno, ad occhi aperti. Dall’altra di empatia, voyeurismo e del piacere – mi si passi il termine – di pubblicare foto di bambini straziati dalla guerra.

Comprendo, al contempo, per vie differenti, due cose.

A fronte del fatto che “i sogni di notte e quelli di giorno non sono la stessa cosa. È un po’ come incontrare donne con le fotoprofilo bellissime” (dice Sergio Donato), capisco che la mia sindrome derealizzativa, l’annullamento (anche filosofico) delle barriere ontologiche tra reale e virtuale su cui ho fondato la mia weltanshauung, è completamente dovuta al tentativo di restituire continuità tra le due fasi del sogno – quella propriamente onirica e quella legata a sublimazione e desiderio. Il mio è sempre più chiaramente un bovarismo 2.0.

Mentre spronato a notare che molti hanno “davvero così bisogno di ‘guardare’ per rendersi conto di che cazzo è una guerra, o di cosa significhi dolore” (tuona Giada Momo Matricardi), mi rispondo che il punto non è tanto “la guerra”, ma la sublimazione che porta all’alleggerimento etico ed estetico della nostra esistenza. Su questo, rifletto molto. E purtroppo le mie analisi portano a risultati ‘normativamente’ controtendenti alla mia volontà. Cioè, anche se questo significa posporre il virtuale nella scala dei valori, scegliere che se anche è realtà diversa, ma pur sempre realtà, ha qualcosa di ancora talmente secondario da DOVER essere ricacciato sullo sfondo della vita. E lo dico con un certo rammarico, perché la generazione di una nuova ontologia era un orizzonte che mi pareva quasi salvifico, mentalmente.

I due discorsi sono speculari, e puntano entrambi all’indebolimento etico del valore (ragionevolmente, e fondatamente) ontologico del virtuale. Che esiste ma trova forse, in ultima analisi, una sua più alta nobiltà nell’essere accettato e quindi rifiutato, in una sovrapposizione di ethos e ratio puramente analitica (e quindi descrittiva, non normativa) che, come capita troppo spesso, finiscono per scontrarsi in modo insolubile. E forse ovvio, data la natura diversa delle due funzioni: natura che spesso non comprendiamo pienamente, o più probabilmente dimentichiamo nell’atto di osservare.

Nuovo libro in arrivo

Nuovo libro in arrivo

Temporaneamente in stand by con i Lost Breath, alle prese con la preproduzione del videoclip di un amico cantautore e del promo di Open House 2014, il sottoscritto col mese di febbraio reca una novità [“E sticazzi” non è una risposta accettata, nda].

Contrariamente a quanto precedentemente strombazzato sul web, il primo semestre di quest’anno non porterà a una versione reloaded di “SubLimen”, ovvero l’annunciata ristampa con inediti, bensì ad un nuovo libro, totalmente indipendente dal precedente, ancora una volta composto di racconti d’angoscia, inquietudine, dubbi e realtà alterate. Sempre nel piacevole stile illeggibile e pacchiano del precedente, tra sproloqui barocchi, gente che si fa del male in modo creativo, grandi escursioni esistenziali ad opera di personaggi poco titolati a farne.

Titolo di questa quarta (e mezzo?) pubblicazione sarà “Derma”. Uscita: giugno.

Se volete un’anteprima di ciò che potreste ritrovarvi in mano, scaricatevi “Speculum”, che vi sarà incluso, dalla sezione INEDITI.

Ma non preoccupatevi: il resto dei racconti sarà decisamente migliore.

Aperta la sezione foto

Aperta la sezione foto

…è giunto il momento di dare spazio anche a questo aspetto creativo: dalle elucubrazioni accademiche al tentativo di mettere in pratica intuizioni e volizioni espressive il passo è sorprendentemente breve.
Certo, la tecnica è da affinare, ma i primi risultati possono essere osservati qui!

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Lightspeed video!

Lightspeed video!

A più di un anno dall’uscita di “Middle Children of History”, dopo alcuni live clip ed altre uscite all’insegna del do it yourself ad alto tasso di amatorialità, esce finalmente il video ufficiale del singolo “Lightspeed Summer”, tratto dal racconto “Alla velocità della luce”, incluso nel libro “Sublimen” edito da Ensemble.



Check it out. E se poi dovesse venirvi la bislacca idea di diffonderlo a mezzo Facebook, Twitter o altro, che dire: noi non ci offendiamo!

Rock on!


Rivelato il teaser della graphic novel “Dark Beyond Darkness”

Rivelato il teaser della graphic novel “Dark Beyond Darkness”

Dopo anni di pianificazione, ricerca, riflessione, ed una lavorazione su soggetto e visuals di vari mesi, esce finalmente il teaser trailer di “Dark Beyond Darkness”, una anticipazione originale della graphic novel prevista per il 2014 a firma Luca Morici e Diego K. Pierini.

In alto i calici.

E guardatevi le spalle.

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