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Se vogliamo la gender fluidity non basta cambiare parole, serve cambiare linguaggio

Se vogliamo la gender fluidity non basta cambiare parole, serve cambiare linguaggio

Torno a farmi domande sulla questione gender fluidity/linguaggio.
 
L’identità di genere non è l’unico tratto critico in termini di definizione categorica all’interno delle nostre strutture linguistiche e culturali.
 
Molti dei tratti descrittivi derivanti dalla pura biologia sono potenzialmente forieri di approcci pregiudiziali, e quindi discriminazioni – ovviamente in modi e gradazioni diverse – come ad esempio le categorie legate a peso e altezza (ovviamente non binarie neanche a livello patentemente fisico), ma soprattutto l’età anagrafica, da sempre caratteristica espressa in modo univocamente biologico anche in termini di affermazione/codificazione di diritti civili, responsabilità legali e quant’altro.
 
La prassi del nascondimento dell’età è secolare, d’altronde si tratta di una caratteristica ben più facile da porre in secondo piano, slegata com’è da peculiarità fisiche ultimativamente rilevabili, ma è fatto noto che molte qualità normalmente associate all’età per prassi siano sostanzialmente difficili da fissare in modo chiaro – non solo, come dice un noto adagio, “ognuno ha l’età che si sente”, ma esattamente come accade per l’identità di genere esistono numerosissimi fattori psicologici assolutamente fluidi, senza contare che esiste una discrasia certificata anche tra età anagrafica ed età biologica. Cionondimeno, la prima, l’anagrafica, è e resta tratto dirimente in tanti settori e, probabilmente ancor più che quella di genere, squisitamente “convenzionale”.
 
Non è quindi insensato chiedersi se non sia in effetti corretto avallare la “age fluidity”: perché indicarmi come quarantaduenne, se nel privato della mia intangibile autodeterminazione io ritengo di essere un venticinquenne, o un cinquantottenne? A che pro, in soldoni, porre in essere una classificazione di questo tipo, una classificazione che in ultima analisi può portarmi a essere vittima di una forma di discriminazione (posso essere considerato troppo giovane e/o troppo vecchio per una pletora di cose), o anche pregiudizio in taluni casi decisamente insultante?
Si può opporre a buon titolo la necessità, per le strutture del diritto, di una serie di soglie: in una società strutturata servono dei “paletti”. Ma in primis è l’idea stessa di “paletto” (e forse, a fortiori, di società strutturata) a creare a priori una certa quantità di dati pregiudiziali, in secondo luogo è sensato pensare che si possa ricorrere ad analisi più sofisticate: un ventenne può essere psicofisicamente meno preparato di un diciassettenne per affrontare la guida/il voto/altro, e la cosa può essere valutata attraverso un processo di analisi molto più stratificato di quanto non offra la pura presentazione di una data di nascita (non troppo diversamente da ciò che accade nel caso delle identità non binarie).
 
Al netto di queste considerazioni, il punto resta: posso a pieno titolo richiedere che nel rispetto del mio diritto all’autodeterminazione la mia età venga considerata svincolata sia dal dato anagrafico che da quello biologico? Posso scegliere di farmi chiamare “trentenne”, così come devo giustamente poter scegliere quale pronome far utilizzare nei miei confronti?
 
A margine di questa considerazione, si pone un’altra questione: a essere discriminante, in realtà, proprio per la sua assoluta potenza di strutturazione della cultura, è il linguaggio stesso.
Il problema è infatti legato all’operazione di classificazione e quindi categorizzazione, che è da un lato in aperto conflitto con tutto ciò che è sfumato, dall’altro però va a braccetto con un’altra operazione fondamentale, che è quella della denotazione, senza la quale scricchiola l’intero apparato semantico. In assenza di un possibile procedimento di associazione biunivoca diretta, per “indicare” un elemento all’interno di un insieme, e quindi procedere al suo inserimento in un’operazione logica attorno alla quale generare un lemma, devo poter ricorrere a una serie di dati caratteristici, ognuno dei quali entra quindi a far parte della definizione del lemma stesso.
L’apertura, la sfumatura, mette giocoforza in crisi questo schema: se eticamente la petizione di minor specificità legata alla necessità di rispettare la varianza del reale è pienamente legittima, sul piano del linguaggio la questione è decisamente problematica, perché al di là della necessità di generazione di nuove strutture sintattiche, nuove parole, si crea un problema nel substrato prettamente logico del linguaggio stesso – il ricorso frequente al carattere * dovrebbe far comprendere, a chiunque sia avvezzo all’uso di un computer, quanto in termini di logica la questione sia critica, e non è un caso che una lingua meno poderosamente logica e meno sintatticamente articolata rispetto all’italiano come l’inglese (in cui il contesto diretto gioca un ruolo cruciale a livello di comprensibilità del testo) il problema di categorizzazione di genere paia meno impervio.

 
La tensione, quindi, si pone in sintesi tra due esigenze apparentemente divergenti: definire e non definire – da una parte la necessità di non costruire potenziali architetture pregiudiziali, dall’altra quella di creare un tessuto semantico quanto più universale e comprensibile possibile, ove l’unica possibile sutura si trova nel decrementare la precisione con cui si denota, si “indica” e quindi si fa riferimento a un soggetto. Il che, in termini linguistici, impone una trasformazione ben più ampia della semplice creazione di nuove parole, o dell’uso di nuove desinenze.
 
Occorre, dunque, ripensare la lingua a un livello ben più profondo.